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ENRICA SALVANESCHI, La vergine donnola. Prima e dopo Lorenzo Lotto: una sfida, Castel Maggiore (Bo), Book Editore 2002, 2 voll. (88 + 64 pp.), € 15,00.

 

Con la consueta finezza e profondità di pensiero (che si traduce in altrettale raffinata e penetrante scrittura) Enrica Salvaneschi torna, con inesausta curiositas, sul tema della donna-donnola, cui Maurizio Bettini ha dedicato qualche anno fa un ponderoso saggio (Nascere, Torino, Einaudi 1998). Proprio da questo volume l’autrice dichiara di prendere le mosse, in un «tentativo di risposta e di rivalsa allo stimolo tentatore»: con tipico abbrivo di filologica acribia cerca infatti di rispondere alle perplessità suscitate da una breve annotazione di Bettini riguardo alla possibilità che la donnola sia divenuta simbolo della Vergine (giusta il comune carattere della conceptio per aurem). Per il tramite di una lettura in filigrana del Pasticciaccio di Gadda viene affrontata la peculiare (talora giudicata scioccante) testura dell’Annunciazione di Recanati di Lorenzo Lotto (intorno al 1530), di cui Salvaneschi propone una interpretazione affascinante per consapevolezza dei problemi e verisimiglianza delle conclusioni. L’Annunciazione lottiana fra le tante peculiarità iconografiche (la Vergine che volge le spalle all’Angelo, il gesto delle mani, il vigoroso «angelaccio rurale») presenta infatti al centro della scena un gatto scattante, che non ha mancato di stupire e di far interrogare i critici: con persuasiva e serrata argomentazione l’autrice propone di vedere in questo gatto (o gatta) un «succedaneo domestico della donnola, in creaturale figura e controfigura (concetto duplicemente auerbachiano!) dell’atterrita Virginia» (p. 18). Nei quadri di Lotto Salvaneschi ricostruisce una ossessiva e ricorrente presenza del gatto/ donnola in allusività materna, e mariana in particolare: concedo ailettori il gusto della scoperta, non senza però accennare almeno alla bella lettura del ritratto di Lucina Brembate, accostato in fulminea synkrisis con l’Annunciazione recanatese (p. 24), con beneficio ermeneutico per entrambi. La corrispondenza felino-Vergine riceve piena illuminazione nell’analisi del riadattamento che Lotto compie della struttura narrativa del rilievo dell’Annunciazione di Andrea Sansovino: la struttura tripartita che trova la sua summa nel terzo pannello, dominato dal felino, viene stravolta da Lotto, che trasforma il felino in asse portante della scena, a conferire nuova vitalità ed evidenza al simbolo donnola-Vergine (pp. 27-50). Attraverso un reagente d’elezione come Iacopone da Todi, la ricerca del simbolo felino in altri documenti figurativi e l’analisi della dottrina della conceptio per aurem (non senza un densissimo corpo minore sul prologo giovanneo e sul concetto di corpo-tenda), Salvaneschi perviene alla conclusione che il gatto/donnola sia il sinonimo iconografico della parola del Padre che scende nell’orecchio della Vergine (p. 50), grazie anche alla bivalenza del simbolo che permette al gatto di essere corrispettivo ma anche nemico (in quanto figura del Nemico) della Vergine. La riprova di tale feconda ambivalenza è offerta attraverso l’analisi dell’ossessione mustelide che traspare nell’Amleto, in cui l’autrice riconosce ambigui rovesciamenti dello schema annunciatorio (pp. 53-57). Chiude un ultimo, vertiginoso, capitolo, che da Friedrich Overbeck per Paul Signac e Max Ernst arriva sino alle poesie di Carol Ann Duffy e Giusi Quarenghi. Tale, a un dipresso, la materia del libro (accompagnato da un bel volume di tavole). Ma questo è solo un aspetto del volume, per quanto importante e ricco di risultati. In questa rubrica appare urgente però evidenziare anche l’altro, di medesima rilevanza: La Vergine donnola è un ulteriore esempio del peculiare metodo comparatistico dell’autrice (di cui i nostri lettori hanno già potuto leggere un mirabile esempio in «Semicerchio» 19, 1998, pp. 16-26), che compara i testi letterari, iconografici, musicali partendo da quella rigorosa (e indispensabile) acribia filologica già menzionata (Salvaneschi del resto è acuta filologa e fine linguista), ma facendoli reagire con la «fantasia» (ma si legga phantasía), una capacità di lettura che si insinua fra le pieghe dei testi, che vede nelle zone oscure, che sente il pulsare delle vene sotterranee. Val al pena di chiudere con l’icastica definizione che l’autrice dà di questo metodo: «il nostro, ahimè, sarà solo un metodo folle; non più, amleticamente, una follia con metodo. Ma abbiamo voluto rischiare perché crediamo che la fantasia comparativa, che come ogni fantasia si basa sui dati dei sensi (nel nostro caso, dei documenti), possa offrire il proprio ausilio alla filologia tradizionale, docta et laboriosa, ma talora necessariamente trattenuta, catafratta, dalla sua stessa, pur mirabile, lorica» (p. 61).

 

[Gianfranco Agosti]


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