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ALEKSANDR SERGIEVSKIJ, Appunti sulla poesia contemporanea russa, e non solo, Kommentarii. Roma (Mosca), CIAC 2002, pp. 254.

 

Questo volume, edito a cura del «Centro Italiano Arte e Cultura» di Roma, ma stampato a Mosca, costituisce un prezioso contributo alla conoscenza della poesia contemporanea russa vista dal suo interno. La raccolta per la maggior parte è costituita da saggi, articoli e interviste che l’autore, Aleksandr Sergievskij, pubblicista russo da anni residente a Roma, ha presentato nel corso di sette anni sul mensile letterario romano «Il Nuovo Giornale dei Poeti». Il primo saggio fu infatti pubblicato sul numero 1 del 1994, mentre l’ultimo è datato Marzo 2000, anno in cui di fatto il «Nuovo Giornale dei Poeti » ha interrotto le sue pubblicazioni. Alcuni saggi erano stati invece pubblicati in altra sede negli stessi anni. Altri ancora sono apparsi su «L’opinione» e «Il difensore civico».

Gli articoli e i saggi di Sergievskij risultano assai diversi tra loro. Troviamo infatti dei veri e propri personalia, delle recensioni a singole raccolte o pubblicazioni, interviste a poeti e a editori di poesia, spesso riconducibili a visite dei medesimi in Italia. Quasi ogni intervento contiene concreti esempi poetici in puntuali traduzioni italiane di Maria Cicognani Wolkonsky, Annelisa Alleva, Maria Vignola e altri. Tale circostanza fa del libro anche una sorta di mini-antologia poetica, offrendo al lettore un variegato panorama poetico.

Il quadro che se ne ottiene è dunque assai ricco e copre quasi nella sua totalità il complesso delle tendenze poetiche russe che cominciarono a manifestarsi a cavallo tra gli anni settanta e ottanta del XX secolo. Nella sua nota d’autore (p. 5) Sergievskij parla espressamente di poeti della generazione del «dopo Brodskij». Qui non voglio intervenire su questa questione che sta divenendo sempre più centrale e problematica all’interno della storia recente della poesia russa. Anche in una nuovissima antologia uscita per i tipi di Crocetti Editore (La nuova poesia russa, Milano, 2003, a cura di Paolo Galvagni), della quale, sia detto per inciso, offriremo un’ampia recensione nella successiva rassegna di poesia russa di «Semicerchio », si è escluso Brodskij, ma si sono inseriti vari poeti più anziani o suoi coetanei. Certo il futuro storiografo della poesia russa della seconda metà del XX secolo dovrà affrontare in modo coerente e articolato il problema della collocazione storico-letteraria del retaggio poetico brodskiano e la possibile definizione di «epoca» o «scuola» brodskiana all’interno della storia della poesia russa.

Ma torniamo al libro di Sergievskij. Qui non troveremo le voci più giovani (quelle dei poeti nati negli anni settanta-inizio anni ottanta), qui non troveremo riferimenti alle più recenti tendenze di ricerca, come, ad esempio, quelle relative alla internet-poesia. La raccolta di saggi si concentra, come accennato, su di una specifica generazione poetica e di questa generazione essa offre un ritratto a tutto tondo. Vediamo più da vicino il contenuto dell’opera, rimandando comunque il lettore anche ai nostri precedenti interventi su «Semicerchio» e, in particolare, ai numeri XII, 1995/1, pp. 81-84; XIV, 1996/ 1, pp. 41-42; XVIII, 1998/1 pp. 63-65; XXIII, 2000/ 2, pp. 54-56; XXVI-XXVII, 2002, pp. 116-118, dove sono ampiamente trattati orientamenti, scuole e singole voci della poesia russa contemporanea.

Particolare attenzione è rivolta alla cosiddetta «scuola metarealista», al concettualismo moscovita, all’underground pietroburghese, alla poesia al femminile, ma anche alla poesia della provincia e alle nuove scuole d’avanguardia minimalista.  Nella lunga galleria di ritratti e nell’intricata connessione di testimonianze, dialoghi e interviste, troviamo alcuni dei nomi più significativi dell’odierno panorama poetico russo. Troviamo ritratti di Ivan Ždanov, Aleksej Parščikov, Dmitrij Prigov, Lev Rubinštejn, Sergej Gandlevskij, Timur Kibirov, Viktor Krivulin, Sergej Stratanovskij, Vitalij Kal’pidi, Sergej Birjukov, Ju.Kolker, Elena Švarc, Ol’ga Sedakova, Marina Kudimova. Tra le interviste da ricordare quella a Vladimir Salimon editore della rivista «Zolotoj vek» [L’età dell’oro], allo scrittore satirico Vladimir Vojnovič, al critico Igor’ Šajtanov, a Irina Prochorova, editrice della rivista «Novoe literaturnoe obozrenie» [La nuova rassegna letteraria], all’artista Evgenij Dybskij e ancora a noti drammaturghi e registi. Uno dei saggi è dedicato a immagini dell’Italia nella poesia russa contemporanea: Firenze in una lirica di Evgenij Rejn, Venezia in una lirica di Vsevolod Selčenko, un primo Maggio a Milano di Vladimir Aristov, Roma nei versi di Elena Švarc e Ol’ga Sedakova. A sé stanti alcune riscoperte non prive di interesse, come quella del poeta Vladimir Lapin, il cui mondo poetico è stato paragonato da Ol’ga Sedakova a quello di Robert Frost, di Boris  Čičibabin (1923-1995), poeta internato nel GULAG e poi soggetto di una «seconda nascita» negli anni della perestroika, di Leonid  Čubanov (1947- 1983), massimo esponente di quella che viene definita la «generazione perduta» moscovita. Da segnalare infine un bel ritratto di Varlam Šalamov poeta.

In conclusione siamo di fronte ad un libro estremamente utile, anche se non privo di mende. In particolare si notano numerosi refusi, qualche ripetizione (un testo della Sedakova è proposto due volte alle pagine 39 e 52), forse la mancanza di una organizzazione più coerente del materiale, per non parlare dell’assenza di un indice dei nomi, indispensabile in opere di questo tipo. Ma quello che preme tuttavia sottolineare è che il lettore potrà qui conoscere alcune delle voci poetiche più genuine dell’attuale parnaso russo e nei dialoghi con A. Sergievskij conoscere le loro opinioni sulla poesia e sul suo ruolo in terra russa.  

 

 

 

 

LEP  SVIHLÍ TLOVÉ, a cura di I. Wernisch, Brno, Petrov 2002.

 

I. Wernisch, noto soprattutto come originale poeta tardodadista e poco convenzionale, ha negli ultimi anni più volte rivolto la sua attenzione verso quei fenomeni letterari che spesso restano al margine dell’interesse della critica letteraria. Oltre alla sua lunga attività di recensore del «libri rimasti», cioè di quelli di cui nessuno nelle redazioni si vuole occupare, particolare curiosità ha suscitato una sua recente (e monumentale) antologia degli scrittori dimenticati attivi tra il 1850 e il 1940. Anche l’ultimo suo progetto, l’antologia Lepě svihlí tlové (lo strano e intraducibile titolo deriva dalla traduzione ceca di una poesia di Alice nel paese delle meraviglie), è dedicata a degli outsider: il volume presenta infatti una scelta dei versi di ventinove poeti cechi contemporanei, spesso poco noti o del tutto sconosciuti. Il criterio della scelta non è né generazionale né estetico, ma è basato su un principio quanto meno inconsueto: tutti gli autori sono in qualche modo legati alla casa editrice Petrov. Animata dall’onnipresente Martin Pluháček (nell’antologia presente con il suo pseudonimo poetico di Martin Reiner), l’attivissima casa editrice Petrov rappresenta uno dei più significativi fenomeni editoriali degli ultimi anni. Varrà la pena di segnalare al lettore italiano almeno alcune cose: è non soltanto la casa editrice che ha ormai praticamente assunto il monopolio della giovane letteratura ceca (a volte buona, spesso piuttosto scadente), ma anche quella che in modo più radicale cerca di promuovere un rinnovamento estetico nella letteratura (basti ripensare al progetto poi fallito di una rivista da edicola sulla letteratura, «Neon», e il discusso calendario degli scrittori nudi prodotto qualche anno fa). In questa linea editoriale si colloca anche la presente antologia e, anche se non mancano motivi di interesse, prima di tutto nella consacrazione di quella letteratura periferica, in particolare morava, che (senza clamore) sempre maggiore spazio sta conquistando negli ultimi anni, non ci si può liberare dall’impressione che si tratti di una non troppo riuscita operazione commerciale (secondo l’editore stesso del resto nell’odierno mercato ceco le antologie risultano particolarmente redditizie). Wernisch ha scelto per lo più poesie note e meno note scritte negli ultimi dieci anni e ha coinvolto nell’iniziativa qualche nome noto (si vedano ad esempio i versi tardosurrealisti di Pavel Řezníček, vecchia conoscenza dell’editoria italiana) e molti autori stravaganti di cui, anche per motivi extraletterari, di tanto in tanto si è parlato negli ultimi anni (J. Pížl, V. Kremlička, Z. Kapral, O. tradický ze Strdic). Alla fine i versi più  interessanti risuonano nelle intonazioni riflessive del teorico surrealista P. Král e elle stravaganti trasformazioni della topografia  praghese di M. Ajvaz. Da non sottovalutare sono anche le potenzialità del sottofondo grottesco delle liriche di di M. Palla, certe atmosfere delle poesie del giovane B. Trojak e i versi intellettuali di uno dei più originali registi dell’odierno panorama teatrale ceco, J.A. Pitínský. In generale non si può però non notare che l’antologia rispecchia solo in parte lo stato attuale della poesia ceca (tra le altre cose è rappresentata un’unica poetessa) e che la maggior parte degli autori più interessanti sono rimasti al di fuori di quest’iniziativa (solo per rimanere alle giovani generazioni, varrà la pena citare almeno i due poeti più significativi degli ultimi anni, P. Borkovec, e K. Rudčenková). Del resto, come avviene per ogni antologia di questo tipo, non è detto che il gusto personale di un poeta debba necessariamente rispettare lo stato della poesia di un dato paese.

 

Alessandro Catalano 


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