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I classici tra Scilla e Cariddi. Dialoghi sull'Almanacco BUR

di Giancarlo Abbamonte e Roberto Andreotti


Giancarlo Abbamonte

Sia per il suo contenuto sia per la sede in cui appare, l’Almanacco BUR Resistenza del Classico a cura di Roberto Andreotti si propone il compito più ambizioso cui si possa aspirare nel panorama culturale italiano: fare ‘alta divulgazione’, in un settore come quello degli studi classici in cui sembra che l’Italia non conosca mezze misure tra l’editoria scolastica e i saggi scientifici, che si rivolgono agli specialisti. Si ha l’impressione che il pubblico di potenziali fruitori di letteratura sui classici, immaginato da editori e scrittori della nostra penisola, sia o di liceali forzati a leggere o di colleghi universitari più o meno sinceramente interessati all’argomento – è molto interessante osservare che non sia prevista, tra le categorie di lettori, quella del docente di scuola, la cui volontà/necessità di aggiornamento in Italia è ridotta da anni ai minimi europei con responsabilità difficilmente ripartibili tra il ministero e gli stessi docenti. Tuttavia, il discorso sull’‘alta divulgazione’, che questa volta tocca il mondo classico, riguarda in realtà quasi tutti i settori delle scienze, sia quelle umane sia quelle cosiddette ‘esatte’

Se volgiamo lo sguardo alle altre nazioni europee, osserviamo una situazione molto differente: in Francia, una persona di buona cultura, che non sia uno specialista di studi classici e che voglia farsi un’idea di Stazio, di Virgilio o di Cicerone ha la possibilità di comprare un’edizione de Les Belles Lettres dove troverà il testo, la traduzione con note esplicative e una introduzione che gli fornisce informazioni che andranno dalla vita alle opere – da qualche anno, la casa editrice Les Belles Lettres ha inaugurato una serie di collane come «Les signets» in cui alcuni problemi relativi al mondo classico ma con ricadute sulla contemporaneità (ad es. la schiavitù, la retorica, l’educazione ecc.) sono affrontati con antologie di testi greci e latini, tradotte in francese e commentate. Un discorso analogo vale per il pubblico anglofono, che ha a disposizione la collana «Loeb» dell’Università di Harvard, le cui note di commento sono, tuttavia, assai più stringate di quelle de Les Belles Lettres.

In Italia sono stati fatti molti tentativi di creare una sorta di ‘Collana dei classici nazionale’, ma nessuna si è mai imposta come rappresentativa del livello dei nostri studi classici, né è stata sentita tale da studiosi, docenti e studenti. Il motivo risiede, a mio avviso, in una certa incapacità che i classicisti italiani hanno mostrato nello scegliere tra una soluzione integralisticamente scientifica rivolta agli addetti ai lavori, che presentasse edizioni critiche prive di traduzione e fornite di apparati di varianti alla maniera della collana teubneriana tedesca o di quella oxoniense della Oxford University Press, e una soluzione più divulgativa ‘alla francese’. Il risultato, tutto italiano, è la proliferazione di collane che mirano alla posizione dominante. Il «Corpus Paravianum» e la collana dell’Accademia dei Lincei si proponevano un modello teutonico con apparati ricchissimi a differenza di illa brevitas Oxoniensis; viceversa, le collane UTET e Fondazione Lorenzo Valla andavano più verso il modello francese, con apparato snello, traduzioni e commenti più (Valla) o meno (UTET) lunghi. Ultimamente, la casa editrice Carocci ha provato a mettere in commercio alcuni testi antichi con commento, destinati ai corsi universitari. I risultati sono abbastanza diseguali, forse a causa di una mancanza di un editing rigoroso da parte della casa editrice, e i destinatari una fetta di mercato piuttosto indefinita e comunque assai limitata.

Accanto a queste imprese scientifiche, si registrano molte collane divulgative (BUR, Garzanti, Mondadori), ma anche lì esistono problemi derivati dalla mancata soluzione delle questioni di base: se si prende un volume della BUR su Stazio (la Tebaide) e si legge l’introduzione (non faccio il nome della collega che l’ha curata), sfido un normale lettore a comprendere di cosa si stia parlando. Il gergo è per specialisti, il taglio non è quasi mai divulgativo – a questo proposito ricordo un cofanetto BUR con le opere di Callimaco, in cui l’introduzione partiva dalla spiegazione di una complicatissima similitudine del poeta: tutto molto raffinato, io da specialista mi sono goduto quel testo, ma il funzionario di banca che magari vuole leggere Callimaco sulla metro o a casa la sera…?

Dal troppo complicato si passa a volte, nel nostro paese, al troppo banale, come nel caso di certa produzione di romanzi dedicati al mondo antico: uno scrittore italiano ha scritto una serie di romanzi storici su Silla pieni di strafalcioni, mentre Robert Harris ha saputo regalarci con Imperium e Conspirata un’avvincente e bella ricostruzione della biografia di Cicerone. Passando agli articoli di giornale, è facile veder ripetute sempre le stesse stupidaggini su Virgilio, che era timido come una verginella, su Tiberio che era sanguinario e cattivo.

Insomma, in Italia ce lo ripetiamo da anni: non esiste una seria ‘alta divulgazione’. La questione è enorme e non è qui il caso di trattarla, anche perché bisognerebbe partire dal sistema educativo scolastico e dai modi con cui si richiede agli studenti di esporre gli argomenti studiati sin dalle elementari – mio figlio, qualche giorno fa, mi leggeva una sua traduzione dal latino, in cui è comparsa la famigerata fanciulla per tradurre puella, e io l’ho invitato ad usare questa parola anche quando è con i suoi amici: ahimè, temo di aver ritrovato la parola fanciulla anche in una delle traduzioni del volume di Andreotti e questo vi fa capire quanto sia difficile il compito di divulgare in termini contemporanei in una nazione disabituata come l’Italia. Siamo così tornati al volume di Andreotti.

L’autore si è, appunto, sforzato di fare dell’alta divulgazione e mi ha anche spiegato a voce che questo libro non doveva essere un unicum come forse resterà, ma era nato come primo fascicolo/volume di un progetto che sarebbe dovuto essere una rivista o una sotto-collana. Pare che il progetto si fermerà qui, ma noi continuiamo, anche in tempi come questi, a sperare che non sia così. Ebbene, se questo era lo scopo, dobbiamo domandarci se l’autore sia riuscito a raggiungere il suo obiettivo di alta divulgazione.

Io credo che Andreotti, rara avis nel panorama italiano, abbia raggiunto il suo obiettivo: la maggior parte dei testi si legge con piacere e dalle pagine di Resistenza del classico si apprendono cose nuove sulla letteratura latina.

Aggiungo subito che, trattandosi di una raccolta di saggi di studiosi provenienti da varie parti del mondo, i risultati sono inevitabilmente assai diseguali. Più mestamente devo anche osservare che nel volume si nota immediatamente che sono gli stranieri quelli abituati a fare alta divulgazione e perciò il lettore troverà godibilissimi e anche assai intelligenti i saggi di studiosi stranieri come i seguenti che elenco:

Potere, spazio ed effetti visivi, T. Hölscher, il quale spiega il valore simbolico di alcuni luoghi della città di Roma a partire dal IV secolo a.C. e chiarisce così anche la loro ripresa ideologica durante l’epoca imperiale, correggendo quella specie di luogo comune, ancora attivo in Italia dal Ventennio, secondo cui solo con Augusto sarebbe nata a Roma un’edilizia ideologica e legata al programma politico imperiale.

Il rapporto tra principato augusteo e urbanistica è stato assai caro al Fascismo e ha continuato ad agire durante il Dopoguerra nei lavori del latinista di formazione marxista Antonio La Penna e dei suo allievi. Il saggio di Hölscher mi è piaciuto, perché parte dalla distinzione antropologica tra azione naturale (morte, pranzo) e atto culturale (morte = omicidio, parricidio, vendetta; pranzo = offerta/libagione) per cui nelle società antiche qualunque azione naturale conteneva una forte carica simbolica. Questa premessa teorica, ben spiegata (e insisto sul ‘ben spiegata’, perché la prima regola della divulgazione è non dare per scon Il rapporto tra principato augusteo e urbanistica è stato assai caro al Fascismo e ha continuato ad agire durante il Dopoguerra nei lavori del latinista di formazione marxista Antonio La Penna e dei suo allievi. Il saggio di Hölscher mi è piaciuto, perché parte dalla distinzione antropologica tra azione naturale (morte, pranzo) e atto culturale (morte = omicidio, parricidio, vendetta; pranzo = offerta/libagione) per cui nelle società antiche qualunque azione naturale conteneva una forte carica simbolica. Questa premessa teorica, ben spiegata (e insisto sul ‘ben spiegata’, perché la prima regola della divulgazione è non dare per scon tato un concetto tecnico della propria disciplina, come ad es. intertestualità, ma darne una spiegazione), tra azione e atto culturale, permette all’archeologo di chiarire che il simbolismo dell’urbanistica romana non è un’invenzione di Augusto, come voleva il Fascismo e come continua a ripetersi troppo spesso in Italia, ma è intrinseca alla storia di Roma sin dalle sue origini: altrimenti, non si capirebbe perché il senato avesse deciso di riunirsi nel tempio della Concordia per discutere della questione di Catilina (semmai Augusto e poi gli imperatori successivi hanno perfezionato il rapporto tra spazio urbano e simbologia del potere).

Il secondo saggio, che mi è assai piaciuto, è quello del giovane poeta tedesco, Durs Grünbein, Tra antichità e X, il quale in due pagine ha ben chiarito il suo rapporto con il latino innanzitutto attraverso un ricordo personale dei tempi della Volksschule, benemerita istituzione tedesca che fornisce cultura al di fuori di scuola e università, da cui ho tratto una splendida definizione della lingua latina: «Una lingua che arraffava realtà, di una compattezza e una potenza concettuale rimaste praticamente insuperate. Così dovrebbe parlare la forza di gravità se le fossero date le corde vocali. In questa lingua tutto era senso esatto della misura, ductus avvincente, un massimo di significato nello spazio più ridotto» (p. 80).

Non trovo parole migliori per esprimere questi pensieri. Quando sento ripetere il luogo comune, che èsenz’altro vero, che l’ italiano deriva dal latino, a me viene spesso da sorridere. L’italiano non assegna affattoun posto centrale al nome, cioè al termine, al sostantivo, al concetto (e dunque alla proprietà di linguaggio e alla precisione lessicale, quelle che Lorenzo Vallachiamava elegantia). In esso è, invece, preponderante la semantica della struttura sintattica piuttosto che quella del nome, e all’interno della sintassi il ruolo del sostantivo è diluito nella frase (basti pensare a tuttele volte che i politici dicono di essere stati fraintesi: èun giocare sulla sintassi, perché sul nome non si puògiocare una volta che lo si sia pronunciato).

Si provi, invece, a leggere un’epigrafe latina, pubblica o privata: nessuna parola di troppo e abbreviazioni dei termini noti. Il messaggio è sempre inequivocabile e la sintesi (in latino brevitas) non è mai a scapito della comprensione. Da questo punto di vista, latino e italiano sono lingue antitetiche e Grünbein ha pienamente ragione nel sottolineare la funzione preponderante del nome nella lingua latina.

Il secondo aspetto del saggio di Grünbein è un problema, certo di sapore nietzschiano e che forse non piacerà a chi, come me, ama il latino medievale, che pone però una questione su cui è opportuno riflettere: bisogna sforzarsi, secondo il poeta, per quanto è possibile, di leggere la poesia greco-latina purificandosi dalla mentalità cristiana e dalle incrostazioni che il Medioevo e le epoche successive hanno accumulato su questi testi, perché questi testi sono in grado di comunicare i loro contenuti e le loro emozioni in una maniera così diretta come nessun altro testo occidentale è riuscito a fare dopo.

Come esempio di questa freschezza il poeta tedesco ricorda un’opera a me particolarmente cara: la Consolazione delle filosofia di Boezio. Non l’Eneide, dunque, non La natura di Lucrezio o i Carmi di Catullo, ma una delle ultime opere del mondo latino e una delle meno conosciute tra i lettori contemporanei, mentre era un best seller del Medioevo, al punto che nella Vita nuova Dante può richiamarla e menzionarla, sicuro che i suoi lettori sappiano di cosa si stia parlando.

Grünbein ha ragione a richiamare l’attenzione del lettore moderno sulla Consolazione della Filosofia, perché è un dialogo con se stesso di un uomo che si trova in punto di morte e che ha avuto fino a quel momento la fortuna di avere tutto dalla vita. Boezio analizza in maniera spietata (tanto ormai la sua vita è conclusa) che cosa siamo noi uomini e su quali ammassi di forme e apparenze costruiamo la nostra esistenza, dimenticando o mettendo sempre da parte il finale di partita. Ci arrabattiamo a difendere il nostro buon nome, se qualcuno mette in dubbio la nostra posizione sociale, spendiamo tempo ed energie per raggiungere un avanzamento di carriera, per non parlare del desiderio di accumulare soldi, di avere case, automobili, eccetera. Ma che beni sono questi, si domanda Boezio? La vita deve trascorrere in queste attività per poi finire? Qualcuno riesce a dirmi se ci sono domande più appropriate di queste ancora oggi?

propriate di queste ancora oggi? Mettiamo da parte questo tema e torniamo alla tesi di Grünbein: la richiesta un po’ romantica del poeta tedesco di accostarsi ‘purificati’ alla poesia greco-latina può apparire un po’ come un contro-canto rispetto a ciò che lo stesso Andreotti scrive nella sua prefazione a proposito della funzione del classico che aiuta alla «[…] elaborazione delle mappe cognitive, e molte volte esistenziali, delle varie generazioni dei moderni» (p. 7); e d’altronde, pur non essendo un idealista e tan tomeno un crociano per formazione e sensibilità, devo ammettere che sono sempre rimasto profondamente impressionato dall’affermazione di Benedetto Croce, secondo cui nessun uomo moderno dell’Italia, e forse dell’Europa occidentale, possa dirsi davvero esente dall’influsso del Cristianesimo sul suo pensiero (anche nella cultura tedesca, Karl Loewith, allievo di Nietzsche, arrivò a conclusioni non lontane da queste e in polemica con il pensiero del suo maestro).

Comunque, devo confessare di ritrovarmi perfettamente d’accordo con la definizione di Andreotti e in fondo non vedo neanche troppe contraddizioni tra l’aspirazione a purificarsi dalla modernità di Grünbein (una delle tante philiai del nostro mondo, mentre l’Antichità coltivò soprattutto la philosophia) e quella di leggere la modernità attraverso gli occhi del classico, propugnata da Andreotti. L’esperienza estetica di cui parla il primo si sforza di cogliere nella letteratura classica le forme cristalline originarie, che sono alla base di tutti i prodotti letterari di cui ancora oggi disponiamo.

Perciò, per comprendere alcune manifestazioni letterarie della modernità è meglio risalire al suo modello, alla sua forma più semplice (in fondo, anche gli antropologi studiano i comportamenti umani osservando le società primitive, perché lì i rapporti sono più semplici e dunque più leggibili). Andreotti ci invita così a compiere lo stesso percorso nelle letterature partendo dal modello classico, che ci ha insegnato come si scrive un poema epico e, all’interno di un poema epico come l’Iliade, l’Odissea o l’Eneide, ci ha spiegato:

1. Come si descrive un oggetto (sia esso uno scudo, un anello magico, un animale fantastico, gli effetti di una madeleine o uno stato d’animo); 2. Come si scrive un dialogo; 3. Come si racconta un viaggio reale come quello di Kerouac, pieno di disavventure comiche come quello di Orazio a Brindisi o fantastico come quello di Swift; 4. Come si raccontano l’aldilà da Ulisse a Dante. ​

Ma l’elenco potrebbe essere assai lungo e riguardare anche arti sconosciute agli antichi, come il cinema: già perché se nel film Pirati dei caraibi il pirata Jack Sparrow-Johnny Depp ha un’anticipazione del suo destino attraverso le parole di una maga caraibica in trance, questo stratagemma di far parlare sul futuro essendo dotati di contatti con l’aldilà risale ad Omero, Virgilio o alla Farsalia di Lucano, in cui la maga Eritto resuscita un soldato per profetizzare la sconfitta di Pompeo contro Cesare.

Il terzo lavoro su cui desidero soffermarmi è il saggio di Seamus Heaney sulla poesia pastorale: si consideri che il saggio di Heaney era nato come saggio scientifico, ma gli anglofoni sanno scrivere non solo agli specialisti! E dunque il testo è assai chiaro (e ben tradotto!).

Il saggio di Heaney è anche quello che ha dato il titolo al volume di Andreotti, a proposito del quale vorrei suggerire un’altra metafora suggerita dalla parola ‘resistenza’: accanto alla ‘resistenza partigiana’ e ad altre forme di resistenze, vedo che manca l’immagine della ‘resistenza elettrica’, che nelle lampadine di una volta era fatta del raro tungsteno e permetteva di chiudere il circuito elettrico e, sfruttando la capacità di resistenza al calore del metallo, di illuminare. Io credo che, in riferimento al ruolo del mondo classico, potrebbe funzionare in qualche modo anche l’idea del circuito elettrico, in quanto il classico ha saputo resistere alle sollecitazioni delle varie modernità ed è stato, e lo è ancora, in grado di trasmettere una propria energia a generazioni differenti dalla propria, venendo però a contatto con le nuove generazioni e non temendo la contaminazione – forse, si pecca di hybris nel dire che una tale immagine non sarebbe dispiaciuta al Primo Levi de Il sistema periodico?

Tornando al saggio di Heaney, esso tratta della ripresa della poesia pastorale, un tema a me molto caro e profondamente legato alla città di Napoli, dove lavoro. Non lontano dal luogo in cui è stato presentato il volume di Andreotti, su cui sto scrivendo, si trova piazza Sannazaro, dedicata all’autore dell’Arcadia (un prosimetro pastorale): ma la piazza di Mergellina è dedicata a Sannazaro perché in quello specchio d’acqua il poeta e umanista del ‘400 ha ambientato la sua poesia pastorale trasferita al mondo dei pescatori. Si tratta delle cosiddette egloghe piscatorie, un genere letterario inventato da Sannazaro, da cui sono nati tanti modelli culturali legati al mare di Napoli, alla base di quadri, sculture, poesie, canzoni ecc. ​

Il genere pastorale è dunque il tema trattato da Heaney, che ne dimostra la vivacità nel mondo anglosassone ancora oggi: la cultura anglosassone ha molto riflettuto sul genere pastorale un po’ perché ne ha prodotto in gran quantità, un po’ perché ha capito da molto tempo, a differenza dell’Italia, che il pastorale è una categoria poetica – ma anche psicologica direi – non lontana dal locus amoenus, un luogo della nostra

memoria e, dunque, del nostro passato, in cui amiamo rifugiarci col pensiero. Viene subito da pensare al concetto di mito in Cesare Pavese, mentre in Italia la parola ‘pastorale’ fa ancora venire in mente l’Arcadia, i poeti con gli pseudonimi e altre atmosfere incipriate degne di Metastasio. Invero, uno dei maggiori studiosi del pastorale, Paul Alpers, autore della monografia What is Pastoral, apre il suo volume con un’immagine della situazione che, a suo avviso, produce l’atmosfera pastorale, tratta dal romanzo di Primo Levi, Se questo è un uomo. Nel capitolo in cui il protagonista si sforza di ricordare i versi del canto di Ulisse della Commedia, Alpers ritrova lo spirito di chi, in un frangente drammatico e penoso, vuole ricordare i momenti felici, che è alla base dell’atteggiamento pastorale.

Visto da questa prospettiva, è del tutto evidente che questo atteggiamento ‘pastorale’ non debba necessariamente corrispondere a boschetti, fiumi e pastori innamorati; esso muterà a seconda delle esperienze personali e dei ricordi. A questo atteggiamento dell’animo umano, che trae la sua origine dal sentimento della nostalgia e dal miltoniano Paradiso perduto, attinge i propri temi la letteratura pastorale, che è dunque scrittura di ricordi.

Riprendendo il tema che fa da fil rouge alla mia presentazione del volume di Andreotti, devo constatare mestamente che i saggi scritti da studiosi italiani non sempre hanno la stessa capacità divulgativa di quelli stranieri: anche uno specialista, abituato a leggere un certo tipo di lavori scientifici ogni giorno, iniziando il saggio di Rosati sulla poesia di Stazio o quello di Fernandelli sull’epillio, si rende immediatamente conto che essi sono stati scritti pensando ad un pubblico di specialisti o forse – ed è una considerazione che viene spesso in mente – in alcuni casi io stesso e miei colleghi scriviamo pensando non solo a generici specialisti del mondo classico, ma ad esperti proprio di quell’autore: di Stazio o di Catullo.

Insomma, molti – troppi – studiosi italiani scrivono quasi a se stessi, al proprio gruppo di colleghi con cui svolgono ricerche comuni ovvero si rivolgono inconsciamente al collega nemico contro cui è stato pensato il proprio lavoro (siamo dunque al diario personale, alla pirandelliana Eresia catara o, al massimo, al rapporto io-tu, per cui è sufficiente la lettera/email o, al massimo, una mailing list).

Il caso più evidente di esoterismo di successo in Italia è rappresentato sicuramente dagli studi su Ovidio, che costituiscono ormai quasi un settore scientificodisciplinare autonomo all’interno della latinistica mondiale e che arruola ogni anno numerosissimi affiliati in tutto il mondo, soprattutto nelle regioni anglofone. Da questo punto di vista esso è un aspetto di successo del made in Italy, che non andrebbe mai criticato perché permette a tanti colleghi di tenere corsi e conferenze negli Stati Uniti e di farci conoscere all’estero. Perciò, ha fatto bene Andreotti a dedicare la quarta sezione del suo volume (Ovidiana) a raccogliere tre saggi di ‘ovidianisti’ (Baldo, Casali e Barchiesi).

Per quanto mi riguarda, confesso un mio desiderio forse inconfessabile: vorrei davvero che fosse possibile dare in lettura a qualcuno del pubblico di non-specialisti immaginato da Andreotti questi tre saggi per poi conoscere la loro opinione e, soprattutto, sarei curioso di sapere che cosa una persona con una discreta cultura abbia capito (non è neanche il caso di tediare il lettore esaminando qualche evidente errore di latino che ho letto qui e là nelle traduzioni, ma io devo confessare la mia colpa di appartenere alla scuola non ‘ovidianista’, vecchia maniera per certuni, che ha ancora cattive abitudini come quella di tradurre i testi latini).

Passare da questo tipo di saggistica, che spesso si limita ad alludere alle teorie altrui, all’alta divulgazione è un cammino lungo e pieno di Scilla e Cariddi (mi si passi la metafora classica in tempi in cui politici attraversano a nuoto lo Stretto e non sono ancora sepolti del tutto i progetti per la costruzione di un ponte tra Scilla e Cariddi).

La Scilla è dunque l’esoterismo, la Cariddi può avere molte facce: della banalizzazione si è già detto, ma quella non riguarda (spero) l’alta divulgazione; mentre un altro pericolo è quello che può essere sintetizzato nella puella/fanciulla di mio figlio, ovvero l’arcaismo del linguaggio. Su questo punto è necessario dire qualcosa: in Francia, la collezione de Les Belles Lettres ha un comitato di controllo severissimo sulle traduzioni (e veniamo così anche ad uno dei problemi principali che affligge l’editoria italiana). Questi comitati valutano non solo (e ovviamente) la correttezza rispetto all’originale, ma anche la godibilità rispetto al francese corrente.

In Italia siamo ancora molto in ritardo su questo tema: le traduzioni sono state, fino a pochi anni fa, per la maggior parte arcaizzanti e illeggibili, legate ad una falsa concezione della cultura classica come conservativa; per reazione si è passati a versioni fin troppo modernizzanti e altra cosa rispetto all’originale (basti pensare che a lungo sono state osannate le traduzioni dell’Einaudi di Omero e, ancor peggio, di Virgilio fatte da Rosa Calzecchi Onesti, solo perché avevano finalmente presentato agli italiani questi poeti in un linguaggio non aulico; ma dietro questo indubbio merito non si vedevano gli strafalcioni che esse contenevano). Ebbene l’arcaismo, come dimostra l’esempio della puella/fanciulla, è un pericolo insito nella scuola italiana e non possiamo chiedere al povero Roberto Andreotti di risolverlo da solo. Perciò, non è colpa sua se nel libro ho potuto leggere nelle versioni di Ausonio:

Venere mitrata (p. 301): immaginate voi che cosa capisce un giovane dell’aggettivo mitrata;

Sprezzo i piaceri offerti, spregio quelli negati (p. 302): i giovani leggono rapidamente e male, spesso traspongono le lettere delle parole anche agli esami: cosa diverrebbero nella loro mente Sprezzo e Spregio? Spruzzo, sfregio, prezzo, pregio?

Nomi in fama di lascivia (p. 303): qui la struttura diviene arzigogolata e cade nell’oscurità respingendo quasi il lettore, mentre il poeta Ausonio ci sta dicendo che due donne, Laida e Glìcera, rivelano la loro fama di buone donne o ‘escort’ già nei nomi che portano (vengono subito in mente di questi tempi nomi come No emi, Ruby, Nicole, Brenda, che però sfortunatamente non hanno nomi parlanti come Laida).

In conclusione, come anche in altri campi, l’Italia parte in ritardo nel campo dell’alta divulgazione. Fortunatamente, con Roberto Andreotti, che proviene da esperienze giornalistiche, il problema è entrato nell’agenda degli studi sul mondo classico e i primi frutti si osservano già in questo volume tra alcuni autori italiani: ad esempio, godibilissimo è il saggio di Carmine Catenacci sul film 300, in cui l’autore dimostra che il regista Zack Snyder, benché sia stato assai criticato, ha fornito una lettura dopo tutto aderente alle fonti antiche sia per gli eventi narrati sia per i messaggi ideologici che la grecità ci ha voluto lasciare sulla battaglia delle Termopili, che sin da allora fu interpretata come l’avevano intesa il regista Snyder e l’autore del fumetto 300, Miller, da cui è tratto il film.

Con questo bel lavoro di Catenacci noi diamo dunque il benvenuto al volume di Andreotti, con la speranza che l’alta divulgazione del mondo classico resti d’ora in avanti tra gli obiettivi dell’editoria italiana e che si sviluppi sempre di più anche nel mondo accademico. Altrimenti il prossimo volume Roberto lo dovrà fare assemblando solo traduzioni di testi di autori stranieri.

Roberto Andreotti

Ringrazio Giancarlo Abbamonte per la puntualità del suo referto di lettore autentico e appassionato, non ‘cerimoniale’, come spesso avviene in queste occasioni. Quanto ai complimenti, sono tanto più graditi perché la loro provenienza non è parrocchiale (ho conosciuto il professor Abbamonte durante la preparazione di questo festival napoletano). Cercherò di rispondere alle sue obiezioni – manifestate peraltro sempre con garbo –, ma intendo partire da alcune osservazioni autobiografiche.

La prima è a proposito della ‘resistenza’, termine che ho voluto promuovere nel titolo di copertina dell’Almanacco BUR prendendolo a prestito dal bellissimo saggio di Seamus Heaney sul genere pastorale. Resistenza è parola pregnante, e Abbamonte è riuscito a sprigionarne, mi pare, un ulteriore livello metaforico, resistenza elettrica, che suggerisce ‘in figura’ l’inesauribile potenziale dei classici, quasi il loro misterioso, ininterrotto ‘ricaricarsi’. Suggerimento pienamente accolto: del resto, per chi come me ha scritto un libro che si chiama Classici elettrici, è una specie di canonizzazione ermeneutica!

La seconda osservazione biografica è più direttamente legata al tema di questa sera («L’antico parla oggi»). Poco fa Abbamonte, nel rilevare la sensibilità del sottoscritto per l’‘alta divulgazione’, come ha avuto la bontà di chiamarla, ha motivato questa attitudine con la ‘provenienza giornalistica’. Non fatevi illusioni. I giornalisti di solito fanno una mediocre o cattiva divulgazione degli Antichi. Banalizzano. Attingono a pochi e perniciosi luoghi comuni, appunto una ‘vulgata’ approssimativa, quando non una vera e propria frittata da servire a lettori compiaciuti di vedere i (famigerati?) autori classici finalmente sdoganati dall’ipoteca scolastica dei loro anni verdi… Ma venendo al punto, è vero che il mio lavoro di divulgazione ha soprattutto nei giornali il suo veicolo preferenziale – dirigo da anni un supplemento settimanale di libri, che dà buon risalto alle novità editoriali di ambito greco e latino, anche attraverso proposte iconografiche inusuali. Tuttavia non è l’appartenenza al mondo giornalistico a essere dav vero determinante. In realtà io sono e resto ‘antichista’: se volete, un latinista che a un certo punto è ‘dirazzato’, accettando di calcare campi meno consueti, ma senza per questo alterare o mettere tra parentesi il suo profilo. Certo poi, stando a contatto con i linguaggi convenzionali del ‘quarto potere’ e delle redazioni, ho dovuto affrontare il piano della divulgazione come una priorità professionale, cercando di formulare proposte, di orientare i format in modo più idoneo a ‘transcodificare’ Omero e Virgilio per i lettori ‘da edicola’. Ma avrei fatto lo stesso – quanto ad approccio e a metodo – se i miei interlocutori fossero stati dei liceali o degli studenti di Lettere. Anche come insegnante avrei cercato – e in effetti cerco, quando mi trovo a parlare in pubblico o all’università –, una comunicazione di tipo ‘elettrico’, mai rinunciando ad agire i classici dentro cornici culturali contemporanee, e quando è possibile, esistenziali. Divulgare non vuol dire necessariamente ‘abbassare’, ma, per esempio, battersi per una educazione ‘responsoriale’, che interroghi i testi antichi con il massimo del rigore a partire dal nostro hic et nunc; o, viceversa, mettersi in loro ascolto senza censurare lo straniamento linguistico-antropologico che essi obiettivamente configurano, come diceva Sanguineti.

Ho cominciato a occuparmi di classici sui giornali diversi anni prima di lavorare stabilmente in un giornale. Scrivevo una rubrica settimanale: spinto non soltanto da una passione acuta per la scrittura e la ‘critica militante’ (che però, badate, ai tempi d’oro non si praticava certo con i latini e i greci), ma anche per denunciare implicitamente un atteggiamento tipico della divulgazione giornalistica: «i classici ci interessano se riusciamo a dargli la patente di attualità…». Ma questa patente è fittizia, perché si riduce a uno stereotipo, generiche ‘somiglianze’ tra noi e loro. Le coordinate interpretative sono talmente larghe e banali che Catullo o Cicerone, guarda caso, finiscono sempre per parlare una lingua che capiamo e apprezziamo senza eccessivi sforzi di immedesimazione. Come negli oroscopi delle riviste femminili, dove il protocollo verbale è così onnicomprensivo e basico da consentire a ogni lettrice di saturarlo magicamente con le proprie aspettative individuali.

Eccoci tornati al tema-chiave dell’intervento di Abbamonte: come divulgare virtuosamente il Classico adesso, nel nostro Paese? Partiamo dal punto di vista linguistico. È, io credo, anzitutto un problema di comunicazione, dunque concettuale. Vorrei raccontare a questo proposito un recente caso istituzionale, la cui posta, va da sé, è molto più alta che quella dei giornali.

Nel dicembre del 2009 sono stato invitato a una conferenza-stampa nella quale il sovrintendente dei Beni Culturali di Roma, Umberto Broccoli, presentava insieme ad altri maggiorenti una campagna pubblicitaria di rilancio delle grandi Collezioni di antichità della Capitale, «allo scopo di riempire le sale di cittadini». La domanda cruciale era: come incrementare gli incassi ai botteghini di un Palazzo Massimo o di un Palazzo Altemps (il Colosseo, è ovvio, non ne ha bisogno)? Più che ai cittadini romani, io credo che si guardasse ai turisti stranieri, e guarda caso lo slogan unificante della campagna era in inglese: «Once were Romans» (non vi ricorda Il gladiatore?). Che cosa inventarsi? Ecco la decisione. Issare all’ingresso dei musei e dei siti archeologici di Roma enormi stendardi-réclame, ciascuno con un’immagine-simbolo – statue o altro, senza alcuna apparente coerenza reciproca, né iconografica né storica – accompagnata ogni volta da un aforisma pubblicitario ad hoc. Alle Terme di Diocleziano, accanto alle diverse parti di un’antica armatura vuota, ecco la scritta «Le emozioni sono invisibili»; su una foto del chiostro delle Terme, «Dove passarono i Romani cresce ancora l’erba»; sopra una raffigurazione musiva, «Anche loro erano tessere di un mosaico», e così via. Giochini di parole, suggestioni arbitrarie.

Qual è il messaggio che il sovrintendente di Roma, l’esperto divulgatore salito al Campidoglio direttamente dallo schermo tv, intendeva dare? Qual è la strategia di comunicazione del/sul Classico di questa ambigua lenzuolata? A me pare che il ‘disegno’ sia quello di depotenziare l’Antico in quanto macchina straniante, per renderlo più domestico e consumabile, più ‘familiare’. Lo rivela uno degli stendardi in particolare, con la scritta «Romani, non antichi» piazzata sull’effigie togata di Augusto. Non è forse l’equivalente dell’appiattimento giornalistico di cui parlavamo poco fa? Esautorare la ‘diversità’ e la obiettiva difficoltà dell’Antico. Non è poi così differente, questo ammiccante immaginario ‘riduzionista’, da quei poveracci vestiti da centurioni che, tollerati dal Comune, adescano i turisti al Colosseo e ai Fori imperiali per farsi pagare la messa in posa…

In fondo il mio Almanacco, con i suoi diversificati livelli di intervento (ci arrivo fra poco, caro Abbamonte), intende affermare l’esatto contrario della trovata pubblicitaria del sovrintendente di Roma: per rendere davvero interessanti i classici, e comunicarli, non bisogna venderli come icone, o pupazzi mitologici; bisogna invece, io credo, far conoscere e amare la Storia; della Storia rispettando – prima ancora che certe possibili ripetizioni morfologiche – la complessa, irriducibile alterità. Né retorica delle radici, dunque, né attualizzazione da ufficio marketing: il Classico ci riguarda, potremmo dire, in quanto ‘sistema significante’ (uno fra i tanti coi quali rappresentiamo il mondo). Con questo sistema di segni dobbiamo ingaggiare una sempre nuova battaglia di comprensione e interpretazione. E anche la divulgazione, a patto che non la si porti fuori da questa cornice, fa parte della sfida.

***

Vengo finalmente alle obiezioni di Abbamonte. Le condenso così: 1) disomogeneità dei contributi presenti nell’Almanacco 2) manifesta inferiorità – per eccesso di specialismo o per ‘esoterismo’ – di certi contributi italiani rispetto a quelli stranieri (Grünbein, Hölscher, Heaney…).

lscher, Heaney…). Il curatore si assume per intero la responsabilità di queste sperequazioni: ho voluto io mescolare in un unico volume – come si faceva in certe riviste umanistiche di quaranta o cinquanta anni fa – contributi accademici e saggi scientifici con interventi più ‘militanti’ e divulgativi. Non intendevo propriamente «immaginare un pubblico di non specialisti» per l’Almanacco (anche, se vogliamo); semmai creare un campo di tensioni, un cortocircuito, anzi triplo cortocircuito: autori/autori, autori/lettori, lettori/lettori. Prendiamo la sezione delle traduzioni inedite. L’avere invitato nella stessa aula una poetessa ‘grecista’ come la Insana, un fine latinista/ poeta come Fo, una studiosa del Tardoantico come la Consolino – la quale nei mesi del terremoto dell’Aquila ha trovato la concentrazione per cimentarsi con una schiera di epigrammisti da ‘corpo minore’ – è stata una scommessa (riuscita?) per interrompere il consueto schema italiano (in questo sono d’accordo con Abbamonte): di qua il banchetto esclusivo degli speciali sti, di là la mensa popolare dei (facili) divulgatori. E poi mi sono divertito a far dialogare, sia pure in vitro, parrocchie che abitualmente si frequentano poco: i classicisti e i modernisti; gli accademici e l’industria culturale (giornali, case editrici). Questo spiega sia la presenza di autorevoli studiosi non antichisti come Lavagetto e Serpieri – invitati a riflettere sull’eredità del Classico a partire da Eliot –, sia l’inserimento ‘stravagante’, in appendice, di un ‘panorama’ della critica letteraria nel dopoguerra, che ho voluto affidare a due giovani come Giglioli e Tassi. È un almanacco, dopotutto. E lo zibaldone si addice agli almanacchi.

Sulla sezione ovidiana, infine. I tre contributi pubblicati (Baldo, Casali, Barchiesi) richiedono, è vero, un lettore più smaliziato, che conosca bene Ovidio, ma hanno il merito di offrire una testimonianza dell’eccellenza della scuola italiana aggredendo il fenomeno Ovidio da almeno tre punti di vista: la ‘gestualità’ letteraria; il revival attraverso l’esegesi filologica; il formidabile Fortleben moderno e contemporaneo del poeta di Sulmona. Soprattutto il terzo saggio, quello di Barchiesi, apre a mio avviso delle interessanti prospettive interculturali e ‘global’, per la cui comprensione non c’è bisogno affatto di essere affiliati agli ovidianisti.

Lasciatemi concludere questo intervento con una battuta sdrammatizzante, ancora sul problema della divulgazione. Ogni lettore di classici richiederebbe probabilmente un paio di ‘occhiali’ specifici, e il mestiere di ciascuno di noi, in fondo, è proprio quello di fornire continuamente occhiali sempre più precisi e personalizzati per lettori di diverso tipo. Ma vi confesso che per il bancario dell’esempio di Abbamonte io non dispongo di occhiali: perché non credo che esista un solo funzionario di banca così pazzo da leggere gli Aitia di Callimaco a casa la sera, o addirittura sulla metropolitana. Ma se ne esiste uno, allora il ‘letto di Procuste’ dell’edizione Bur di Callimaco se lo sarà proprio meritato tutto. Grazie della vostra attenzione.


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