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FRANCESCO DIACO, Dialettica e speranza. Sulla poesia di Franco Fortini, Macerata, Quodlibet, 2017, pp. 384, € 24, 00.


Mediazione e immediatezza, pazienza e impazienza, analisi e profezia: la cifra della poesia di Franco Fortini va ricercata non in una definizione univoca, ma nel continuo intersecarsi di dicotomie irriducibili, che talvolta si sovrappongono l’una all’altra. La monografia di Francesco Diaco, pubblicata quest’anno da Quodlibet in occasione del centenario della nascita del poeta, già nella scelta del titolo Dialettica e speranza – ma soprattutto nello svolgersi delle sue argomentazioni, è orientata decisamente verso un’esposizione di questa irriducibilità, rifuggendo da comode semplificazioni. Lontano dagli stereotipi legati al poeta – di scrittore impegnato, di bastian contrario, di moralista – lo studioso ne ripercorre le sei raccolte maggiori, inquadrandole in una precisa periodizzazione e dedicando a ciascuna di esse un attento approfondimento. Diaco nel suo lavoro tiene conto e della struttura delle sillogi, e del contesto storico-sociale che ha fatto da sfondo alla loro nascita, e della configurazione stilistico-metrica, affrontata con una pregevole convergenza di rilievi puntuali e sguardo d’insieme. Tale impostazione si rivela particolarmente utile anche in considerazione del fatto che attualmente non esistono edizioni commentate delle raccolte di Fortini, fatta eccezione per l’edizione critica e con commento di Foglio di via curata da Bernardo De Luca, in corso di pubblicazione sempre per Quodlibet. La lente interpretativa scelta da Diaco per il suo attraversamento critico della versificazione fortiniana è quellacome si enuncia nella ricca e serrata introduzione metodologica – della categoria di tempo, forse raccogliendo uno spunto dello stesso Fortini che in un saggio del ’59 – Le poesie italiane di questi anni – analizza gli esiti della poesia novecentesca proprio in riferimento alla dimensione della temporalità.
Secondo l’autore di Dialettica e speranza, «la concezione fortiniana del tempo risulta estremamente complessa proprio a causa della compresenza di due côtés, frutto di una formazione poliedrica » (p. 13). Il primo è rappresentato «dal momento morale e […] dall’impazienza » e, pur avendo un’articolazione decisamente composita, è riconducibile a due filoni principali: quello della tragedia e quello dell’utopia. Il secondo è «propriamente storico-politico» (p. 16), e comporta una critica e un superamento delle posizioni tragiche tramite Hegel, Marx e Lukács. Grazie alla «compresenza orizzontale dell’et-et» si può spezzare «l’atemporalità verticale dell’aut-aut»: attraverso la dialettica hegeliana è possibile «gestire la contraddizione come vettore di metamorfosi» (ibid.). Nell’approccio tragico prevale una concezione del tempo come scissione tra «l’oggi malvagio e vano» (p. 19) e il prorompere dell’avvenire inteso come resurrezione. In tale prospettiva, «al singolo non rimangono che due opzioni: da una parte il gesto esemplare, dall’altra la rassegnazione passiva, il differimento auto-assolutorio» (ibid.). Nell’approccio dialettico, la scissione tragica viene superata e «l’uomo esiste solo in quanto trasforma il proprio mondo naturale e sociale, parallelamente mutando se stesso» (p. 16), sull’esempio della Fenomenologia e del Faust. Prevale dunque l’etica weberiana della responsabilità, secondo un criterio antivirtuista e utilitarista. Secondo Diaco è possibile formulare un vero e proprio assioma, in base al quale «l’estensione temporale della prospettiva fortiniana è inversamente proporzionale alla presenza di possibilità rivoluzionarie» (p. 29). Questo vuol dire che «lo sguardo si allunga e si distacca dall’oggi quando il presente appare chiuso e congelato; lo sguardo si accorcia e si accosta all’oggi quando il presente lascia scorgere spiragli per l’azione» (ibid.).
Lo studioso dunque,
invece di interpretare il corpus poetico fortiniano nel segno di una «parabola discendente, come un’anticlimax inarrestabile» (ibid.), preferisce leggerlo come «un movimento alternato di avvicinamento e di allontanamento a seconda della situazione extratestuale» (ibid.). Estendendo le considerazioni sulla temporalità anche ad un altro genere intensamente praticato da Fortini, lo studioso – senza voler delineare opposizioni nette, e limitandosi piuttosto ad indicazioni di natura generale – osserva che il polo storico-politico è particolarmente rappresentato nei saggi, mentre nella lirica prevale quello dell’impazienza e della scissione tragica. In particolare, la lirica «è il campo della scelta volontaristica e dello sfondamento nel futuro» (p. 32). Riallacciandosi alle categorie di Frye, secondo cui il genere lirico si basa sulla simulazione dell’assenza di pubblico, Diaco sostiene che nei momenti in cui l’orizzonte sociale offre meno spazio alla speranza rivoluzionaria Fortini, posto di fronte all’impossibilità di un dialogo con i contemporanei, si rivolge ad un lettore futuro, spostando nell’avvenire utopico la risoluzione delle tensioni.
Come osserva Diaco, Fortini poeta è «alla stesso tempo centrale e periferico» (p. 51), in quanto pur essendo impossibile inquadrarlo in una corrente precisa, intrattiene un dialogo molto fitto con gli autori più importanti del suo tempo. Egli si autoclassifica o nell’area dell’esistenzialismo storico – individuata nel volume I poeti del Novecento – o in una categoria più sottile e complessa, che è quella della “poesia dell’avvento” descritta nel saggio Le poesie italiane di questi anni. Secondo Mazzoni andrebbe invece inquadrato nel classicismo lirico moderno, così come Luzi, Montale e Sereni. Diaco evidenzia però che Fortini, rispetto agli altri autori facenti parte dell’area individuata da Mazzoni, si differenzia per via della politicità della sua lirica e per «la torsione del classicismo in manierismo» (p. 65). La contraddizione e il paradosso sono due dei caratteri principali di tale classicismo, basato su un legame con la tradizione inteso non in senso meramente archeologico ma come scelta consapevole e selezione tra quanto va consegnato all’oblio e quanto è necessario salvare. Lontano tanto dalle avanguardie che dalle poetiche orfiche, Fortini si serve – come evidenziato dallo studioso – di un linguaggio in cui l’uso delle figure retoriche è esiguo e sorvegliatissimo. Il poeta rifugge dal procedimento simbolico in quanto esso prevede una negazione delle categorie della temporalità e della mediazione, e comporta una sintesi già realizzata e irrazionale. Negli scritti critici inoltre sembra prediligere la figura auerbachiana rispetto all’allegoria benjaminiana, ma in realtà nella versificazione trova ampio spazio la modalità allegorica.
Dal breve percorso tracciato, emergono subito alcuni punti di forza della monografia Dialettica e speranza, che ne fanno un libro molto importante per la critica fortiniana. Ne elencheremo soltanto tre, per ragioni di spazio. Prima di tutto, la scelta di accostare ad una trattazione diacronica puntuale una premessa sincronica di taglio metodologico fa sì che non ci siano mai cedimenti ad un facile impressionismo critico: non può non colpire il rigore con cui la singola analisi testuale si ricollega ad un sistema teorico più ampio in cui tutto tiene. In secondo luogo, vengono sfatati alcuni luoghi comuni, come ad esempio quello di un generico ripiegamento nel privato nelle raccolte della maturità, a favore invece di un’interpretazione più circostanziata che tiene conto dell’attualità politica. Infine, la monografia di Francesco Diaco ha il pregio di aver intaccato una percezione monolitica e stereotipata del poeta Franco Fortini, riguardo al quale ci auguriamo anche per il futuro una sempre maggiore vivacità della critica, soprattutto oggi, nel coincidere dell’anniversario della sua nascita con quello della Rivoluzione d’Ottobre.

(Francesca Ippoliti)

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