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Seamus Heaney, due

poesie postume

Claudio Pasi

in: Semicerchio LVI (2017/1) (Neo)Barocco. Poesia del Seicento nella teoria contemporanea, pp. 129 - 131

 

1. In a Field La poesia è apparsa sul quotidiano «The Guardian» il 26 ottobre 2013, a meno di due mesi dalla scomparsa dell’autore, avvenuta il 30 agosto di quell’anno. In occasione delle celebrazioni per il centenario della prima guerra mondiale, Carol Ann Duffy, poeta laureato d’Inghilterra, aveva chiesto ad altri poeti un contributo originale che fosse però ispirato a un testo, più o meno noto, scritto durante il periodo della guerra. Con In a Field Seamus Heaney compie una rivisitazione di As the Team’s Head-Brass, «forse la mia poesia preferita di Edward Thomas», come in precedenza aveva dichiarato. Sullo sfondo di un paesaggio agreste che il reclutamento di massa ha ormai spopolato e privato di ogni atmosfera idilliaca, si svolge un dialogo piuttosto frammentario tra un contadino che sospinge l’aratro lungo il campo e il poeta, ormai in procinto di partire per il fronte francese. Nell’aprile del 1917, circa un anno dopo la stesura di questi versi, egli sarebbe morto in trincea. La figura di Edward Thomas già era stata evocata da Heaney nella poesia Edward Thomas on the Lagans Road (in District and Circle, 2006) dove, con un irreale salto di tempo e di spazio, la sua immagine si materializzava proprio in uno degli indimenticati toponimi d’infanzia del poeta irlandese. Simile a un fantasma, qui di nuovo egli riappare, «arrived / from nowhere», stretto nella divisa un po’ stazzonata degli Artists’ Rifles, proprio come nella fotografia che anche Heaney avrà di sicuro osservato, con le gambe fasciate dalle mollettiere e il rigido berretto d’ordinanza. Al centro della scena c’è il poeta, che ha seguito in dettaglio le fasi conclusive dell’aratura, «Last of the jobs». Egli sembra volersi riappropriare dell’antica e frequentata metafora che equiparava l’atto di arare con quello dello scrivere: il suolo e il foglio, l’aratro e lo stilo, i semi e l’inchiostro. Come si legge nel celebre Indovinello veronese, «Alba pratalia araba / et albo versorio teneba, et negro semen seminaba» e il versoio dell’aratro rimanda al versus della poesia e cioè, letteralmente, al solco, che procede nella terra e ritorna al proprio inizio. Gli esempi in proposito sono innumerevoli. Uno è in Pascoli, con il quale nell’ultimo Heaney si può cogliere una notevole affinità: Il piccolo aratore è un bambino che scrive sotto lo sguardo compiaciuto della nonna e «guida l’aratro con la mano lenta; / semina col suo piccolo marrello: il campo è bianco, nera la sementa». Scrivere, incidere, scavare. È questo il programma poetico di Heaney, ben chiaro e delineato fin dalla raccolta d’esordio, Death of a Naturalist del 1966. Dice infatti nel finale di Digging, forse la sua poesia più famosa: «Tra l’indice e il pollice / Ho la penna. / Scaverò con quella» (trad. di F. Buffoni). L’interesse per Pascoli risulta poi attestato dalla traduzione dei sedici madrigali della sezione L’ultima passeggiata, in Myricae, anch’essa pubblicata postuma (The Last Walk, The Gallery Press, 2013). Alcuni raffronti intertestuali appaiono davvero immediati: già il primo verso di In a Field «And there I was in the middle of a field» rinvia all’incipit di Lavandare «Nel campo mezzo grigio e mezzo nero»; il secondo «The furrows […] still with their gloss» riprende «Qualche zolla […] / luccica al sole» (Di lassù, vv. 7-8); quasi alla fine, «Through the same old gate […]» sembra riecheggiare il pascoliano «Cigola il lungo e tremulo cancello» (In capannello, v. 1). Poi, quasi presentendo l’ora del proprio distacco e l’imminente separazione anche dalla poesia, silenziosamente il poeta esce fuori dal perimetro del campo arato, ricalcando le tracce che già vi erano impresse. Lo guida allora il soldato revenant, tenendolo per mano come un nuovo Virgilio, ed insieme discendono la baulatura del terreno. Forse la loro ultima passeggiata percorre ancora, per l’ultima volta, quella Lagans Road dove Edward Thomas era inopinatamente apparso e che Heaney ricordava come «una di quelle stradine di campagna con erbacce nel mezzo, cigli erbosi e alte siepi su entrambi i lati e tutto intorno palude, giunchi, arbusti e betulle». E più oltre ne aveva svelato il significato simbolico, dopo aver letto, dice, «il resoconto di come gli indiani del nord-ovest del Pacifico si figurassero il loro arrivo nella terra dei morti – un sentiero attraverso la foresta dove, sui cespugli, stavano sparsi gli abiti smessi degli altri viandanti, le voci di persone che ridevano e chiamavano» (in District and Circle, trad. di L. Guerneri). Quelle persone sono i morti, coloro che già sono arrivati a destinazione, verso cui i due poeti stanno camminando, è la folla delle ombre che si assiepa nello slargo di un cortile, e che li attende dove la strada ha termine e dove il loro nóstos infine si conclude.

 

In a Field

 

And there I was in the middle of a field,

The furrows once called “scores” still with their gloss,

The tractor with its hoisted plough just gone

Snarling at an unexpected speed

Out on the road. Last of the jobs,

The windings had been ploughed, furrows turned

Three ply or four round each of the four sides

Of the breathing land, to mark it off

And out. Within that boundary now

Step the fleshy earth and follow

The long healed footprints of one who arrived

From nowhere, unfamiliar and de-mobbed,

In buttoned khaki and buffed army boots,

Bruising the turned-up acres of our back field

To stumble from the windings’ magic ring

And take me by a hand to lead me back

Through the same old gate into the yard

Where everyone has suddenly appeared,

All standing waiting.

 

 

In un campo

 

Ed ero in mezzo a un campo, i solchi detti

un tempo “graffi” ancora luccicanti,

velocità inattesa del trattore

con il vomere alzato, che ringhiava

lungo l’andana. Ultimo lavoro,

le tornature erano state arate,

tre o quattro volte rovesciati i solchi

ai quattro lati della terra ansante,

segnando i bordi. Adesso in quel confine

cammino sulla terra grassa, dietro

le orme rimarginate di qualcuno

giunto dal nulla, un reduce, un estraneo

in uniforme kaki e anfibi lustri,

che calpestando il suolo smosso esce

fuori dal cerchio magico del campo,

mi prende per la mano e mi riporta

oltre il vecchio cancello nel cortile

dove tutti, comparsi all’improvviso,

stanno aspettando.

 

2. Banks of a Canal Si tratta, probabilmente, dell’ultima poesia di Seamus Heaney, anch’essa scritta su commissione. Per celebrare infatti il centocinquantesimo anniversario della National Gallery of Ireland, ad alcuni scrittori irlandesi era stato chiesto di illustrare, ciascuno con un proprio testo, una delle opere d’arte presenti nel museo. In seguito venne poi pubblicato il volume antologico Lines of Vision. Irish Writers on Art, a cura di Janet McLean (Thames & Hudson, 2014). La scelta di Heaney era caduta su un paesaggio di Gustave Caillebotte intitolato Bord de canal, près de Naples, databile intorno al 1872, all’epoca del viaggio in Italia dell’allora giovane pittore francese. Il quadro sembra diffondere un senso di sospesa e quasi metafisica staticità: la geometria aurea degli spazi, la linea diagonale del canale, la prospettiva falsata dalla curva dell’ansa e, esattamente al centro, due pilastrini sbiancati di calce come un emblematico punto di passaggio fra la terra e l’acqua. È un paesaggio assai lontano dalla solarità mediterranea, ma aveva forse ricordato al poeta certi luoghi a lui familiari, di cieli annuvolati e prati e torbiere, che qui egli credeva di poter riconoscere: «I know that clay, the damp and dirt of it». Questa ékphrasis in forma di sonetto muove anzitutto da una suggestione sonora («that final vowel»), da un fonema che fa scaturire le immagini e innesca un intimo processo di rammemorazione, come già in un’altra poesia in cui Heaney rievocava un luogo del suo passato: «Anahorish, soft gradient / Of consonant, vowel-meadow» (Anahorish, in Wintering Out, 1972). Ma qui sopra ogni cosa si distende un’atmosfera di onirica attesa: il tempo rallenta, il mondo si ferma, il flusso della corrente si affievolisce fino ad assopirsi, e di ciò che è stato non rimane che una sorta di parodia archeologica. Tutto sprofonda nel silenzio. L’unica voce è lo sciabordio appena percettibile di un’acqua parlante, un’acqua che possiede quasi una virtù lustrale, un’acqua immobile, letea, che sembra dischiudere allo sguardo un qualche arcano ultimo segreto. E anche se Heaney ha dichiaratamente inteso fare proprio quel paesaggio, escludendo quindi dal titolo la parte che fa riferimento all’Italia, non va tuttavia dimenticato che «près de Naples » era situato, secondo gli antichi, l’ingresso dell’Averno e che le sponde verdeggianti dipinte da Caillebotte avranno forse richiamato alla mente del poeta i prata recentia rivis abitati, come Museo spiega alla Sibilla nel sesto libro dell’Eneide, dalle anime beate dei defunti. Terminata da Heaney pochi giorni prima della morte, la poesia appare allora come un oscuro presagio, una meditazione conclusiva sul senso dell’intera sua parabola umana ed artistica. È il consuntivo di un’esperienza individuale e al medesimo tempo condivisa, quella che ci fa attraversare il mondo e dalla terra dell’origine ci conduce oltre confine («stray beyond»), verso un nuovo inconoscibile altrove.

 

 

 

Banks of a Canal

 

Say ‘canal’ and there’s that final vowel

Towing silence with it, slowing time

To a walking pace, a path, a whitewashed gleam

Of dwellings at the skyline. World stands still.

The stunted concrete mocks the classical.

Water says, ‘My place here is in dream,

In quiet good standing. Like a sleeping stream,

Come rain or sullen shine I’m peaceable.’

Stretched to the horizon, placid ploughland,

The sky not truly bright or overcast:

I know that clay, the damp and dirt of it,

The coolth along the bank, the grassy zest

Of verges, the path not narrow but still straight

Where soul could mind itself or stray beyond.

 

 

 

Rive di un canale

 

Di’ «canale» e quell’ultima vocale

trascina via il silenzio e fa più lento

il passo sull’alzaia, contro il cielo

un biancore di case. Immoto il mondo.

Sembra antico quel rudere in cemento.

«Qui il mio luogo è in un sogno» l’acqua dice,

«è in quiete. Come torpida corrente,

nulla mi turba, pioggia o tetra luce».

Terreni arati fino all’orizzonte,

non è nuvolo il cielo né splendente:

conosco quell’argilla nera e umida,

la riva fresca, il gusto d’erba ai bordi,

l’ampio e dritto sentiero dove l’anima

pensa a se stessa o si disperde oltre.


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