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CARMEN GALLO, Appartamenti o stanze, Napoli, edizioni d’if, 2017, pp. 54, € 16,00.

Nella nota al testo che chiude Appartamenti e stanze, si dice che «Questo libro racconta una storia»; se solitamente i paratesti servono ad esplicitare genesi e contesto di un’opera (spesso con riferimenti alle occasioni empiriche che hanno dato vita alle poesie), qui anche il testo esplicativo viene presentato come parte della narrazione, in quanto l’enunciazione è affidata alla prima persona plurale che è anche la principale voce narrante della storia che abbiamo letto («nella prima sezione siamo noi a descrivere i personaggi. Noi siamo la terza persona»). Con questa strategia, l’autrice consegna al lettore, prima di chiudere il libro, l’idea di scrittura che fonda queste pagine: la poesia come una stanza, un ambiente in cui installarsi e ascoltare le storie delle voci che ci abitano. D’altro canto, la stessa epigrafe da Emily Dickinson (la cui parte finale recita: «la mente ha corridoi che superano i luoghi materiali») va in questa direzione, e l’oggettivizzazione dei fantasmi psichici sembra essere la funzione principale di questa narrazione in versi e prose.
La poesia, dunque, come ‘storia di un’anima di petrarchesca memoria (e le stanze del titolo alludono forse anche alle ‘’strofe’), ma fuori dalle strutture tipicamente liriche (io/tu), che pure non mancano, significativamente, in conclusione. L’unità del soggetto si scinde in molti personaggi, identificati non da un nome, ma da un scarna referenzialità denotativa (la donna con i capelli neri, la donna bianca, l’uomo con il vetro, l’uomo, le donne ecc.); ciò che possiamo definire un processo di soggettivazione diventa teatro, messa in scena di movimenti e interazioni. La voce narrante, come detto, è affidata ad un noi, che, da un lato, assume le fattezze di un coro che descrive le scene, dall’altro, è anche materializzazione di angosce e ricordi della protagonista principale, la «donna dai capelli neri» che prende la parola nelle quattro poesie dell’ultima sezione (La caduta più del salto). Rivelatrici della natura del ‘noi’ sono le prose della sezione centrale (Noi siamo qui), in cui queste figure dell’ossessione (memoriale e psichica) narrano la loro vita all’interno dell’appartamento dell’«uomo» e della protagonista, mentre quest’ultima vuole sottrarsi alla loro presenza («adesso dice che vuole vedere, ci morde le mani») oppure alle loro storie («Noi iniziamo a raccontare una storia […] La donna non vuole ascoltarci»), sebbene sia continuamente attratta da loro («La donna è venuta a cercarci»).
Potremmo infatti dire che la narrazione è suddivisa in tre parti, in cui si gioca la partita fra il noi delle voci e la donna: nelle prime tre sezioni (L’aria adesso, La donna scava, Solo fuori è freddo) il coro ci mette di fronte a scene di ricordi o traumi, molto spesso coincidenti anche con personaggi (ad esempio, «l’uomo col vetro» che apre il libro, immagine di instabilità e suicidio; oppure la «donna bianca» che diventa sedia, funzione dell’immobilità della memoria, che tra l’altro verrà successivamente identificata con la madre della protagonista); nella sezione Noi siamo qui, invece, la donna e il ‘noi’ ingaggiano una vera e propria lotta per la sopravvivenza e il graduale allontanamento del ‘noi’ e la fine del suo dominio viene sancito dall’ultima sezione (La caduta più del salto), in cui la donna può accedere alla parola, assumere in prima persona le fila del discorso per descrivere «il nuovo ordine di calamità», e finalmente riconoscere di essere lei stessa un ambiente infestato, di essere «ancora estranea io, a ogni assestamento»; dunque, alla conclusione è affidata una presa di coscienza, non la fine del dissidio.
Se Carmen Gallo già in Paura degli occhi (il suo esordio poetico) si soffermava sui meccanismi di percezione e coscienza, in questo libro l’autrice propone una teatralizzazione delle voci psichiche e dei continui compromessi (cui tutti siamo costretti) tra coscienza desta e presenze fantasmatiche. In questa prospettiva, sembra determinante la lezione di Beckett, dal quale Gallo riprende lo scontro duale tra le voci ossessive (il ‘noi’ narrante) e il soggetto che ne è incalzato. Di contro, il carattere perturbante ed enigmatico della narrazione sembra invece essere un’eredità di Ágota Kristóf (più evidente nelle prose centrali). Tra questi due poli si situa la strategia minimalista, la sintassi scarna ed essenziale, i versi fondati sulla percussività di tre o quattro ictus principali, nonché le prose in stile paratattico prive di alterazione dell’ordine naturale dei componenti. È questa una strategia di distanziamento (che non significa assenza di pathos) che permette una piena visione di quanto lavoro ci voglia per dire «io».

(Bernardo De Luca)

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