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ROSARIA LO RUSSO, Nel nosocomio, Milano, Effigie, 2016, pp. 91, € 12,00.

Il nosocomio di Rosaria Lo Russo è un posto a metà fra l’ospizio di lusso e la clinica degradata, un reclusorio soft dove trascorrere in perfetta clausura il decorso di una vita intesa come avanzo; la metafora scoperta di una condizione estrema di benessere morboso e tragico che porta a un’alienazione sicura e radicale: «nel nosocomio quindi, ovviamente, / lasciare che i degenti conservino il loro stato / di salute, precario sì, ma di buona salute» (p. 9). Seguendo i frammenti di voce compresi nei tre capitoletti (Fine pena mai; Non luogo; Dal dormitorio) sembra di aggirarsi fra i corridoi semideserti di una enorme struttura in cui si incontrano a ogni svolta gli indizi di una vita quotidiana soppressa e inquietante: i cartelli affissi al muro con le regole di comportamento da tenere, il borbottio degli infermieri che ripetono come automi i dettami del direttore e le politiche aziendali («Farti risparmiare pur godendotela è un nostro must. / Passa a trovarci uno di questi giorni, il punto info / è sempre a tua disposizione», p. 8) e infine, naturalmente, le voci dei degenti che, come in una Antologia di Spoon River di semivivi, raccontano le loro storie ed esprimono paure e frustrazioni mescolando realtà e fiction della programmazione serale: «Tu che sei nell’alto di Sky, aiutami, Dottor / Casa, fa’ che non mi caccino proprio ora / che non ho più soldi, dal nosocomio, ormai / mi sono affezionato, disinvestirò altri soldi / ma tu aiutami, Dottor Casa […]» (p. 15).
Anche dal punto di vista linguistico Lo Russo fa alcune scelte precise, estendendo a tutta la raccolta una bassa frequenza retorica che estende il dettato a una sorta di cantilena quasi salmodiante compensata dall’inclusione lessicale di termini presi in quantità dal trash mediatico e pubblicitario. Su un accento accuratamente monotono e senza scarti, l’autrice ricorre più volentieri a suoni ridondanti che possono ricordare l’incisività calcata del rap o dell’hip-hop: «Sono una placida nullità che parla senza / sentirsi parlare nell’ora di yoga, come patty pravo / piena di coca» (p. 53); «Calibano, talebano, terrone, noi siamo il ter- / rore, il terrore della terra, del buio, delle viscere piene di / merda» (p. 64); «L’assemblaggio dei pezzi, evidentemente malfatto / non ha retto il pestaggio del mio rodaggio» (p. 67). Il verso è praticamente abolito in favore di un omogeneizzato monologante che prende il largo in una sequela di associa zioni più o meno libere virando spesso su una narratività cronachistica: «Con tanti vecchi schifosi che abbiamo / in Italia, dovevi morire tu, Da- / niele? Diciott’anni, un arresto cardiaco, / caduto sul campo di calcetto a Scandicci. / Potevo esserci io piuttosto che te, Danie- / le, che avevi una faccia simpaticissima, / tanti ricci scomposti, un nasone formidabile, / tu, che a differenza di noi, si vede, che eri u- / no davvero speciale, uno veramente vivo. / Il tuo profilo su facebook è ancora attivo» (p. 69).
L’ambientazione ospedaliera scelta nella raccolta, che detto per inciso vanta una certa frequenza nell’ultima poesia italiana, può far pensare al secondo libro di Amelia Rosselli, anche per il ricorso alla ‘serie’, ratificato da Lo Russo in pezzi in cui vige la ripetizione sclerotica di pochi ambienti. Ma varrà anche un certo gusto della normalità risentita e abissale caro a Giudici. Il bianco di una sala asettica in cui l’incubo dell’anestesia diventa un’inquietante realtà è reso da una placida quotidianità covata nell’isolamento, nella solitudine e nella chiusura. L’incubo di Lo Russo somiglia a una normalità distorta e paradossalmente paga, in cui tutto è perfetto e deve rimanere quale è, una sorta di apologia in negativo della vecchiaia, un mondo accuratamente volgare fatto di routine stantia ed ultimi grotteschi umori sessuali: «Nel nostro nosocomio puoi farti anche / l’amante a costo zero. Anche se sei grassa, / flaccida, pelosa e vecchia, o vecchia, secca / e rimbambita che ti trema anche la testa, eb- / bene anche tu puoi accedere senza sovrapprez- / zo alla zona relax, al regno potente dell’umi- / do e, se hai almeno un po’ di zucca per sco- / prirlo, ad un potente idrogetto altezza cazzo / o fica» (p. 22).
Come è scritto anche nella quarta di copertina, la raccolta prova a porsi come allegoria scoperta della nostra Italia contemporanea, in cui al bello ed alla sua ricerca si sostituiscono tutti i surrogati più a buon mercato: «Nel nosocomio restituisce, non troppo metabolizzata, l’allucinazione kafkiana di un Paese per vecchi, la protervia disgustosa della volgarità e dell’ignoranza al potere, dove l’amore per la bellezza è sparito nei vapori goduriosi di quei centri di wellness teledipendenti che hanno sostituito ogni forma civile di aggregazione sociale, dove l’eterna giovinezza apparente del vecchiume imperante uccide ogni giorno i giovani, con lo scippo e lo stillicidio del loro e del nostro futuro». Diario espressionista di una condizione urlata, la raccolta prova a calcare per contrasto i toni di una situazione degradata attraverso la ripetizione e la variazione ossessiva di mantra posticci. Lo Russo non lesina strizzate d’occhio all’indirizzo di un lettore che si suppone istintivamente schierato contro la rovina, dalla parte di una morale dileggiata e offesa. La sua voce non sente distinzioni nel ciarpame della filodiffusione e riproduce l’effetto di fondo di un rumore aberrante abbandonandosi con furore all’incontinenza ed alla logorrea. L’effetto finale è quello di una farraginosa calata nelle viscere di un male pubblico/privato cui non c’è rimedio oltre la memoria che il nostro corpo serba dei momenti felici legati all’infanzia, la memoria dell’acqua cantata nella seconda parte del libro con accenti tragici e gai. Nel nosocomio ha la peculiare fisionomia di un mito domestico recitato con degnazione e risentimento. La bocca dell’autrice si deforma, per un misto di schifo e commozione e schifo, nel ripetere ed interpretare motivetti pop o da musica leggera, mentre il dettaglio insignificante della vacuità quotidiana è preso a feticcio di una brutale condizione comune.

(Fabrizio Miliucci)

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