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MARCO CORSI, Pronomi personali, Interlinea, Novara 2017, pp. 124, € 12,00.

Che Pronomi personali sia il frutto di una generosa rimessa in discussione della parola poetica e di un meditato assetto dell’opera ce lo dimostrano tanto l’armonica compagine a cui Marco Corsi perviene – il libro è costituito da tre parti (veri movimenti di concerto), le prime due conformemente divise in cinque sezioni (I: le acque; parti di quagga; primi crediti; docili stelle ignare; sfumato; II: un sanguinamento eccessivo; baby blues; das Glück; caravanserraglio; una vita più gentile), la terza (un poemetto in prosa) scandita su tre temi (qualcosa che sembra la neve; debole, selvatico, nell’azzurro chiaro; fine delle trasmissioni) – quanto il labor limae a cui sono sottoposte molte delle liriche confluitevi: e quelle apparse solo due anni prima in Da un uomo a un altro uomo, silloge accolta da Franco Buffoni in Poesia italiana. Dodicesimo quaderno italiano nel 2015, e i tre testi davvero profondamente mutati di baby blues, unità per la prima volta pubblicata sul n. 64 di «Nuovi Argomenti», dicembre 2013.
È, quella di Corsi, una poesia che si sostanzia dell’attualità più universale come del più intimo biografismo. Quest’ultimo andrà però inteso non tanto come diario centrogravitato sull’io, quanto piuttosto come microscopia della vita (nelle sue due nature di bìos e zoè) delle persone care, mai menzionate attraverso nomi, categorie lessicali dell’ambito familiare, ma per mezzo di quei ‘pronomi personali’ che danno titolo all’opera. È il caso, per esempio, del ‘noi’ di «fine delle trasmissioni», una collettività che si raffronta al ‘tu’ protagonista del calvario ospedaliero, narrato sì da un io astante, che è però voce rappresentativa di un intero coro che presenzia, consapevole dell’esito, allo svolgersi del dramma. Quanto alle notizie che provengono da un mondo globale – l’ottica per un poeta nato a ridosso della caduta del Muro non può più essere quella del cittadino di un’unica nazione, realtà non più una, neppure di lingua e di memorie – colpisce come gli eventi di cui più responsabili appaiono gli uomini siano narrati per frammenti minimi e sempre su prassi da Nouvelle Histoire. Difficile rintracciare il singolo episodio che si nasconde dietro le allusioni all’oggi o a un’epoca da poco trascorsa; il lessico si fa infatti per la cronaca antropica volutamente a grado zero («catastrofe», «guerra», «agitazioni di massa») e solo in pochi casi è possibile ricondurre entro i confini forse più ristretti dell’Italia, o almeno dell’Europa, il corso degli eventi richiamati (parlano del paese o della comunità di appartenenza, voci, in ogni caso di generica terminologia governativa, come «pil», «salute», «crescita», «onnivora sanzione», «contumacia», in e come potevamo noi creare, seconda lirica di «docili stelle ignare», la sezione più dischiusa alla fenomenologia sociale, sempre comunque scrutata per campioni collettivi e rappresentativi; di rilievo le parole testamentarie del soggetto parlante su cui si chiude la sezione: «davvero non ti accorgi / di quanto sono diverse le persone / delle sette da quelle delle otto? / dimostrano scarsa ragionevolezza / sono ombre più deboli ogni giorno / hanno il fuso in assetto di guerra / si ostinano nelle permute / sono la nostra specie finita…»: la classificazione dell’umanità in due categorie, diversificate per orario di ‘accensione’, riferisce, senza facili patetismi, l’implacabile adattamento della specie ai ‘tempi moderni’).
Ma se Corsi sceglie per guardare e riferire il bìos, dei singoli individui o delle masse, un linguaggio intenzionalmente ‘sfumato’, l’esistenza corporale, la zoè, è indagata, fino alla sua natura più elementare, e riferita col lessico più tecnico delle scienze post-copernicane-darwiniane-mendeliane. Così la condizione di «piccoli sussulti del creato» che condividiamo con gli altri infiniti mondi ha in ci guardano intorno dalla terra un indubbio trattamento diegetico che non si sottrae a un prevedibile colloquio col Leopardi della Ginestra, tuttavia l’intera sezione, «primi crediti» (e in parte «docili stelle ignare»), parla la lingua delle ultime scoperte astronomiche. Corsi si avvale infatti tanto direttamente del vocabolario settoriale – si pensi a una coordinata spaziale come quella riferita in oltre la nube di oort, in questa – quanto del patrimonio teorico della disciplina specifica, utilizzato in chiave figurata: è il caso del «cavaliere sull’orbita polare / nero» su cui si apre la seconda lirica di «primi crediti», figura di un flagello, interiore o esteriore poco importa sapere, che se recupera le immagini di Apc 6, 1-8, trova il suo correlativo oggettivo nel Black Knight, il «presunto satellite che si muove attorno all’orbita polare della Terra», come Corsi spiega nelle note che accompagnano alcune delle sezioni del libro, informando il lettore soprattutto dei referenti scientifici a cui tante metafore si attengono, o da cui discendono formule tecniche. Accanto all’astronomia ravvenano di nuove espressioni la lingua di Pronomi personali altri saperi: la medicina soprattutto, mondo di una ricerca direttamente applicata per la cura dell’umanità (l’esperienza del dolore altrui che si incista nella propria carne – nessun conforto dall’ecolalica nenia dei dottori «la vita si aggiusta», poiché «la vita si aggiusta da sola» finendo – è materia di molte parti della raccolta, come già riferito, in «fine delle trasmissioni», ma anche in «un sanguinamento eccessivo»), da cui provengono termini come «curva glicemica» (idea traslata e applicata ad altra realtà naturale: «la curva glicemica del cielo» di disastroso questo disagio di mari), «cortisone», «arteria radiale» (a riferire realmente la devastante terapia della protagonista di anonima luce di sospetto, anodina e di «fine delle trasmissioni»), o baby blues (titolo di una sezione che assieme alla forma musicale rimanda, come sempre ci informano le note, alla depressione post-partum, così chiamata nella vulgata parascientifica, idioma che smotta propriamente nel gergo popolare, da cui Corsi recupera in nell’elemento k del tuo affetto quelle curiose «termolisi», che in un binomio allitterante ed apparentemente assurdo con «termopili», diventano insegna della nostra più irrimediabile essenza di vinti). La biologia è l’altro importante campo scientifico da cui Corsi deriva voci e cognizioni, come l’ibrido ricostruibile in laboratorio, ma con esito incompleto già noto, di parti di quagga, tropo di un paradosso universale: l’indecifrabilità dell’«intelligenza della materia». Sempre alla biologia rimanda la classificazione dei «piccoli sentimenti» in «eucarioti » e «procarioti», potenziali datori di forma o distruzione all’io poetico, invocati nella lirica proemiale, dove siete stati a cancellarmi; ancora alla genetica fa riferimento il concetto di «mitosi» applicato alla storia in per tutto questo vorticare di situazioni schiarenti. Anche la paleoantropologia rientra nell’ampio spettro figurativo di Corsi, che in non per questo porteremo godimento porta a paragone di quella forma di felicità a cui è intitolata la sezione das Glück (gioia piena – insegna Isherwood –, espressa col suono gutturale del termine tedesco, per cui «la voce scivola giù nella gola, è acqua che scorre senza annunciare ritorno») i sentimenti su cui ‘s’addormentò’ l’uomo di Tollund, reso beato nell’andare a morte dal dono allucinogeno dell’ergot (le affinità tematiche con The Grauballe Man di Seamus Heaney, che il poeta in nota dichiara di aver letto solo successivamente, confermano la piena appartenenza di Corsi a un panorama letterario che non può più essere circoscritto e valutato in un ambito strettamente nazionale).
Poesia volta a un continuo, aperto colloquio con l’attualità; ma Pronomi personali è anche un libro che si raffronta, più celatamente, con la poesia e la letteratura novecentesca. Non stupisce anche in questo caso che, sui quattro nomi enunciati nelle note dal poeta, tre siano stranieri, i già ricordati scrittori d’area anglofona, Isherwood e Heaney (il secondo appartenente alla più prossima contemporaneità), e con questi il grande Mandel’štam del Viaggio in Armenia, a cui si ispirano le liriche di «caravanserraglio». Il quarto nome a cui Corsi si appella è quello di Giovanni Raboni, sulla cui Parti di Requiem Corsi dice di aver esemplato il titolo di parti di quagga, un rapporto che così palesato ci permette di comprendere la funzione pienamente metaletteraria del richiamo alla nuova tecnica scientifica: anche parti di quagga, come già Parti di Requiem («I primi testi sono dei recuperi che ho aggregato […]» così Raboni confessava a Concetta Di Franza), è il tentativo del poeta di mettere in atto il suo esperimento di breeding back per ‘riportare in vita’ con improbabili suture «la somma dei nostri destini felici». A differenza di tanta poesia contemporanea che sceglie la via del più aperto citazionismo, andrà infine constatato come Corsi ricerchi sentieri più riposti per il suo dialogo letterario, che tuttavia è pietra d’angolo di alcuni testi di Pronomi personali. Per fare degli esempi, un alto grado di riconoscibilità si raggiunge con un titolo come docili stelle ignare, che induce almeno a una lettura parallela della sezione con Leopardi, soprattutto il poeta delle Ricordanze, per metonima recuperate sull’eco dell’apostrofe iniziale. Più palese ancora il richiamo all’incipit quasimodeo di Alle fronde dei salici in e come potevamo noi creare. Ma ben più lievi e riposti sono di solito i segni di questi rapporti intertestuali, dove spesso è l’anomalia rispetto al modello a trasmettere il dato più rilevante, come denuncia, per esempio, il recupero del modulo antico dell’ubi est in dove siete stati a cancellarmi, nel cui cambio di tempo verbale si concentra tutta l’essenza della domanda d’attacco: non più sbigottimento inerme per un presente di desolazione, bensì ricerca ostinata di un ‘a monte’ responsabile della fallita forma dell’oggi. Analogamente l’incipit di Rvf 35, «Solo et pensoso i più deserti campi», è nel contempo verso alluso e contraddetto in i più deserti, i più desiderati spazi, giacché tanto la claustrofobica ubicazione del racconto, quanto l’incuria di una «qualunque forma di sorveglianza» del ‘tu’ protagonista della lirica di Corsi appaiono chiaramente riscrivere in negativo il noto canovaccio petrarchesco.

(Francesca Latini)

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