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GIANCARLO PONTIGGIA, Il moto delle cose, Milano, Mondadori, Collezione Lo Specchio 2017, pp. 160, € 18,00.

La dinamica di un moto, un «urto contro urto» di suggestione lucreziana delle cose, della «cosa che si fa cosa» («vortica, l’infinitesima / frazione delle cose»), si sgrana lungo un tempo senza tempo («folgora / come al tempo dei tempi / cognizione»), in uno stato di apparente dormiveglia, disseminata di rovine di neoclassica, quasi neogotica memoria («grondanti muffe di un innominabile ade»), dove qua e là divinità estranee depotenziate di aura mitologica fungono da simulacri archeologici («grembo ctonio / sui cavalli del sole») di un passato che ritorna ciclico («O tempo / come vento / chiuso tormento / sempre cresci e decresci, lento / esercizio dei secoli»), senza sciogliere il nodo della «natura delle cose, polvere / su polvere, ombra / che si disfa in ombra». Il «mondo che si ripete, / incessante», «il mondo / (il mondo!)» che «t’illudi» «giochi a tuo favore», quel «mondo» col suo «frastornante rumore», con le sue «mura incendiate», con le sue «muraglie» che «smottano», le «folate di mondo», «su un orlo qualsiasi di mondo», «dell’inintelligibile / mondo», «l’odore di un mondo non tuo, / chiuso, impervio», «da un punto / smemorato del mondo», risulta essere qualcosa di esterno, di estraneo, visto passare e scorrere, come le ore, da una condizione e fase di immobilità o di resa immobile («t’immoti», «t’incateni») quasi in contemplazione estetica ed estatica, «sospesi fra due mondi / indifferenti, lontani. Eppure niente li separa / se non te, che guardi», con movimento circolare di tensione ascendente e – in forza, per così dire, di una attrazione gravitazionale psichica – di ricaduta verso il basso: «per quanto / il nostro animo si volga / oltre, si espanda / in pensieri celesti, vorticosi, niente / se non per poco / lo appaghi, // e subito / la noia lo prenda, e si resti / come un bastimento in panna.» Il pensiero, annidato nella mente, offre occasioni di difesa e di protezione da un «mondo / che si disfa in mondo, cosa / che ritorna cosa», da questa sorta di corruzione lucreziana della materia, con i «sensi / petrosi, sepolti / in una voragine di fuoco», strati piroplastici di un inferno en plein air («quante fiamme che bruciano, in alto»; «l’anima s’infiamma / nella materia, vaga, / del cielo»). È la «cantina della mente», è il «cavo / della mente» e il suo «covo» e «caverna», la sua «calotta» e il suo «ovario» il luogo in cui «s’intana», «s’incavedia», «s’inventrano» pensieri dell’anima, immagini «grembali» di accoglienza e custodia ancestrale, «pensieri troppo scuri, grevi, / frantumati» messi al «vaglio», al «crivello» della mente stessa, coniando anche voci verbali sul calco di sostantivi.
L’esordio del libro, una epifania onirica e orfica, sembra proporre in forma allegorica un dialogo fra la poesia («ed è lì, lei, fa un cenno / l’ombra funesta troppo amata») e chi sta e la sta sognando, colui che di essa dovrebbe farsi carico creandola: «di’ tu, piuttosto, di’ / qualcosa che valga / per me, per noi, che ti guardiamo», «e fa cenno, nel non so dove del sonno, nel / ben maturato senno della mente / a qualcosa che si cela, s’infima / in brividi […], verbo / che s’intana // in una lingua di troppo gelo, di solo, forse, // vuoto?» Si viene così a porre in essere un curioso contrasto nel contenuto testuale, in quanto i componimenti più ‘reali’, vividi, concreti, narrativi di qualcosa di ‘vissuto’ appaiono quelli ambientati nel sonno e di descrizione di un sogno, a fronte di quelli di allestimento desto e vigile, di argomentazione e sviluppo più meditativo, esposto fino a confini escatologici: «Ho sognato il tour. Ero io [...] In fuga, o, forse, / sempre più lento, imballato, alla deriva [..] nel sonno, la macchina / degli occhi si muoveva / verso i colli, le giogaie, i cieli / altissimi, imprendibili / des Pyrénées sauvages», tra «sudore dei polpacci» e «bava / alla bocca che si disfa»; «Resta nel tuo vallo / di fiamme e di tempo / che cola, lento, e non è // cosa che lo argini, né dito / che saldi la fessura, immane». Il congedo del volume, poi, non a caso intitolato «Il tuffatore (Prima di ogni epilogo)», riferito all’affresco di Paestum, fa i conti con il possibile vuoto esistenziale al centro della vita, richiamando il vuoto verbale del componimento iniziale. «Una svolta, fine, poi. È quel poi che lo assilla. […] Buttarsi non / buttarsi.» Si chiude dunque quel movimento circolare già più volte comunicato, ad esempio, nel «Chi s’incammina, / già pensa al suo ritorno. / Ma chi resta, // salpa ogni giorno», oppure nel «Tutto è natura, anche la fine […] il soffio / che da noi evade, / scatta, sale, / sormonta / il giogo immenso del tempo, poi / sbatte, precipita, / s’infima / nella corteccia delle cose, // fumo, fuga, / impronta di ciò che fu, ultima // ruga»: come se l’imbocco di una tangenziale accogliesse la salvezza di un gattino nelle mani casuali di un automobilista, e poi l’imbocco sul confine opposto della città di quella stessa tangenziale, per mano di un’altra, inconsapevole, vettura, constatasse tempo dopo di quello stesso gattino, ormai cresciuto, l’inevitabile, fortuito, schianto.

(Giuseppe Bertoni)

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