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RODOLFO ZUCCO, Bubuluz, Milano, edizioni del verri, 2017, pp. 95, € 12,00.

Rodolfo Zucco organizza le poesie di Bubuluz, sua raccolta d’esordio, attra­verso una ratio centonaria: il «ritaglio», il frammento, la citazione vengono assem­blati e ibridati ai versi dell’autore, talvolta in forma di «pastiche o fragment», deline­ando un «esercizio di scrittura secondo la tecnica che il Genette di Palimpsestes chiama versification» – come indicava già Zucco in occasione della prima uscita in rivista di alcuni testi. L’oggetto poetico prodotto assume una dimensione estre­mamente plastica: le scritture e riscritture di Bubuluz risemantizzano, edificano un senso nuovo rispetto a quello assunto dall’ipotesto; la dinamica è resa esplicita nella poesia Busto, efficace mise en ab­yme del gesto: «Privo di corpo, di am­biente, di legami / con un tempo e uno spazio definiti / il volto diventa una ma­schera / atemporale – e // la modella ri­dente / del busto originario / è ormai solo il ricordo / in cui si solidifica una forma».

La raccolta è divisa in due parti, Di­strazioni, restituzioni e Distrazioni prime e ultime, le quali dispongono le poesie rispettivamente nelle sezioni Dove erava­mo prima, Umwälzung, Roland, Schulz e Undici, Maniera nera. I «ritagli» si configu­rano come variazioni, lacerti di conversa­zioni, messaggi e corrispondenze privati, polittici che declinano uno stesso tema, esercizi di stile. Il minimo comune divisore di un materiale così eterogeneo si trova nella frammentazione della forma: l’uso di discorsi diretti, parentetiche, caratteri corsivi, puntini di sospensione (spesso a inizio o fine componimento), ellissi e strofe sfrangiate, ostenta una frattura interna al testo, palesandolo come oggetto scom­ponibile. È l’emersione di queste crepe a suggerire due caratteri propri delle poesie di Bubuluz: l’inibizione del dialogo tra gli individui, che confina al monologo le voci di soggetti sconosciuti che non ricevono risposta dal ‘tu’ o dal ‘voi’ ai quali si ri­volgono; e la negazione di un’individualità monolitica, di una definizione identitaria, lasciando piuttosto il lettore assistere alla scomposizione del soggetto, che diluisce nelle parole degli altri sé stesso («E spii, spii come parlano / gli altri esseri umani»), confondendosi dentro a un ‘noi’, renden­do impraticabile la ricostruzione esatta di una biografia. La variazione viene as­sunta anche nel verso, che si fa inclusi­vo, oscillando dal monosillabo incipitario alle parole isolate, passando per i versi della tradizione italiana fino ad arrivare a endecasillabi a cavallo tra due strofe e a versi-frase di 15 sillabe. Si profila un’atten­zione formale annunciata talvolta dal testo stesso, una funzione mimetica che porta, per esempio, al seguirsi scalare di deca­sillabo, novenario e ottonario dove i versi recitano «costruita dentro una salita – / con una trama che saliva / e un finale che scendeva», e all’isometria dichiarata, con la ripetizione del settenario: «ripetute se­condo / un unico modello». Esercizi come questo corroborano un’istanza di stra­niamento che struttura l’intera raccolta: in molti casi, il collage dà per risultato un accostamento di scritture apparentemen­te irrelate, anacronistiche, cortocircuitate; la sottrazione di un’identità riconoscibile e unitaria («Mi posi davanti / allo specchio per annodarmi la cravatta, / ma la sua su­perficie, / come uno specchio concavo, / nascondeva al suo interno la mia imma­gine») destabilizza e consente al verso un’assertività non vincolata; il pastiche lin­guistico affianca lingue straniere, dialettali e forme arcaiche all’italiano standard, ma anche lacerti di conversazioni private tra sconosciuti possono darsi come linguag­gio estraneo («Senza capire / una parola di quel linguaggio straniero, / ascoltavamo con rispetto quella / conversazione ceri­moniosa, piena / di sorrisi, di strizzatine / d’occhio, di affettuosi e delicati / colpetti sulle spalle»); sono molte, infine, le poesie di carattere patentemente manieristico, enciclopedico e saggistico (si veda il te­sto Domare, che versifica i significati del lemma così come verrebbero indicati da un dizionario; o il testo eponimo, Bubuluz, breve cronaca quotidiana: «Sul prato / di prima Bubuluz ottiene / grandi successi: acchiappa / rapidamente, uno / dopo l’al­tro, tre grossi topi / di campagna»). Tutto ciò è tanto più straniante se si conside­ra l’attrito tra queste poesie e quei versi eminentemente lirici, intimistici, nei quali emerge fugacemente, dal caleidoscopio di voci, la prima persona dell’autore («Ero seduto dove era stato spesso / papà e fumare mi sembrava / la cosa giusta da fare / secondo un senso delle cose / che aveva cominciato a insinuarsi in me»). Le poesie di Bubuluz sono state scritte tra l’estate del 2013 e la primavera del 2015. La nota dell’autore, in fondo al volume, in­dica alcuni antecedenti di questa forma in Toti Scialoja, Elio Pagliarani, Jolanda Insa­na, ai quali aggiungerei certi ready made linguistici di Valerio Magrelli. Zucco non fornisce al lettore alcuna indicazione circa le fonti dei suoi fragments, nessun ausi­lio per districarsi tra le sue costruzioni; e, d’altra parte, sarebbe superfluo farlo: «Do­vrei spiegarLe / le circostanze, ma forse / guasterebbe l’effetto, non Le pare?».

 

(Francesca Santucci)


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