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PAOLO FABRIZIO IACUZZI, Folla delle vene, Reggio Emilia, Corsiero editore, 2018, pp. 92, € 13,00.

Folla delle vene è la quinta raccolta di una serie inaugurata con Magnificat (I Quaderni del Battello Ebbro 1995) e proseguita con tre volumi pubblicati per Aragno: Jacquerie (2000), Patricidio (2006) e Rosso degli affetti (2008). Questa silloge è uscita nella collana «Strumenti umani» diretta da Alberto Bertoni, per l’editore Corsiero di Reggio Emilia.
Paolo Fabrizio Iacuzzi, critico, redattore editoriale e operatore culturale, si e ritagliato negli anni uno spazio distinto nella scena poetica contemporanea grazie a una poesia generosa, di ampio respiro, che racconta senza essere narrativa. La prima caratteristica che colpisce in questa silloge e un’architettura straordinariamente coerente. Nella prima poesia si fa riferimento a ponteggi, mattoni, cemento; elementi costitutivi di un edificio reale che è anche l’ossatura, l’impalcatura della costruzione letteraria: «Il rantolo della betoniera // che inquadra la vita. Impasto le lacrime / e il canto sordo. Fo la rosa (...)» («Maestro della rosa»). 
In un libro così sapientemente disegnato assume un’importanza rilevante il paratesto. Viene spontaneo chiedersi, riflettendo sul felice titolo, cosa sia la folla (gli altri, il pubblico, i ricordi?) e cosa siano le vene (il privato, l’interno, tutto ciò che scorre e passa?). Ci viene in soccorso l’epigrafe generale, tratta da Mandel’stam: «Tutti tastavano il polso della folla, in lei credendo» in cui quel «tutti» fa riferimento a una sublime compagnia di letterati e musicisti del passato (Mozart, Schubert, Goethe, Shakespeare...). La folla, quindi, è l’umanità vista in stretta relazione con un novero di figure archetipiche, le stesse che ‘scorrono’ nelle vene del poeta, ma è – al tempo stesso – una moltitudine di vene, di filoni auriferi, gli affluenti o tributari culturali che ci rappresentano e ci determinano. La nostra realtà, sembra dire l’autore, e mediata e resa reale attraverso il fluire dell’arte, attraverso la dialettica incessante con personaggi e forme, letterarie come artistiche. Anche il sottotitolo Il museo che di me affiora, allude a un rapporto privato, soggettivo con l’arte, con riferimento alle opere e alle immagini (i «quadri») che ci formano, che costituiscono il nostro modo di essere, come si evince anche dal titolo di serie: La vita a quadri n. 5 rosa, che mette questa raccolta in relazione con le altre opere di Iacuzzi, ognuna caratterizzata dalla predominanza di un colore. Perché il rosa? Oltre alle ovvie denotazioni coloristiche e botaniche, non è peregrino pensare anche a una ‘rosa di nomi’, un repertorio di oggetti e persone cari al poeta, in sintonia con le varie accezioni del termine «folla» esposte in precedenza. Il rosa rimanda anche fatalmente al femminile (in questo caso la presenza muliebre nella vita di un uomo) e al confronto con la figura materna, all’omosessualità e all'omofobia (il triangolo rosa), al ciclismo e alla bicicletta (la maglia rosa di Pantani).
Le caratteristiche salienti dello stile di Iacuzzi, in coerenza con questo profluvio di connotazioni e rimandi, sono liquide e fluenti: anafore, enjambement, parole ricorrenti, riprese formulaiche (con un tributo alla musicalità tipica del trobar provenzale). Il linguaggio, pur senza rinunciare alla leggibilità, è sempre liricamente carico, sempre piacevolmente inaudito, e tale effetto è reso attraverso forzature sintattiche, inversioni, deviazioni semantiche, slittamenti di senso, dotte allusioni, in un ricco e coerente tessuto intertestuale. Poeta avveduto e padrone dei propri mezzi espressivi, Iacuzzi opera una sintesi fra tradizione e tecniche contemporanee e, nelle parole di Roberto Ruffilli, fra «intento comunicativo e virtù liriche».
Il volume è suddiviso in nove sezioni seguite da altrettante didascalie. La prima sezione, «Maestro della Rosa», è dedicata a Sebastiano Aglieco, poeta e maestro elementare, ma anche ‘mastro di bottega’ di un fine artigianato poetico. Il dialogo che si attua nella poesia di Iacuzzi non è solo tra le arti, ma anche tra poeti presenti e passati. Nella prima poesia, come detto, c’è già tutto. La necessità di un’architettura, di una costruzione, di un impianto di riferimento. Esattamente come in Leonardo, come in Michelangelo. In questo contesto tutto il repertorio di correlativi oggettivi ricorrenti (folla, rosa, vene, bici, scarpe) sono i chiodi che tengono insieme l’impalcatura lirica della raccolta. La collaborazione e il sodalizio poetico è alla base anche della seconda sezione, «Il tempo degli amici», in cui si rievocano nove momenti di un’esperienza collettiva italo-francese di traduzione reciproca tra poeti. Nella ripresa: «non c’è più tempo amici per le cose» si sottolinea il fluire del tempo, giurato arcinemico del poiein. La traduzione, in un vertiginoso alternarsi di inopinati successi e catastrofiche cadute, viene presentata come atto etico, esistenziale e ontologico. Come un arduo gesto creativo e ri-creativo in cui le parole sono «dolci ma impervie» e i poeti sono «fuoco e cenere del senso». La terza sezione, «Folla rosa», anch’essa ispirata alle arti figurative, nella fattispecie alle sculture di Antonio Crivelli per un’edizione fiesolana dell’Edipo Re, presenta la ripresa significativa: «Cosa cerchi nel mondo» a rappresentare la quest dolorosa che ogni vero artista non smette mai di intraprendere; la quarta sezione, «Magliarosa Frankenstein», si avvale di un linguaggio piano, domestico, nell’evocazione di quell’eroe tragico moderno che è stato Marco Pantani, col suo essere allo stesso tempo eroe e trasgressore, proprio come lo scienziato senza limiti di Mary Shelley. Sempre ispirati e determinati dalle arti figurative i testi della quinta sezione: «Meditazione sopra il mosaico di Teodora a Ravenna» e della sesta «Meditazione sopra la Vergine delle Rocce di Leonardo» in cui i celeberrimi dipinti assumono connotazioni allo stesso tempo nuove, intime e universali.
La settima sezione «La bici con le scarpe» e l’ottava «Scarpette rosa» enfatizzano gli elementi privati, i dati autobiografici, all’interno di un tessuto di riferimenti intertestuali che fanno da trama indissolubile alla nostra esistenza, in bilico tra i piccoli eventi quotidiani e l’epopea della nostra formazione culturale e umana. Nella terza poesia si riprende con esiti poeticamente assai felici la metafora ricorrente del costruire, estendendola dall’arte alla vita: «Stare dentro una casa / e scavarsi gli archi dentro il rosa delle pareti. / Perché ritirarsi dentro e sognare ancora di più / la luce. Non esiste amore senza architettura.» Nella nona sezione, «Salva con il cognome», la petrarchesca Laura e descritta come la ninfa di Vaucluse e Il poeta («I:» che sta per ‘io’ e per l’iniziale del cognome) si offre come suo interlocutore.
Rimane da dire delle didascalie, contrappunti in corsivo al termine di ogni sezione che offrono un’ulteriore riflessione, un punto di vista a volte eccentrico, a volte riassuntivo rispetto al tema affrontato nel quadro principale. A volte sono correlate tra loro in una specie di dialogo a distanza. In Fuoco di ferragosto, ad esempio, nel ricordare un episodio dell’infanzia del poeta e alcuni gesti quotidiani della madre, si ritrovano alcuni elementi simbolici (le tende, il fuoco, il rosa) già introdotti ne Il museo che di me affiora. O in Folla di migranti, per il tondo Doni di Michelangelo conservato agli Uffizi, in cui si attua una superba trasposizione di significato e ricontestualizzazione della celebre opera michelangiolesca. Il bambino che «non sa dove viene o dove va» «scavalca la madre» e ambiguamente, e «salvo dalla madre» (ne viene salvato o ne è salvo? Rimarrà – come il poeta – ancorato alla impronta materna o se ne affrancherà?) mentre gli ‘ignudi’ sullo sfondo sono equiparati a «migranti» appena giunti da dove «il paradiso è finito». Durante la lettura ci si accorge come lo sguardo del poeta sulla realtà sia allo stesso tempo serio e faceto. Alcuni versi rivelano con ironia (e autoironia) quanto sia vana e anacronistica la ricerca di un senso: «Salto sul primo verso che passa. / Faccio l’autostop» («Il tempo degli amici » VI); quanto sia ardua la ricerca della poesia: «Al poeta di luce // resta la sola scia dei rifiuti lanciata / da una crociera in transito» (Fondamenta Venezia) e quanto anche le tragedie della Storia siano riconducibili a un banale sollievo: «Ho pensato questa / volta l’ho scampata bella.» («Maestro della rosa»). Uno sguardo, quello di Paolo Iacuzzi, che ci appare allo stesso tempo appassionato e disincantato, concentrato sulla folla di figure esemplari, di modelli artistici ed esistenziali che servano da paradigmi, da chiavi di lettura per l’inane frivolezza dei nostri giorni.

(Andrea Sirotti)

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