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GIANCARLO MAJORINO, La gioia di vivere, Milano, Mondadori, 2018 (Lo Specchio), pp. 120, € 18,00.

Se si dovesse scegliere una figura che sappia sintetizzare, a mo’ di primo reagente critico, l’impressione complessiva prodotta nel lettore dal testo de La gioia di vivere, si potrebbe far ricorso all’immagine del vortice. Ciò in riferimento non tanto ad una forza distruttiva, quanto ad una dinamica ove all’inesausta tensione energetica si associa la capacità di prendere assieme una molteplicità di elementi frammentari, e continuamente sommuoverli, rimulinarli in un impulso centrifugo ininterrotto.
In effetti, fra le varie costanti storiche della poesia di Majorino che tornano nella raccolta, ancora una volta prioritario pare essere il motivo di fondo della sua poetica, vale a dire la volontà titanica di restituzione della totalità. Spesso i versi di Majorino tornano, secondo la modalità della riflessione metatestuale che è una delle cifre del libro, sulla possibilità di resa della molteplicità ‘dispersa’ del tutto, a partire dal più volte ripetuto (con minime variazioni): «L’Universo è da esporre su più che si può». Programma di cui si specifica il metodo nei versi, ancor più emblematici, immediatamente successivi alla sua prima occorrenza: «come posso? / con qualche trama comune di tutto». Il turbinare del «pensarescrivere» si dà allora come ulteriore tentativo di costruire una forma che aspiri ad afferrare tale eterogeneità. Un’eterogeneità, si badi bene, di cui il soggetto fa parte. E dunque (lo rilevava Biagio Cepollaro qualche anno fa) entro la quale il soggetto si disperde, o meglio disperde la sua supposta unità, ed il supposto privilegio della propria interiorità. Un’altra scansione dell’immagine del vortice è infatti quella dell’abbraccio, del legame circolare fra l’io poetico e le cose. Non c’è più un osservatore che si pone a distanza e che ‘oggettiva’ il mondo. Se da una parte resta fortissima, nel libro, la vocazione etica da sempre riconosciuta alla poesia di Majorino, cioè lo sforzo conoscitivo di un soggetto che interroga la realtà in cerca di una forma totalizzante in grado di figurarla («l’io teso a conoscere » recita un verso del libro), dall’altra lo stesso soggetto che di quello sforzo si fa carico, finisce con il fondersi, nella scrittura, alla totalità del tutto: «non più partiti né chiese, il DAPPERTUTTO / muoversi da qui, sentendo ognuno ovunque», o ancora: «come faccio esser allegro? vivendo / nella molteplicità».
Tuttavia, per quanto i versi de La gioia di vivere prendano insieme, nello stesso movimento- tensione della scrittura, i dati ‘esterni’ della realtà e il moto interiore dell’autore, quest’ultimo pare possedere una rilevanza prioritaria. La spezzatura del dettato testuale, costruito spesso per spunti, per frammenti di riflessioni, a volte quasi per massime, sembra delinearsi in qualche misura come la cronografia del pensiero autoriale. Un pensare, certo, per aggregati verbali che in quanto costruzioni formali sono già un esito, (siamo lontani dall’automatismo surrealista), ma in ogni caso un pensare di cui si coglie il lavorio continuo. Un esempio: «I / L’enorme radunarsi di semiuguali / così spesso le frange dei viventi, i loro polsi simili… / l’autore entra tramite stile? non solo // “il mondo giungente” ci lavoreremo / l'universo è da esporre..? più che si può // II / il Dappertutto // III / e da un momento all’altro fine di vivere / scrivendo mi sento ogni volta portato in salvo / “il licenziato e poeta” quasi titolo // IV / l’agire ripreso di chì studiascrive / tutta avvolta può la lingua penetrare / agire ripreso l’agire ripreso».
A mostrarsi è qui la traduzione del movimento irregolare, franto e zigzagante del ragionamento; un pensiero-movimento, appunto, uno «studiarescrivere» dove la scrittura si vuole il gesto di continuazione ideale, fisica della riflessione. Quest’ultima investe oggetti diversi: l’oceano della realtà e degli uomini («l’enorme radunarsi di semiuguali»), ma anche il lavoro poetico in farsi, attraverso l’annotazione di espressioni o frammenti di versi da riprendere («ci lavoreremo»), quasi appunti di un lavoro in progress; le parole d’ordine della poetica di Majorino («Il Dappertutto»), ma anche la registrazione dello stato emotivo dell’io poetico (il senso di prossimità della morte, la percezione della scrittura come ciò che «porta in salvo»). Due elementi formali mi pare contribuiscano a generare quest’impressione di un pensiero colto nel suo turbinare, ulteriore declinazione dell’idea del vortice: il primo è il ricorso, molto frequente, all’autointerrogazione, come manifestazione a un tempo del modo di procedere del ragionamento (un procedere incoativo, per approfondimenti, dubbi, correzioni) e dell’incertezza, di fronte all’interpretazione del reale o alla previsione del futuro. Il secondo è la figura della ripetizione, declinata nella raccolta in diverse forme (ripetizione ravvicinata o a distanza, ripetizione identica o con minime variazioni). Versi interi, singole espressioni, spunti, ritornano in contesti diversi, ripresi e riattivati, reinvestiti d’energia. Un funzionamento a spirale, insomma, per rinnovamento d’impulsi, un ressassement visto non come ripetizione sterile («salgono silenzi di vita stracotta / con ripetizioni prive di nascita») ma come possibile principio di creazione.
D’altronde l’idea del ripresentarsi, e ancor più della ri-presentificazione di ciò che è stato, si manifesta in modo forte anche applicata all’orizzonte più ampio del rapporto fra presente e passato, del tempo storico o di quello biografico individuale. La lettura di Howard Zinn dà l’occasione all’io ragionante di riattraversare frammentariamente gli eventi della storia americana a partire dalla sua nascita, mischiati talvolta a memorie personali («tra loro, noi solo pronti a uscire / tenendoci per mano girando per Londra / corteo bellissimo Sessantotto e/prim’incontri con tele profonda Bàcon / Enrica Villain e ’l Majorino, sempre// “esseri umani organizzati in Vietnàm” / millenovecentosettantadue sconfissero / lo stato più ricco e potente del mondo»). Un percorso che si vuole occasione di rifertilizzazione del presente da parte di un passato a sua volta reinvestito di senso e di attualità: «continua: vecchio e malato, sono ancora / per comprendere e scrivere quanto tempo ancora? / questo suscitante radioso di Zinn, “riepilogo”; / posso devo spanderne gli alimenti, òggi per es.; / nel neolibro, parlando eccetera». «Spandere gli alimenti» di una riflessione su ciò che è stato, dunque, in una dimensione poetica e cognitiva in cui «vari passati tornano presenti» (un altro dei frammenti che si ripete, nel testo, in molteplici varianti), ed in cui la linearità cronologica è messa in discussione da una visione della temporalità profondamente alternativa.
È poi da rilevare come la riflessione sul tempo si leghi anche a un altro, importante motivo del libro: l’Utopia, la capacità di immaginare e dar forma, quasi convocandolo, al possibile: «cosa potrebbe essere / pensiamoci / la fine delle distanze finanziarie / il fluire e il rifluire dell’uguaglianza / lo spegnersi crescente dell’ìo ìo scemo // le meraviglie tutte a venire ignote / della convivenza amica, amorosa giorni/anni / da reinventare». Non siamo, qui, così distanti dal precedente tentativo di presentificazione, ma in questo caso è al futuro che lo scatto vitale del linguaggio chiede di attualizzarsi («un presente-futuro qui con chi ne ha voglia»), di prendere vita. È anche questo il senso di quello «scossone blando» che Majorino dichiara voler realizzare con i propri versi (anche definiti come «versi scossi»). La sperimentazione linguistica spinta all’estremo, lo spettro vastissimo dei procedimenti, assieme di rottura e reinvenzione, lessicale e sintattico testuale, aspirano a configurare, certo, un paesaggio di parole che possa corrispondere al «dappertutto» esploso della realtà, ma sono anche gli strumenti attraverso i quali il linguaggio, manipolando, forzando se stesso, aggredisce il mondo, «assedia» la realtà da cui è assediato, per fornirne un’immagine inedita, mai schiacciata sul già visto e cercare di dare presenza a ciò che ancora non esiste.

(Giovanni Solinas)

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