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GIULIA MARTINI, Coppie minime, prefazione di Francesco Vasarri, Latiano, Interno Poesia, 2018, pp. 136, € 13,50.

In linguistica, il metodo delle ‘coppie minime’ è un procedimento empirico e analitico che serve a determinare quali sono i fonemi di una lingua: «Quando due suoni ricorrono nelle medesime posizioni e non possono essere scambiati fra loro senza con ciò mutare il significato delle parole o renderle irriconoscibili, allora questi due suoni sono realizzazioni fonetiche di due diversi fonemi», scriveva nel 1939 il linguista russo Trubeckoj. Coppie minime di Giulia Martini sperimenta le forme della poesia, senza cedere al potere ludico della combinazione né alla molteplicità dei significanti, per creare un orizzonte lirico linguisticamente plurale, teso a esplorare le possibilità metamorfiche e relazionali dell’io: se, da una parte, l’utilizzo frequente di marche deittiche pronominali sembra suggerire un tipo di soggettività ipertrofica, dall’altra, l’io esiste sempre in relazione ad altre entità testuali e muta in rapporto ai suoni e alle tradizioni poetiche che Martini inserisce nel suo percorso ‘minimo’.
Alla soggettività imperante di tanta poesia contemporanea, fondata sull’annullamento o sul potenzialmente dell’io, nonché su una costruzione profondamente macrotestuale (o narrativa) del libro di poesia – anche in Coppie minime si può ricostruire uno schema di questo tipo, ma l’autrice procede programmaticamente per negazione (o decostruzione) della tradizione –, Martini contrappone un io mediale che si manifesta e si nasconde nel testo attraverso i testi e alle loro possibilità linguistiche, grammaticali e retoriche: «Mi mitigo / il tuo deserto con moti per luogo – / diverto ogni tuo niente in desinente / di caso e numero, nome persona / e tempo nel verbo, / se è vero il Verbo / che non di solo pane vivrà l’uomo / ma d’ogni dïavolo di parola. // (E così via, e così via dicendo)» (p. 24).
Le traiettorie dell’io descritte da Martini seguono un paradigma specificatamente fenomenologico che trova nella differenza il proprio trait d’union: «Deserto come sfondo del tuo desktop / che popoli d’icone e di risorse – / risorgo proprio lì, da qualche pixel / sgranato per stanchezza in un miraggio» (p. 21). La frattura mediale di cui il «pixel / sgranato» è cifra si traduce sul piano lirico in una continua ricerca di combinazioni tra l’io e l’altro, sia a livello pronominale («Un’altra cosa che mi resta: / il tuo nome nel mio cognome», p. 39), sia relazionale («Lasci il tuo nome / nel frigo insieme agli Smarties. // Tutto quello che ha un rito / ti ripropone», p. 52); parallelamente al piano della combinazione, Martini attraversa questi confini osmotici dell’io anche sul piano della sostituzione («Sono il tuo nome come un rimorso / dal sottosuolo. / Sopravvivono / a dozzine le mie parti di te // nelle nove parti del discorso », p. 59), sicché ogni tessera testuale diventa una «flessione» (p. 73), una forma di riscrittura («Vado a riscriverti tra qualche / mese, da qualche casamento», p. 79) che trasforma il «mistero del nome» (p. 104) in un cosmo di «parole» (p. 122), strutture di significato che permettono all’io di rimodulare il proprio discorso lirico intorno alla dualità (plurale) degli assi linguistici («Ma mi rivolgo a loro e parlo io», p. 122:); non sarà un caso, allora, che la poesia conclusiva del libro abbia come titolo Adorno, Wittgenstein, Genette: la dialettica di Martini è squisitamente negativa; il mondo delle coppie minime è, wittgensteiniamente, «tutto ciò che accade»; l’io è, genettianamente, un palinsesto, un ente trans-testuale che racconta e si racconta lungo cinque livelli (intertesto, metatesto, architesto, paratesto, ipertesto).
La silloge di Giulia Martini si può leggere attraverso queste tre componenti che estendono il processo lirico dell’autrice oltre gli spazi testuali di Coppie minime e creano un tessuto linguistico plurale, fortemente proiettato verso il futuro e a successive forme di riscrittura: «Tutti quelli che silenziosi siedono […] / […] mi chiedono quando pubblicherò il prossimo libro» (p. 121). In questo senso, la produzione lirica di Martini è diacronicamente intertestuale, formalmente instabile, una sorta di «breve spazio tra un ancora e un già» (p. 110), dove la temporalità sincronica è parte di un orizzonte aperto che si definisce in termini dialogici e negativamente dialettici. La forza della poesia di Martina risiede, dunque, in questo sforzo negativo e differenziale, nella sua cosciente opposizione alle canoniche forme macrotestuali della lirica contemporanea, cui l’autrice oppone, strenuamente, un «[c] anto», «questo che sento come carcere / lacuàle per irrigarti chance. / Nel deserto, la quale ti battezza, // non mai dimenticarmi sola cosa: / prigione vale di cantiere aperto / il nome» (p. 18).

(Alberto Comparini)

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