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ALBERTO COMPARINI, Geocritica e poesia dell’esistenza, Milano- Udine, Mimesis Edizioni, 2018, pp. 356, € 30,00.  

Per parlare dell’ultimo libro di Alberto Comparini, Geocritica e poesia dell’esistenza, è utile iniziare dalla sua struttura e dal metodo che l’autore ha adottato. Il saggio è formato da quattro capitoli che possono essere raggruppati in due sezioni principali. La prima indaga la diffusione dell’esistenzialismo in Italia a partire dagli anni Trenta (capitolo I), ed esamina in particolare la fenomenologia e l’esistenzialismo nella ‘scuola Banfi’ (II). La seconda parte del libro approfondisce le interferenze tra filosofia e poesia nelle opere di Antonia Pozzi (III) e Vittorio Sereni (IV). Sulla scia degli studi di Frémont, Westphal, Löw, Schlögel e Soja, il taglio metodologico è di stampo esplicitamente geocritico. Questo approccio è assodato e diffuso, ma non scontato per studiosi di formazione storico-filologica italiana, che, come dichiara l’autore, devono sforzarsi per concedere il «primato epistemologico alla Geografia» piuttosto che alla Storia.
Il saggio comincia seguendo le tappe del rapporto fra esistenzialismo e letteratura nel Novecento italiano, e procede con un percorso attraverso i centri propulsori dell’esistenzialismo: Roma, Firenze, Milano, Torino e Padova. Le ultime quattro città si identificano per uno sguardo personale sull’esistenzialismo: la ricezione fiorentina è propriamente estetica, la padovana metafisica, la torinese «r-esistenziale» e marxista, mentre la milanese ‘scuola Banfi’ legge l’esistenzialismo in chiave fenomenologica. A partire da questa ricostruzione fino ad arrivare al capitolo su Sereni, il lavoro dell’autore si distingue per una notevole ricerca bibliografica: Comparini ha censito una consistente quantità di testi utili per approfondire i temi trattati. Peccato che il volume non preveda una bibliografia finale: in più di mille e quattrocento note a piè di pagina gli spunti rischiano di smarrirsi, mentre un’organizzazione sistematica avrebbe reso agevole la consultazione di un così nutrito apparato bibliografico.
Durante gli anni Trenta e Quaranta, nel macrocosmo di una «filosofia della crisi», il problema dell’esistenza ha occupato gli studi e l’insegnamento di Banfi, il cui orizzonte epistemologico aveva la «pretesa filosofica di ricongiungere l’essenziale e l’esistenziale». Per Banfi il piano estetico è il trait d’union tra esistenzialismo e fenomenologia, la quale diventa il «metodo per interrogare l’essere». Il linguaggio – in particolare il linguaggio della poesia, depositario di un’«istanza profondamente legata all’apertura della ragione» – è il mezzo che permette di approfondire i meccanismi dell’esistenza. In generale, il pensiero di Banfi concepisce l’arte e la poesia necessariamente intrecciate alla vita: come da titolo del volume, si tratta di poesia dell’esistenza.
Se molte cose sono già state dette sull’opera di Sereni, anche in relazione alla ‘scuola Banfi’, mancava ancora un saggio che ne analizzasse in maniera sistematica gli spunti filosofici. Per quanto riguarda Pozzi, invece, Comparini sottolinea come il suo rapporto con la scuola di Milano non sia stato adeguatamente affrontato sul piano filosofico, «sebbene la produzione lirica della poetessa abbia attraversato, storicamente e testualmente, la transizione […] dalla fenomenologia all’esistenzialismo». Il percorso poetico di Pozzi, infatti, si apre con una negazione dell’idealismo crociano e un’affermazione della vicinanza alla realtà fattuale – identificate da Comparini nei versi di Filosofia, risalente al 1929 –, e attraversa in seguito un ‘periodo fenomenologico’ (1929-1933). Una prima apertura all’esistenzialismo viene rilevata dall’autore nel campo semantico di Limiti, poesia datata 1932; in questo periodo Pozzi avverte la debolezza filosofica di una «postura unilateralmente fenomenologica del soggetto, incapace di cogliere a pieno la datità del fenomeno fino a una potenziale comprensione del senso dell’essere». Attraverso la lettura dei testi di Pozzi, Comparini individua il movimento che porta la poetessa a intrecciare la fenomenologia con l’esistenzialismo, negli anni successivi, fino al suicidio (1938).
I passi dedicati a Pozzi e Sereni sono direttamente proporzionali alla consistenza della loro produzione poetica: mentre il discorso sulle Parole si esaurisce in poco più di trenta pagine, il capitolo dedicato a Sereni occupa più della metà del saggio. L’autore percorre le quattro raccolte sereniane nella loro interezza e le affronta come «mezzo di indagine storico-estetica del proprio tempo»: «dopo aver esperito la fenomenologia del mondo e la postura dell’essere dell’esserci in Frontiera, l’essere-in-situazione-limite del Diario d’Algeria e il relazionismo con i morti degli Strumenti umani», in Stella variabile si «partecipa alla fenomenologia del mondo secondo un ‘nichilismo metodico’, nella misura in cui la riflessione estetica parte in principio dal nulla (e non dall’essere) senza alcuna pretesa di risoluzione dialettica e di superamento del vuoto».
L’indagine ravvicinata dell’opera poetica di Pozzi e Sereni fa sì che anche per chi si occupa di poesia contemporanea, ma non propriamente di interazioni fra letteratura e filosofia, il saggio di Comparini possa essere uno strumento di studio e approfondimento. Mentre nella prima parte del libro l’autore concede il primato alla geografia, alla quale è spesso associata una pratica di distant reading – basti pensare al lavoro fondamentale di Franco Moretti –, nella seconda Comparini riesce a coniugare questa prospettiva con il close reading. La qualità che spicca nei capitoli III e IV è, infatti, la presenza costante del riferimento testuale, che segue l’ordine delle poesie nelle raccolte esaminate. Questo approccio fa in modo che non si perda la geometria della raccolta poetica, la sua precisa disposizione testuale che segue un certo ordine del discorso. Inoltre, l’analisi di moltissime poesie – quasi tutte, sicuramente le più significative – permette all’autore non tanto di riscontrare nei versi ciò che sostiene, quanto piuttosto di elaborare una tesi a partire dai versi, ed evitare così il rischio di argomentazioni distanti dall’evidenza testuale: è il testo il punto di partenza che permette di sviluppare il discorso.
Come si augura l’autore nella premessa, si spera che questo saggio possa essere un primo, incisivo, stimolo a costruire le fondamenta di un’«ermeneutica letteraria basata sulla geocritica di scuola francese e tedesca», magari seguendo l’esempio della felice congiunzione con una solida pratica di analisi del testo.

(Francesca Del Zoppo)

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