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ROBERTO DEIDIER, Solstizio, Milano, Mondadori, 2014, pp. 166, € 16,00.


        Oltre alle immagini e a quello stile che si è fatto sempre più riconoscibile e chiaro, qui del tutto classico nella sua ferma evoluzione, la nuova raccolta di poesie di Roberto Deidier, la più consistente, cela sotto la sua patina uniforme una tensione che, con moto lento e incessante, scalza i diversi livelli della nostra modernità, sedimentata fino ai limiti estremi della propria condizione. Già in apertura, quella figura che, valigia in mano e passo incerto e retroattivo tra memoria e rovine, diviene emblema ulteriore rispetto alla Statua di sale, non è forse specchio di quell’angelo che Klee ha individuato, geometricamente, come indice di tutte le contraddizioni di un’età che, in sostanza, è ancora la nostra? «Non ci sarebbero più stati i vivi, / Neppure lui rivolto alla rovina: / Scrutare nel presente era lo stesso / Che fissare in faccia la distruzione. / Si era fermato, lo sguardo all’indietro, / Il passo avanti verso l’orizzonte, / Un’istantanea senza redenzione »: il primo grande tema di Solstizio – titolo cerniera, come già si legge nella quarta, e forse in parte anche augurale, un presagio per tempi non più avvezzi a dare sostanza ai mutamenti – è il tema della ‘nostalgia’. Una condizione storica, sociale, umana, privata, individuale e collettiva: a ben guardare, infatti, chi dice io non è mai del tutto riconoscibile per l’ostinata indeterminatezza della sua dislocazione, ora in un gesto, ora in una voce, ora in una sottile vena fonde l’epigramma e l’elegia nel tono medio-alto dove la voce staziona, senza incrinarsi. Che Deidier soppesasse con estrema lucidità l’essenza del destino era già evidente ne Il primo orizzonte, da cui derivano adesso i tratti più vicini alla rappresentazione del vero, in un armonico inseguirsi di vicende che contribuiscono alla fabbricazione dell’assoluto: «La certezza che anche l’aria che respiriamo si dissolverà dà pace ai giorni, e ogni risveglio rinnova e cancella un’attesa», si leggeva lì nel tableau intitolato, per l’appunto, Una verità. E ora questo stesso dato si fa ancora più necessario, stringe attorno al soggetto, per cavarne due realtà indiscutibili, delle quali si sostanzia persino la scrittura, per cui il vero è al tempo stesso essenza ed esistenza: «Sono sostanza e scudo della mia evidenza» e «Non valiamo più il peso di un ricordo». L’elemento autobiografico e la necessaria fuoriuscita dai limiti dell’ «evidenza» biografica sono le tracce più evidenti segnate all’interno di Solstizio, come testimonia una delle sezioni centrali e forse più convincenti, Derive di un tempo ordinario: qui davvero l’io riesce a diventare ‘io di tutti’, depotenziando al massimo ogni pretesa espressiva e accostando il linguaggio alla dimensione più ordinaria della lingua, per lasciare emergere, in primo piano, le immagini («La dubbia sincerità dei ricordi / Come la luce sposta le ombre / Da una parte all’altra del giorno. / Il tavolo è ancora sgombro / E la sedia è vuota. / Nervosamente il cane del vicino / Sale e scende per gradini di metallo. / Ascolto le unghie. // Su quella mensola c’era la tua foto / In una cornice rossa. / Sedevi sdraiato sull’erba. / Doveva essere un mattino di primavera, / Soffioni e abiti leggeri. / Un buon modo per rodare il mattino, / Di qua e di là dallo spessore del vetro / Restiamo a guardarci / Facendo finta che il futuro non esista»). Potrebbe essere addirittura fiction, ma ogni cosa ha la sua necessità, come quando l’immaginazione dell’istante arriva a parafrasare uno dei più celebri dipinti di Hopper in Mattino di sole, confermando la predisposizione del poeta all’utilizzo di forme e colori nitidi e netti, sospendendo il gusto tra l’ipotesi minimalista della realtà descritta e un’espressività metafisica che spesso subentra per via di qualche enigma attardato («Io guardo avanti nella luce del tempo, // Sembra dire e intanto fissa un punto / A lei sola noto»). Oppure il turbamento nidifica nella dimensione dell’ombra, quando nelle Dieci poesie vissute a Palermo, come altrove, cresce la soglia che tiene unite la luce e l’oscurità, in un barocco profondo, nascosto, pieno di vuoti, ungarettiano, gongoriano, fugace nei passi eppure perfettamente statico, risolto secondo l’ambizione del contemporaneo. Si legga in questo senso anche la circolarità fonico-ritmica di un componimento all’apparenza piano: «Qui stai oltre te stesso, oltre il giuoco / Di parte, oltre l’amaro spesso a poco, / La polvere dei lutti che ispessisce / La discrezione di un dolore certo. / Il primo cielo sopra un letto sfatto, / Alba dal porto, un sereno distratto: / È solo l’azzurro, l’azzurro più aperto». Va detto inoltre, se fosse necessario, di quanto contribuisca a questa risoluzione l’esempio antinovecentista di un poeta come Penna, ma nel caso di Deidier sembra subentrare un turbamento ancora successivo, persino quando il modello risulta riconoscibilissimo si fa subito distante: «Che colore parlano le tua parole / Oggi che il sole è un vuoto tra le nuvole / Ed è un secolo lo spazio tra i tuoi occhi: / Ci cade ogni mia nascita, ogni morte, / La mia mano che accompagna l’erba / Quando la piega il vento». C’è tutta la tradizione, antica e premoderna, ma c’è anche quel sentore shakespeariano che arriva dopo l’impronta petrarchesca e si ferma alle porte di una tradizione evidentemente ibrida, accresciuta di letture diversissime, come Natan Zach o Adam Zagajewski. Proprio di quest’ultimo, quasi a individuare un’affinità, Deidier ha ben messo in evidenza la natura di una poesia che «si adagia naturalmente sulla varietà del gran teatro del mondo». E questo stesso proposito si compie nella poesia di Solstizio, passando attraverso il fuoco di una tradizione che annovera in sé temperamenti anche piuttosto diversi, se al già citato Penna si accosta il nome di Maria Luisa Spaziani e di tutto un coté romano di cui si vorrebbe porre a capo Scipione, il pittore, benché più vaporoso e a tratti tremendamente visionario. Ci sono maestri vicini e lontani, insomma, padri che diventano ben presto compagni di viaggio, specie se nell’eco di certe voci che affiorano fra verso e verso si legge assieme la forza dell’ultimo Sereni o l’accorata e faconda tenerezza de L’opera lasciata sola di Cesare Viviani, se si presta fede a quell’uso transitivo dell’esperienza comunicativa in cui irrimediabilmente si legano illusione e certezza. Quell’illusione e quella certezza che dominano la sezione finale, Amato sulla terra, dove la tavolozza raccoglie tutte le sfumature già comprese, procedendo semmai a un ulteriore trattamento delle tonalità modulate da un punto di vista emotivo-cognitivo e non è possibile neppure tentare di seguire per filo e per segno le inflessioni di un discorso chiaramente monocentrico e, al tempo stesso, mobilissimo. La scrittura di Deidier sembra nascere da una felicità dell’espressione e da una predisposizione naturale al canto e semmai la sola forzatura (ma lo sforzo è necessario al poeta) che si ravvisa è nel tentativo di ricondurre tutto all’unità, persino quando sono altri personaggi a parlare dentro La fossa dei leoni. Prestando la voce a personaggi biblici (dai profeti ai patriarchi, da Adamo ai primi martiri) non fa che sondare nuovamente il nodo esistenziale che già stringe il protagonista de Il secondo trapezio, poemetto costruito come parodia del Primo dolore di Kafka, e che ancora si potrebbe riferire ad alcune considerazioni espresse dal protagonista di Un uomo solo di Isherwood («L’artista del circo non ha sipario che cali e lo nasconda, lasciando così intatto l’incanto magico del suo numero. Sospeso in alto al trapezio sotto il fascio delle luci, ha brillato e tremato proprio come una stella. Ma ora, riatterrato, floscio, non più inseguito dai riflettori eppure chiaramente visibile a chiunque si dia la pena di guardarlo – tutti stanno a guardare i clown – corre oltre le gradinate verso l’uscita. Nessuno più lo applaude. Pochissimi gli lanciano una sola occhiata»). Insomma, a conti fatti, la poesia di Roberto Deidier vive di quella classicità che nutre un Bonnefoy o un Auden, rivelatrice, anche seguendo due opposte rive, in una galleria di opere e ricordi.

(Marco Corsi)

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