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Moniza Alvi, Un mondo diviso, a cura di Paola Splendore, Roma, Donzelli, 2014, pp. 187, € 16,00.


in: Semicerchio LII (2015/1) Poesia alimentare. Food poetry pp. 116 - 117



La collana Poesia di Donzelli ospita ora, tra le molte voci di autrici del subcontinente indiano, i poemi di Moniza Alvi, poetessa inglese, ma di origini pakistane. Il titolo della raccolta, Un mondo diviso, rimanda immediatamente alla scissione tra Pakistan e India seguita all’indipendenza: la cosiddetta Partition del 1947. Allo stesso tempo, rimanda alla distanza geografica e psicologica tra Inghilterra e Pakistan. Molte sono le poesie dedicate a questo strappo, a questa frattura: «Il paese è diventato il mio corpo - // Non posso staccarne dei pezzi» (Il paese alle mie spalle, p. 37); «Il tuo corpo è il tuo paese » (Il sari, p. 39); «Se fisso il paese abbastanza a lungo / riesco a strapparlo alla carta, sollevarlo come un lembo di pelle» (Mappa dell’India, p. 41); «La linea sottile che correva dall’ombelico in giù / voleva dire, pensavo, che ero mezza e mezza, // […] ma se ero io a essere mezza e mezza? E una parte / veniva da un paese che non era intero - // il Pakistan occidentale e orientale, ai due lati / dell’India penzolante…» (Mezza e mezza, p. 143). La coincidenza tra il proprio corpo e la terra paterna, questa antropomorfizzazione accompagnata da mutilazione è per la verità metafora ricorrente tra scrittrici e scrittori anglo-indiani e anglo-pakistani, e questo include Moniza Alvi in un coro di voci internazionali e diasporiche sulla ‘partition literature’.
E, allora, voler essere «un punto in un quadro di Mirò» (p. 15) fornisce all’io poetico una prospettiva decentrata, marginale, fluttuante, ma anche un punto di vista privilegiato: osservata/osservante, puntiforme potenzialità; un po’ come essere «lì- senza nazionalità precisa» (Regali dalle zie del Pakistan, p. 31); come avere dentro «un nocciolo / come quello che cerca // di riempire il mango. / Dentro c’è l’essenza // di un altro continente» (Dominio, p. 43).
Se una certa nota straniante è la cifra della poesia di Moniza Alvi, come ben dice Paola Splendore nella postfazione, insieme al suo debito/omaggio al Surrealismo e alla pittura del Novecento, particolarmente originali risultano i poemi in cui un ribaltamento di voci e di ruoli sorprende. Portando mia moglie è una raccolta di poesie in cui un marito proietta la moglie dentro di sé, le invidia il pancione sino a diventare gravido di lei: uno strano modo di declinare la prospettiva di genere, di dare voce ad un alter-ego maschile per parlare del femminile, di «mia moglie»!
L’io poetico prometeico, puntiforme, reificato in oggetto nel cassetto, ‘alterizzato’ in una voce maschile, si moltiplica fino a contenere ‘anime’, quasi sempre al plurale, intrappolate, prigioniere, anelanti. Come la pietra trovò la voce è una collezione che riprende il tema della lacerazione tra paesi, famiglie, inglesi e non, lo sputo razzista contro la coppia mista, un padre che non benedice il matrimonio, persino lo strappo del cielo con il suo buco dell’ozono, il Punjab e Oxford, non solo contrappunto ma viaggio sulla vasta mappa del mondo. E, infine, Europa, una raccolta dove la violenza perpetrata contro la Sirena si eleva, questa sì, quale firma di genere, potente denuncia della violenza contro le donne: «E brandì / il coltello // dalla punta più affilata / verso la sua prosperosa coda smeraldo» (p. 163), mentre in Dono si chiede soltanto uno scandire di normalità: «Datemi un giorno col suo pacchetto di ore / scivoloso, setoso, dimenticabile» (p. 173). Le poesie di Moniza Alvi non sono necessariamente ermetiche, ma sembrano non finire propriamente, lasciano un senso di sospensione insoddisfatta senza fornire risposte certe, finali netti.
Moniza Alvi è anche traduttrice, presta la voce al poeta francese Jules Supervielle, come lei nato ‘altrove’, in Uruguay, e cresciuto in una lingua europea, al quale si sente vicina per una poetica che ha a cuore l’ambiente e un certo compiacimento visionario. Il surreale di Monica Alvi si coniuga con l’ordinario, la vita di una donna nella provincia inglese, nella campagna inglese, nella città doppia, tra Continenti e Paesi alla deriva, tutto tenuto insieme da poesie scritte con colori da pittore «la striscia color limone, il cielo fulvo, la luna annerita come una vecchia banana, una treccia come una pannocchia di mais nero», e parole ponderate senza troppo clamore.

(Carmen Concilio)

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