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ANTONELLA ANEDDA, Salva con nome, Milano, Mondadori, collana «Lo Specchio», 2012, pp. 119, € 16,00.


        È presa in un processo dialettico, la vita che si addensa in Salva con nome, l’ultimo libro di poesia di Antonella Anedda, in un legame classicamente trimembre: nome, morte, memoria. Il primo elemento, che implica l’identità e l’«essere in balia degli altri», è discusso fin dall’inizio dell’opera, e rimane problematico: potrebbe non bastare alla salvezza, né fisica, né metafisica; il secondo elemento è insanabile, è durezza piena della separazione e dell’assenza, durezza del vuoto; il terzo, come sintesi, induce al contempo conforto e sconforto: la memoria conserva, può lenire ma non guarire del tutto, ha necessità personale, intima, e morale, ma non è rimedio risolutivo. Il testo che chiude la prima parte del libro, intitolata Aria, è portatore di una richiesta bruciante: «Fai un solo miracolo: che smettano le vite di addensarsi / su questa striscia che chiamo la mia vita. / Lasciami libera da me – dunque da loro – di cui conosco i nomi / e le separazioni. Fai che non li senta più fondere fuoco / in questo bronzo che mi scuote». Nomi e separazioni che si affollano sulla vita di chi resta sono i nodi di versi tragici, rubricati sotto una data storicamente rilevante, 1943, e accompagnati da un’immagine in bianco e nero che mostra macerie, palazzi crollati sotto probabili azioni di guerra. A rendere più vistosa l’impennata emotiva, ovvero lo strazio del soggetto, è lo scambio di modificatore e modificato, di agente e metallo, con allitterazione espressiva per sottolineatura netta: «fondere fuoco / in questo bronzo che mi scuote». Qui, come in altre immagini, Salva con nome mantiene uno stile affilato, dolente e crudo, mai impudico: la materia linguistica non eccede, non cerca marche d’espressionismo pur fronteggiando temi colmi di pathos come morte e memoria. La scrittura non punta ad essere sorprendente e non corteggia la letterarietà: ha una piana, rispettosa evidenza oggettuale. La prosa che costituisce il pronao al libro è una riflessione sul nome: «un suono che chiama un corpo, un campanello che ti aggioga». Il nome, vincolo primario, può essere interpretato come un richiamo pavloviano: ci trasforma in esseri assoggettati all’abitudine indotta, all’appello irrifiutabile, all’addestramento. Mentre ci dà identità personale, finisce per disumanizzarci. A ciò si aggiunga che può esistere una frizione tra il nome ricevuto e «il nome che siamo», e dunque «il nome è una tragedia senza sangue che si consuma quotidianamente. Ci chiamano, noi rispondiamo, dobbiamo rispondere, dobbiamo voltarci a rischio della follia». Rinominare o rinominarsi, come atto di implosione dell’io e riappropriazione di libertà, è atto di coraggio tragico che innesca un’esplosione. Scaraventa e scardina: ecco il rimando a Scardanelli, uno dei nomi (il più ricorrente) con cui Hölderlin a un tratto iniziò a presentarsi e a firmare i suoi testi. Attraverso l’esempio di Hölderlin Anedda riesce ad annodare – a cucire – due concetti focali, follia e pace: «Hölderlin aveva capito che nella firma Scardanelli c’erano scaglie di pace. Hölderlin corrispondeva a un nome spesso deriso. Scardanelli scardinava il passato». Per questo, sembra – poiché il significante può farsi significato, il suono senso –, nei testi di Salva con nome Anedda insiste proprio sul verbo ‘scardinare’: una frase può ben essere «scardinata», il «sonno scardinato» è covato come «una felicità segreta». In questa dinamica soggettiva tra identità ricevuta e identità autonomamente sentita, si possono leggere alcuni dei primi testi della raccolta: l’Autoritratto come guerriero nuragico – «i lineamenti di bronzo / senza passaggio di sorriso » –, che insiste sulla suggestione del bronzo, di età preistoriche in terre scabre, e Senza nome. Sartiglia, che racconta di «su Componidori», l’uomo che guida un gruppo di cavalieri in un rito carnevalesco di Oristano. Per tradizione indossa una maschera di legno senza tratti distintivi: «liscia, bianca, androgina» e pertanto «non ha sesso, non ha età, non ha nome», così da vivere «come in sogno diventando tutti gli uomini e le donne che è stato e i cui nomi si confondono fino a essere perduti ». In questo libro di Antonella Anedda, il nome non ha a che vedere solo con l’identità, ma anche, e fortemente, con la morte – dissoluzione del corpo e del nome che, pur inciso su pietra, durerà «per un tempo che giustamente fa sorridere i fisici, poi l’unica corrispondenza sarà l’aria» (Aria, si ricordi, è il titolo della prima sezione). Il nome ha a che vedere con il premere di volti sulla vita e sulla scrittura dell’autrice, da sempre sensibilmente attratta dal lambire la dimensione dei morti, dal cercarvi un dialogo: «Forse noi non esistiamo che per imparare l’alfabeto dei morti e per raggiungerli non appena saremo in grado di parlare la lorolingua. Forse chi è scomparso è solo assorto e basterebbe una parola non difficile, ma ancora sconosciuta, per farlo voltare di nuovo verso di noi», scriveva in un intenso libro di prose, Cosa sono gli anni, nel 1997. E anche in Salva con nome, accanto a uno dei nodi denunciati dal titolo polisemico – la (ri)archiviazione informatica e/o biografico-memoriale – si impone dominante l’attenzione alla vulnerabilità, all’inermità, ai morti. Rivolgendosi a un platano, in Orto, il soggetto poetico chiede coraggio e silenzio, invoca foglie sugli occhi e umido di radici, e confida: «guardandoti m’illudo che abbia un senso questo cercare / morti in vita, questo che faccio eternamente chiedendo / perfino a te: dov’è il viso che il mondo ha scacciato? ». Il libro comprende alcune fotografie: ritratti, volti senza nome. Tutti precipitano nel testo conclusivo, che agisce come apice morale ed emotivo dell’opera, Visi. Collages. Isola della Maddalena, titolo tripartito che descrive un montaggio di ex voto nella piccola chiesa della Trinità, fotografie con preghiere e nomi senza cognomi, una parete di volti posta in corto circuito con «il grande vetro – quasi un quadro – che conserva le ossa degli 800 martiri in una cappella della cattedrale di Otranto». Il libro segue un percorso che prova sia quanto un nome possa essere legato alla pietà, alla richiesta di miracolosa guarigione, sia quanto possa essere effimero, «quanto puerilmente siamo attaccati ai nostri nomi». Il libro si chiude con la menzione di un tragico collage di ossa: morte e tempo non solo le riducono, ma le mescolano, le confondono tra loro. Esito altro, altra soluzione, dell’anafora di una delle poesie iniziali: «Mette in fila i ricordi / loro gridano che non sono mai esistiti. / Mette in fila i nomi / loro battono insieme con cucchiai di legno. / Mette in fila i visi e loro a schiera si sfaldano / confondendo le unghie con i suoni». Per giungere al vertice di Visi. Collages. Isola della Maddalena, vertice sommesso nell’umiltà della riflessione ma saldo, acuto, l’architettura di Salva con nome ha costruzione essenziale, scandita in sezioni tematiche che comprendono i quattro canonici elementi primordiali, ma non si esauriscono in questi, perché aggiungono altri temi, o sono in certi casi declinati al plurale: Aria, Pneumologia, Salva con nome, Bambini, Acque, Cucire, Fuochi, Terra. Sembrerebbe procedere verso la tangibilità, se non fosse che anche i testi della prima sezione hanno una loro evidente, concretissima consistenza. Quella delle materie semplici e denudate – pietre, legno, bronzo – cui Anedda è da sempre attentissima: «accogliere il mondo attraverso la materia», scriveva in La vita dei dettagli (2009); quella della forza impetuosa e scardinante del vento, del maestrale che «prova a scucire le navi dagli ormeggi », quella dell’aria «che brucia e rade – a falce – il passato». Nell’edificio di Salva con nome spiccano alcuni testi chiarificatori e complementari, in sotterraneo dialogo tra loro. Se Video, dedicata all’opera di Bill Viola Ocean Without A Shore (Venezia, Biennale 2007), dice in modo patente che «chi se ne è andato non desidera tornare », che la nostalgia attribuita ai morti è solo la proiezione di un nostro sentimento su di loro, la sezione Cucire dispiega tutta la ritualità e la necessità della memoria personale di fronte agli scomparsi. La morte «sfalda» e taglia via (nel libro alcune immagini di cornici vuote), cucire le cerca un piccolo, mite rimedio. È modo concreto per elaborare un lutto, modo per aver cura integralmente della separazione, ovvero, al tempo stesso di chi è andato e di chi è rimasto. «Cuci un pezzo di stoffa, cuci un brano di lettera, cuci un’iniziale: in quel mezzo-punto non entra il vento», si leggeva in Collezionare perdite, testo accompagnato dall’immagine di un rituale collage, alla fine della Vita dei dettagli, libro che era, d’altro canto, «una storia di fantasmi». In Salva con nome l’atto di cucire si fa centrale e lega ‘a filo’: nella sezione eponima, sotto l’epigrafe di Louise Bourgeois che riconosce agli aghi «un potere magico», quello «di ricucire gli strappi» e farsi «richiesta di perdono», si moltiplicano stoffe domestiche dedicate al sonno, stoffe premurose, si direbbe, connesse a pacati gesti di cura: «cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire, / dai loro il sonno di un lenzuolo di lino». I suoni del dolore restano sordi, ottusi come rintocchi di legno, e il vuoto inquietante: «il nero è un mare di spine»; la federa cucita a perfezione, «che un lembo tocchi l’altro», con esercizio di pazienza e di tempo, cucita come le «foglie di castagno » nei giochi di bambina, cucita come tutte le parole che «mancano», non basta forse a salvare, ma di sicuro avvolge, e ripara e protegge.

(Cecilia Bello Minciacchi)

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