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STEFANO DAL BIANCO, Prove di libertà, Milano, Mondadori, 2012, pp. 111, € 18,00.


              Prove di libertà insiste sullo stesso orizzonte – quello famigliare e del rapporto di coppia – di Ritorno a Planaval, la raccolta precedente (2001): fin dal titolo Una vita già vista stabilisce un ponte con Una vita nuova, la sezione che apriva il volume del 2001, ma solo in negativo, nei termini della coazione a ripetere. Dove la ripetizione diventa l’emblema di un dissesto esistenziale difficile da sanare. L’ampia campata tra la prima sezione, La gabbia, e la penultima, Libertà, racchiude perciò il nocciolo ideologico di Prove di libertà; ma più che la realtà questo piano del discorso riguarda le parole, correndo il rischio di farsi operazione squisitamente letteraria. In Gradazioni «lasciando andare i nomi delle cose care» intercetta una precisa memoria dantesca, «Tu lascerai ogni cosa più cara», rideclinandola in forme zanzottiane. Il processo di emancipazione dalle concrezioni di ciò che si è («questa cosa umana intrisa di menzogna», Portami via di qui) è ripetutamente enunciato, ma non agito. E soprattutto – all’ombra di Zanzotto – il ricorso alla poesia è oggetto fin dall’inizio di un investimento perlomeno controverso, che ne denuncia l’inattendibilità: «fingerò solo con te» (Portami via di qui). L’insoddisfazione di fondo arriva a tradursi in metafore sovraccariche: «vomitare una poesia». Esagerazioni deliberate, certo; mentre non sembra esserlo, e pertanto mette sull’avviso, la consapevolezza che la poesia si risolve in un raccontare cose che non interessano (15 aprile) e che non travalicano da un universo privato. La traccia letteraria è molto forte. Ancora nel nome di Zanzotto, dedicatario di Teoria della neve, in una delle ultime sezioni – Vedute sul paesaggio – il linguaggio sembra poter attingere una qualche prospettiva di verità. Ma è un po’ esibire la lingua d’altri, come se due orizzonti del libro non comunicassero, nonostante lo sforzo di costruire Prove di libertà come un processo continuo: se cerchiamo la lingua di Dal Bianco essa pare assestarsi altrove, marcando una discontinuità. L’approdo della penultima sezione, Libertà, è alla morte, dove si azzera l’ambiziosa quête, con la magra compensazione di una via di sfogo verso un «prossimo ciclo» (Restano pochissime cose), che seguita a insistere su un nucleo di affetti strettamente privato, trasferendo il limite del presente anche nel futuro. Il fondale buddista del nulla e della cancellazione dell’io (Prove di io, Cambio di persona) non viene mai in primo piano; il libro è documentazione e memoria, a cui sembra impossibile sottrarsi, di un privato fallimento: con un accanimento per cui la vita come circuito di inganno e mistificazione resiste al progetto letterario. Una vita già vista, penultima sezione di Prove di libertà, espone i nodi irrisolti che in Lontano dagli occhi, ad apertura di libro, sembravano invece superati. Il mutamento radicale che si dovrebbe disegnare fra Lontano dagli occhi e Aforismi di lavoro non avanza: si interrompe tra la crisi in diretta di Una vita già scritta e il fondale mortuario di Vedute sul paesaggio. Malgrado il disegno, strutturalmente limpido, di spostare il centro della poesia fuori dal disordine e dalla mistificazione della vita, il libro rimane al di qua. Il corpo della raccolta viene infiltrato e corroso dalla lingua di una cronaca di miseria quotidiana, che vanifica ogni tensione liberatoria. Nemmeno la geografia – la Liguria del figlio Arturo, Torino, la città della seconda figlia (Via Garibaldi confuso), Siena e la campagna senese (Vedute sul paesaggio) –, così importante per Dal Bianco, mette vera distanza; né aiuta a ridefinire la lingua della poesia. La memoria zanzottiana rimane in superficie, come un aggancio mancato. L’intonazione risentita, talora moraleggiante e sapienziale («Chi non ha niente in sé sta nella paura / e chi ha paura si difende aggredendo», Carità, sordità, vuoto), soprattutto in Una vita già vista, convalida l’impossibilità di sciogliere il coagulo biografico in discorso più ampio: ed è in questo territorio che gravita il libro. L’inizio aforistico di Carità, sordità, vuoto è in funzione della dura requisitoria che si svolge nella poesia: «te, / quel buco di violenza dentro te / che resta chiuso in autocommiserazioni ». Mancano i nomi, ma il tu segnala un sanguinoso faccia a faccia che si trasferisce senza mediazioni nello spazio della poesia. Il registro sarcastico non fa decollare dall’occasione (Terra di paradiso); espone in primo piano quell’io, con le sue ferite, che si vorrebbe esorcizzare e a cui la scrittura invece si aggrappa. Se uno sblocco si intravvede è per un salto brusco che consegna, per interposta persona, vita e futuro ai figli, ad Arturo, direttamente nominato (ad esempio in Farsi del bene in Lontano dagli occhi), e alla seconda figlia: «Se ne andrà […] / […] / con il fuoco di morte / che abbiamo dato a lei / e non abbiamo potuto/saputo / conservare a noi» (A nostra figlia nata grande). Si tratta con ogni evidenza di una libertà derogatoria: in Terra di paradiso, per contrasto con il «tumulo di malafedi o sterparglia» che contraddistingue il noi, il finale si dilata sulle generazioni future (le «fiabe notturne dei figli / e dei figli dei figli »), affidando loro tutto ciò che è negato all’imprescindibile soggetto: una strategia su cui incombe la minaccia dell’autoconsolazione. Lo scarto laterale rileva l’impossibilità di mettere al centro del libro la lezione, per quanto incerta, delle ‘prove di libertà’; accentua semmai la frattura interna, anche sul piano della scrittura, dove la cifra dell’invettiva non accetta di essere contenuta o ricomposta, resta l’emergenza di un discorso privato.

(Stefano Giovannuzzi)

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