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GABRIELE FRASCA, Rimi, Torino, Einaudi, 2013, pp. 129, € 11,00.


           Fatta salva l’autoantologia apparsa per Sossella nel 2007 e una serie di plaquette per le edizioni d’If, era dal 2001 che Gabriele Frasca non pubblicava un libro di versi. Dopo Rame (1984 e 1999), Lime (1995) e Rive (2001), questo nuovo volume della collana bianca Einaudi – intitolato, col consueto gusto bisillabico paranomastico ed equivoco, Rimi – costituisce dunque la quarta raccolta organica di un autore che appare già da tempo saldamente assestato tra i valori certi della contemporaneità poetica. Il libro è nettamente tripartito. La prima sezione si chiama Quevedo e si presenta come una sequenza di venticinque sonetti tradotti dal seicentista spagnolo (in gran parte ripresi, non senza varianti, da un omonimo librino pubblicato da Frasca nel 2009). La seconda, eponima della raccolta, consta invece di quaranta testi in finta prosa. La terza e ultima offre invece una scelta di traduzioni dall’amatissimo Dylan Thomas. Recuperando infine l’uso di Rive, va infine segnalata quella che l’autore ama chiamare, riprendendo l’espressione dal gergo discografico anglosassone, una fanthom track, e cioè una poesia nascosta alla fine dell’indice. Le sorprese, o i piccoli depistaggi, in realtà non si limitano al testo criptato (su cui dovremo tornare in conclusione), giacché la sezione quevediana si apre con un sonetto che di Quevedo non è, mentre la silloge di traduzioni da Dylan Thomas si chiude con un componimento che di Thomas non è. Lasciando agli studiosi di traduttologia la riflessione su un’assimilazione della voce altrui che finisce col risolversi in attribuzione eteronima, è interessante osservare che un traduttore esperto come Gabriele Frasca giunga a far proprio il nome dell’autore tradotto per farvi transitare testi propri: certo, nati dal contatto con la lingua altrui, ma – si deve immaginare – solo dopo che quella lingua è stata risintonizzata sulle movenze della lingua madre. Dopo la «pseudonimia quadratica» proposta da Giorgio Manganelli, cioè la pubblicazione di un testo attribuito a un omonimo del nome che figura sul frontespizio, c’è qui una sorta di ‘eteronimia sottrattiva’, cioè la traduzione a nome proprio di un testo attribuito a un altro. Se poi si osserva che un testo siffatto è pubblicato all’interno di una serie di traduzioni da originali effettivamente esistenti, ecco allora che si deve di nuovo rilanciare la questione ai teorici e storici della traduzione: il ‘Dylan Thomas di Frasca’ diventa infatti un ‘Frasca thomasizzato’ (ma solo dopo che Thomas ha assunto la lingua di Frasca). Messa così la cosa, questo scambio di voci e identità può apparire un gioco – un tempo si sarebbe detto ‘postmoderno’. E certo non si può negare che nella decisione di rovesciare o attribuire surrettiziamente i nomi vi sia una dimensione ludica. Ma, almeno in questo caso, la fluttuazione tra scrittura in proprio, traduzione e riscrittura funziona in quanto, sotto il movimento tra le varie identità e realtà poetiche, giace una comune sostanza, che si può sintetizzare col titolo di uno dei componimenti di Dylan Thomas: Deaths and Entrances, ‘Decessi e Ingressi’. Del resto, proprio un verso del poeta gallese – che in traduzione suona «al resecante definitivo regno del tuono di genesi » – Gabriele Frasca aveva utilizzato per formulare la tesi del notevole saggio La scimmia di Dio. L’emozione della guerra mediale (1996), secondo cui la «sostanza traumatica del mondo» consisterebbe nella folgorazione subita dal soggetto quando viene posto innanzi alla verità secondo cui la «genesi» è «resecante», che cioè l’esser venuto al mondo toglie fuori, taglia, separa il soggetto rispetto al resto. Su questa stessa linea si inserisce il nuovo volume di versi. Nella sezione quevediana l’assunto si presenta nei termini della duplice spinta tra evanescenza del tempo e radicamento dell’esperienza nella carne. Da una parte vi è allora la dolente richiesta «venite anni vissuti e già trascorsi» («ehi della vita [...]»), dall’altra la consapevolezza che «apre per tempo il corpo il proprio spaccio / e i denti che disertano la bocca [...]». Ma il lettore deve apprendere che la prima esperienza che la carne assume è proprio l’esser resecata, tagliata via, dal tempo innanzitutto, sicché non si può che considerare con malinconia il fatto che la vita si dissipi («come scivoli via e poi con quali / guizzi dalle mie mani sfuggi vita»). Ma radicamento nel corpo significa prima di tutto pulsione erotica, tensione verso l’oggetto che fa di me soggetto (genesi è infatti «resecante »): non stupisce allora che la Donna amata (o Ninfa, come tante volte si legge nei canzonieri barocchi) sia qui – abolite regolarmente le maiuscole – «lisi», e cioè scissione. Più varia la terza sezione, ma la scelta da Dylan Thomas s’incentra soprattutto sui componimenti che trattano il tema vita/morte, appunto mettendo insieme, come s’è visto, Decessi e ingressi. La situazione raggiunge il suo culmine con l’immagine del «piccolo cranio » del bambino ucciso durante un’incursione dei bombardieri tedeschi a Londra: folgorante, terribile visione del potere che ci sovrasta, quel «tuono» è la letale esplosione dei missili e al contempo è la rivelazione (davvero apocalittica) di genesi. Il motivo morale degli spunti quevediani (terminati da una significativa apparizione di Seneca nel venticinquesimo e ultimo sonetto) e la declinazione catastrofica e ‘urlata’ della terza sezione si fondono nella sezione eponima intermedia. Preso nella serie Lime Rive Rimi, il titolo fa pensare innanzitutto ai ‘rivi’, allo scorrere della vita, tanto più che l’epigrafe iniziale da Deleuze e Guattari propone «un ritmo senza misura, che rinvia alla flussione di un flusso, cioè al modo in cui un fluido occupa uno spazio liscio». Dalla clessidra classica e barocca saremmo così passati a un più moderno e ‘fraschiano’ orologio ad acqua che misura il flusso del tempo col flusso della forma. A patto però di considerare i rimi come un metaplasmo (e barbarismo) dal femminile ‘rime’, sostantivo che etimologicamente (ma l’accezione è presente anche in italiano) vale ‘fenditura’. Dunque, ancora ci troviamo nel regno della potenza resecante introdotta da genesi, dalla genesi di ciascun soggetto. E allora è chiaro che l’unica interpretazione corretta del titolo, come seconda persona singolare dell’indicativo presente del verbo ‘rimare’, costituisce una soluzione estrema per coinvolgere il lettore dentro la flussione del flusso: far sentire al singolo lettore, soggettivandolo, il suo stesso scorrere affidandogli percezioni e sensazioni di un altro soggetto. Le trentanove lasse di finta prosa – ma in realtà si tratta di una sequenza di doppi endecasillabi –, cui si aggiunge un’ultima lassa, più breve, che suggella la serie, presentano ogni volta un personaggio (presumibilmente diverso), di cui viene seguìto un episodio della vita rivissuto nel ricordo. La dimensione fantastica del rammemorare e considerare viene rappresentata per mezzo del discorso indiretto libero, così che la ‘soggettività’ altrui del personaggio viene percepita dal lettore, su cui ricade la responsabilità di assumerla su di sé, di viverla come propria (esattamente come accade nel gioco delle voci tra testi originali tradotti e testi originali inseriti tra quelli tradotti). Che l’opera compia il suo destino nel lettore è del resto quanto invoca il sonetto di apertura della raccolta, dove ‘tu’ (lo stesso che poi troviamo nel primo dei Rimi, unico alla seconda persona) è incalzato da ‘io’ che chiede che la «voce lo complet[i]»: il celebre assunto di Emile Benveniste, secondo cui il linguaggio umano è incentrato sul continuo gioco tra assumere e abbandonare il posto del locutore, colui che si dice ‘io’, per lasciare che ‘tu’ acceda a quella stessa posizione, diventa qui sostanza stessa dell’esperienza poetica. Questa strenua meditazione sulla morte e il sesso, sul tempo che scorre via mentre la carne si abbarbica a ogni occasione per offrirsi l’illusione di una qualche permanenza fa del nuovo libro di Frasca davvero un’opera morale, dove il classicismo originario di alcuni dei testimotivo è ridisegnato alla luce della psicoanalisi, delle neuroscienze e della filosofia. Ma resta una meditazione di forte impatto morale. Lo conferma il testo fantasma, il ‘componimento in più’ in cui ci si imbatte giunti alla fine dell’indice. Giocato visivamente come le lasse dei Rimi, con lo scavalcamento del recto e il prolungamento nel verso della pagina, la ghost-track, o beckettiano ‘motivetto’ aggiuntivo ci presenta ‘io’ che invita se stesso a «una scuola più saggia» nella quale educare «la [sua] anima»: andando verso la fine della vita, io mi ridico che quello che mi accade non è altro «che nuvole in cielo / mentre s’affievolisce l’orizzonte», fatto mano a mano più stretto dall’«addensarsi cupo delle ombre». Ne viene fuori una lezione sul transito, sullo scorrimento di quel flusso che è la vita di ciascuno.

(Giancarlo Alfano)

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