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VINCENZO OSTUNI, Faldone zero-venti, postfazione di Andrea Inglese, Roma, Ponte Sisto, 2012, pp. 266, € 16,00.



        A quale idea sia ispirato Faldone, lo dice bene il risvolto di copertina, solo in apparenza dettato da consuete necessità editoriali. Si tratta di uno scritto stilisticamente ‘morbido’, che in realtà costituisce un robusto elemento di cornice, poiché occupa la prima bandella di copertina e continua sulla seconda, provocando in tal modo nel lettore un effetto cristallino di straniamento. Come uno scarto profondo dalla norma, che va a saldarsi all’altro effetto della risoluzione landscape dell’impaginazione del libro. Ed è – in sostanza – questa piccola guida alla lettura ad avviare il meccanismo concettuale del Faldone. Ecco in che modo. Il punto di fuga in cui coincidono le riflessioni dello scritto, che partono da punti divergenti, è l’«idea di disposizione e classificazione sempre provvisoria del materiale verbale [a cui da circa un quindicennio] è ispirata la costruzione » di un unico archivio. Un «quadratico work in progress», lo chiama l’autore, che raccoglie monologhi e dialoghi in versi dove chi «[parla] – un io narrante (a volte autobiografico), un tu maschile, un bambino, più interlocutrici, ma anche personaggi storici o immaginari – sembra riversare nel corpo mutante del Faldone la sua intera esperienza vitale, le contraddizioni delle proprie attitudini conoscitive, le incertezze e i rovesci del nostro tempo». Ma in quale ottica l’intera costellazione dei materiali filologici (i monologhi e i dialoghi in versi) è soggetta a una incessante erosione? La risposta di Ostuni, come si vede nella poesia seguente, è in una immagine dialettica. «Tenersi insieme ai pezzi è la fatica, la vera impresa, / e non i pezzi complemento oggetto; ché a questo c’è lo spago della pelle, / con minima spesa, grande effetto; a quello, smesso l’homunculus, non vale / la centripeta spirale a sarabanda dell’autonarrazione, / pur nella meno fondante versione; / né alcuna rampogna teologale; / e né la mitica del bollente calderone». Il lavoro del Faldone, che il lettore può seguire sul sito www.faldone.it, è cominciato con l’impaginazione del volume Faldone zero-otto (apparso nel 2004 da Oèdipus), con poesie la cui stesura originaria risaliva al periodo 1992-2000. Faldone zero-venti raccoglie ora poesie scritte dal 1992 al 2006 e su www.faldone.it appaiono ulteriori costruzioni del libro. In fondo, per Ostuni si tratta di rendere giustizia al materiale nell’unico modo possibile: usandolo. Dunque, se si distingue fra documentazione e costruzione – secondo la distinzione data da Walter Benjamin col metodo del montaggio – pare evidente che lo scopo di questa ricerca di Ostuni sia far emergere una costruzione a priori: nell’intreccio di documentazione e costruzione. Lo scopo, in altre parole, è una costellazione di documenti che contengono già in sé forme di sviluppo e un interno legame. Le poesie sono come tessere di un mosaico, frammenti di un passato, che se montati in una costruzione adeguata diventano improvvisamente ‘leggibili’, mostrando tutta la loro attualità: in modo che sia la vita stessa del materiale a presentarsi alla fine appunto come una costruzione a priori. Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini – e occorre adottare nella Storia il principio del montaggio. «Ma che di accidenti improvveduti si tratti; che non si sappia bene cosa ci si prepara; e che daccapo / non ci si trovi, tu e io, / una lingua adatta, per questo; e che daccapo / la si cerchi in una formula sintetica; / che decisioni, desideri / si inframmezzino come scavi bruschi, poi inscavati». Il momento costruttivo non è imposto a posteriori sul materiale della ricerca, ma emerge in una relazione dialettica tra presente e passato. Così, mettere in relazione tempi diversi attraverso riferimenti testuali e immagini è l’obiettivo della sezione conclusiva del Faldone, Immagini, malgrado tutto, dove un solido montaggio con citazioni tratte da Levi, Didi-Huberman e Agamben pone la grande questione della testimonianza: «Auschwitz è il possibile incombente, è l’impensabile continuamente / sul punto di realizzarsi». Ma il problema, per Ostuni, riguarda anche la possibilità di fare poesia senza aspirare ad alcun tipo di ‘sistema’, in un mondo oggi smontato: «Non serve allora una prosecuzione verticale, né la perfezione, invece, di una linea battuta, ma sempre da calcare e ricalcare. / Se mi è permesso – e chi consente / è ancora in parte me, quello che credo e voglio, in parte il modo in cui stanno le cose – // se mi è permesso, insomma, cambio foglio, / e perlomeno lo metto orizzontale».

(Daniele Claudi)

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