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ALBERTO BERTONI, Le cose dopo. Poesie 1999-2003, postfazione di Andrea Battisitini, Torino, Nino Aragno editore 2003, pp. 107,  13,00

È come se venissero portate tutte a casa Le cose dopo, anche quelle più lontane (da San Pietroburgo, dalla Francia, dall’America), e solo qui riuscissero a trovare il proprio domicilio (a Modena/Bologna) attraverso un contatto, un confronto con le cose abituali e domestiche, le sole, pare, veramente godute: «molte corse, poche donne, qualche / piatto buono, la mia / bibliotechina di poesia, un po’/ di bottiglie di Borgogna comprate in loco / insieme col primo profumo / di poggia sull’asfalto, tra le foglie». È vero che le cose – intese come fatti, come avvenimenti – diventano storia, ‘dopo’; ma in ogni caso le cose, ‘dopo’ che sono successe, cedono inevitabilmente il passo alle parole, quando non sono le cose stesse ad essere configurate dopo le stesse parole. Siccome «niente che accade / permane» («io mi dimentico tutto / come da anni mio padre»), per far sì che quel ‘niente’ duri un po’, le parole, consumate, spese o rubate in altro luogo, si ricoprono, ripetute e riscritte a casa, di una patina aneddotica, preambolo di un desiderio di incoronazione mitica, di modo che ‘le cose’ diventano altre cose, cercano di assumere un peso diverso, magari col tono di una chiacchierata fra amici. E così l’arrivo consueto del postino prende la piega di un antagonismo competitivo fra «l’elegante planata» di costui, che «frenando volteggia, scende / con giravolta breve» dal suo mezzo e l’io parlante che fa la caricatura di se stesso mentre esce «circospetto» dalla «tana» e ostenta «al posto delle braccia il calibrato / vorticare delle zampe». In effetti la competizione, la sfida, la gara sono motivi insinuati dentro a molti componimenti, non solo in quelli ‘puntati’ sui cavalli o ‘tifati’ allo stadio, ma anche in altri di argomento vario ed eterogenei, apparentemente estranei, come nel caso di un «illeso ma choccato [...] vecchio dalla Punto / nel fossato» col quale l’io della poesia per un attimo si identifica: «la forma del suo cranio / è identica alla mia / identico lo squadro delle spalle / nel cappotto, il modo di star solo». Le insinuazioni agonistiche si servono del lessico definito nella postfazione da Andrea Battistini «più usurato dalla banalità», un lessico, si può aggiungere, tipico del giornalismo sportivo quando con dicitura forbita esalta un’impresa, un momento atletico assoluto differito dalla pura cronaca, orecchiabile in espressioni quali «lunghissimo slalom», «il manubrio è un trampolino», «discesa mozzafiato». In una Modena dal clima quasi anglosassone, questa necessità impellente di doversi cimentare e misurare con qualcosa o qualcuno in paragoni e scontri tanto impossibili quanto quotidiani, tra scommesse giocate davvero e prove di forza, di abilità, di inadeguatezza o di debolezza anche solo immaginate («al suo fuoristrada / grande come un camion / 4x4 con sbarra / antibufalo incorporata / [...] rispondo col mio marchingegno / di apparati elettronici antialce / casomai Modena sia / tundra o savana»), restituisce una scrittura che per vivere si deve nutrire di conferme raccolte spesso sotto il «picchiettìo» della pioggia che martella quasi di continuo, sotto il bianco del gelo, la neve, l’inverno, e trattenute entro i margini di un verso libero, come sempre propenso per lo più a un mélange di endecasillabi novenari e settenari, che si affida a rime, assonanze, consonanze – in certi attimi – battenti quanto la pioggia. Agli amori che tanta parte avevano avuto nelle opere immediatamente precedenti di Bertoni – soprattutto l’«Annamito» e l’«amata» di Tatì e Il catalogo è questo – viene riservata attenzione più contenuta e discreta, meno declamata, comunque più anonima nonostante il ‘repertorio-agenda’ di diciotto quartine ognuna dedicata a una donna nominata e diversa, mentre la terza sezione del libro apre al lettore la porta di casa dove trova spazio un’altra forma di amore, il rapporto col padre infermo da accudire e accompagnare, «io e lui soli dopo anni / a fare due chiacchiere coi cani, / gli uccellini, gli infanti»: un ennesimo confronto, questa volta filiale e paterno, che declina in una sorta di inevitabile ribaltamento dei ruoli («Penso che è lui il poeta / io l’archivista muto / della sua foto con Ferrari / in officina»). Prima di rincasare o «perdersi / nel vaniloquio del bosco», chissà se c’è il tempo d’imbucare una «Lettera civile sullo stato delle cose», ora che le cose sono i rimbombi disastrosi del G8 di Genova, delle Torri Gemelle, della guerra all’Iraq. Ad ogni modo, l’io parlante di uno stile poetico che ha bisogno di essere ‘detto’ e darsi voce, perché ritrova nell’oralità il suo senso più rassicurante e compiuto, ha altrettanto bisogno di farsi ascoltare, di farsi divorare «fin a cherpèr», come una «tigèla» (‘fino a morire’ come una ‘tigella’).

Giuseppe Bertoni

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