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Le “terre molte” di Manto. Considerazioni intorno a “La Veduta” – “The View” di Jhumpa Lahiri

 

Dante, Inferno XX.52-102

«E quella che ricuopre le mammelle, 

che tu non vedi, con le trecce sciolte,

e ha di là ogne pilosa pelle,

Manto fu, che cercò per terre molte; 

poscia si puose là dove nacqu’ io;

onde un poco mi piace che m’ascolte. 

Poscia che ’l padre suo di vita uscìo

e venne serva la città di Baco,

questa gran tempo per lo mondo gio.

Suso in Italia bella giace un laco,

a piè de l’Alpe che serra Lamagna

sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.

Per mille fonti, credo, e più si bagna

tra Garda e Val Camonica e Pennino

de l’acqua che nel detto laco stagna. 

Loco è nel mezzo là dove ’l trentino 

pastore e quel di Brescia e ’l veronese

segnar poria, s’e’ fesse quel cammino. 

Siede Peschiera, bello e forte arnese

da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,

ove la riva ’ntorno più discese.

Ivi convien che tutto quanto caschi

ciò che ’n grembo a Benaco star non può,

e fassi fiume giù per verdi paschi.

Tosto che l’acqua a correr mette co, 

non più Benaco, ma Mencio si chiama

fino a Governol, dove cade in Po.

Non molto ha corso, ch’el trova una lama, 

ne la qual si distende e la ’mpaluda;

e suol di state talor esser grama. 

Quindi passando la vergine cruda 

vide terra, nel mezzo del pantano,

sanza coltura e d’abitanti nuda.

Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,

e visse, e vi lasciò suo corpo vano.

Li uomini poi che ’ntorno erano sparti 

s’accolsero a quel loco, ch’era forte

per lo pantan ch’avea da tutte parti. 

Fer la città sovra quell’ossa morte; 

e per colei che ’l loco prima elesse,

Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.

Già fuor le genti sue dentro più spesse,

prima che la mattia da Casalodi

da Pinamonte inganno ricevesse. 

Però t’assenno che, se tu mai odi 

originar la mia terra altrimenti,

la verità nulla menzogna frodi».

E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti

mi son sì certi e prendon sì mia fede,

che li altri mi sarien carboni spenti».

 

 

Al centro di uno dei nodi più complessi di tradizione e traduzione nella Commedia la Manto di Dante è un personaggio unico nell’universo del poema. Due elementi la distinguono da ogni altra protagonista nel testo. Da un lato c’è la radicalità con cui ne viene esplicitamente riscritta la storia nel lungo episodio di cui è protagoni- sta in Inferno XX. Il processo di riuso a cui è sottoposta nel momento in cui il testo della Commedia la importa dalla sezione geografico-genealogica dell’Eneide che le è dedicata nel Libro X è, certamente, un tratto che condivide con alcuni personaggi classici re-impiegati nella finzione dantesca, ma in nessun altro caso la libertà di trasformazione dei dati tradizionali che Dante si arroga è dichiarata con altrettanta programmaticità e forza. Come impone Virgilio personaggio, ogni altra possibile versione della storia di Manto (e dell’origine di Manto- va) è da considerarsi una “menzogna”, alternativa alla “verità” di quanto stabilito nel testo che stiamo leggendo (v. 99). Dall’altro lato, a rendere ancora più unica la Manto di Dante, c’è la sua più che probabile bilocazione nell’aldilà della Commedia, dato che è quasi impossibile che non sia lei «la figlia di Tiresia» che Virgilio dichiara trovarsi insieme a lui nel Limbo, quando stila a beneficio dell’anima del poeta Stazio il catalogo supplementare degli abitanti del primo cerchio in Purgatorio XXII.113 e vi include la stessa Manto a cui Stazio ha dedicato un lungo episodio nel Libro IV della Tebaide. Si tratta di una circostanza quantomeno scandalosa per la finzione del poema, che insiste in più punti sulla veridicità (e quindi sulla coerenza interna) della propria lettera, e che rende Manto unica nel panorama prosopografico del testo. I due elementi sono probabilmente collegati fra loro.

Personaggio conteso tra due aree del testo – identificata come appartenente al mondo virgiliano in Inferno XX tanto quanto a quello della sua riscrittura nel poema di Stazio in Purgatorio XXII – Manto ha non solo due identità nel poema, ma è anche una delle occasioni di massima autocoscienza autoriale di Dante. È proprio in quell’episodio purgatoriale e precisamente nella dialettica tra interpretazione e riuso dei materiali poetici classici che Dante costruisce la propria identità di scrittore moder- no (e cristiano), in continuità non passiva con il mondo classico. Quella che riguarda la bilocazione narrativa di Manto può, infatti, essere letta come una contraddizione perfettamente cosciente, una provocazione voluta, tesa a sollecitare una risposta altrettanto autocosciente da parte dei lettori, che sono chiamati a riconoscere e a valutare le divergenze tra i diversi trattamenti dello stesso personaggio dati dai diversi autori –Virgilio e poi Stazio e poi ancora Dante – e a discernere le varie intenzioni che ciascuna versione veicola e bilanciarle con nuove prospettive di lettura (tecnicamente, nuovi intedimenti). Nel reciproco integrarsi di traduzione e tradizione, così come viene delineato nel colloquio tra le anime di Virgilio e Stazio, si trova anche un frammento dell’identità di Dante autore.

Nel gioco di trasmissione e trasformazione che si stabilisce tra Eneide, Tebaide e Commedia intorno alla figura di Manto vengono a riflettersi di volta in volta intenzioni diverse: l’esigenza da parte di Virgilio di insinuare, per continuità genealogica, il proprio statuto di poeta-profeta in un testo che affida alla proiezione sul presente di un futuro assiologicamente positivo la propria ragione d’essere; la rivendicazione in Stazio della possibilità che comunque si possa dare una qualche forma di innocenza in un’età di colpevolezza quasi indiscriminata e di crimini conclamati come quella in cui si trova a vivere e scrivere; il bisogno culturale di scindere dalla propria opera di «demiurgo» narrativo la pretesa di perfezione che spinge Dante ad ammettere e immettere nel proprio testo una contraddizione palese, un dettaglio che svincoli l’autore dalla pretesa di farsi anche infallibile «giustiziere» di ogni personaggio del proprio aldilà.

E non è un caso neppure il fatto che poprio l’indovina Manto sia presa come un segno mobile, instabile sia nell’origine sia nel processo della tradizione, dell’autorità poetica di Dante. Riflesso nel contrapasso che le è imposto insieme a tutti gli altri indovini nella quarta bolgia, Manto viene a incarnare la perversione del rapporto tra passato e futuro che Dante sembra voler attribuire anche ai testi letterari, un rapporto che costantemente dovrebbe garantire al futuro dei lettori – eredi attivi di una tradizione – un maggiore grado di conoscenza di quello riservato agli autori del passato. Il peccato degli indovini consiste nel sovvertimento di questa logica che è non meno culturale che specificamente letteraria: la divinazione assicura infatti al passato una conoscenza anticipata proprio di quel senso che è, invece, compito del futuro attivare. I vati pervertono, cioè, non solo l’ordine della conoscenza nel tempo, ma compromettono anche il modernismo della tradizione letteraria – per come la concepisce Dante – quel modernismo per cui la pienezza del significato è sempre nel futuro: la stessa, generale e diffusa convinzio- ne che vede il senso dell’antico testamento compiuto dal nuovo, e questo a sua volta confermato con la chiarezza dei fatti nella rivelazione anagogica alla fine dei tempi.

In questo senso, Manto è un personaggio che Virgilio ha reso ideale per incarnare la natura essenzialmente comparata della poesia in Dante: una poesia che confida nella capacità di ogni nuova generazione di lettori di dare risposta attiva alle sollecitazioni del testo. È grazie proprio alla sospensione tra diverse, chiare e contrapposte, asserzioni di identità e appartenenza che ne hanno caratterizzato fin dal principio la vicenda letteraria che Manto continua a ripresentarsi nei testi a cui queste note vogliono servire da minima retrospettiva contestualizzazione.

 

Simone Marchesi, Princeton University


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