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Migranti e letteratura 
di Armando Gnisci 

Doveva pur esistere un posto sul pianeta dove,
[tutto sommato, questa puttana di vita valesse la
[pena di essere vissuta.
(Louis-Philippe Dalembert, scrittore haitiano)

 

 

Il mondo che viviamo è diviso da alcuni anni da una netta frazione: sopra ci sono i mondi del nord che raduna e ordina i superiori e benestanti, mentre il sud che sta sotto si affanna a contenere i mondi deserti e affamati degli inferiori e indigenti.
Il primo mondo si muove volentieri facendo molto jogging e turismo, ma torna al più presto a riprendere il proprio posto (occupato) di privilegio e di comando; il secondo, anche se impedito nel libero movimento, tende a sperdersi e a non tornare, va a mescolarsi e intacca, innesta e ibrida tutti i mondi.
A proposito di migrazioni, Umberto Eco in uno «scritto morale», così ci indottrina: «Ritengo che si debba distinguere il concetto di ‘immigrazione’ da quello di ‘migrazione’. Si ha ‘immigrazione’ quando alcuni individui (anche molti, ma in misura statisticamente irrilevante rispetto al ceppo di origine) si trasferisco- no da un paese all’altro (come gli italiani o gli irlandesi in America, o i turchi oggi in Germania). I fenomeni di immigrazione possono essere politicamente controllati, limitati, incoraggiati, programmati o accettati. Non così accade con le migrazioni. Violente o pacifiche che siano, sono come i fenomeni naturali: avvengono e nessuno le può controllare. Si ha una ‘migrazione’ quando un intero popolo, a poco a poco, si sposta da un territorio all’altro (e non è rilevante quanti rimangano nel territorio originale, ma in che misura i migranti cambino radicalmente la cultura del territorio in cui hanno migrato). [...]
Si ha solo ‘immigrazione’ quando gli immigrati (ammessi secondo decisioni politiche) accettano in gran parte i costumi dei paesi in cui immigrano, e si ha ‘migrazione’ quando i migranti (che nessuno può arrestare ai confini) trasformano radicalmente la cultura del territorio in cui migrano» (1997, 97-98).
Eco è un grande maestro di danza transdisciplinare e qui sembra aver tralasciato con un bel volo la filosofia e la semiotica per poterci insegnare verità con un pensiero di tipo sociologico-giornalistico. Il sapere umanistico del mondonord quando pensa e scrive «alla maniera morale» non si spinge oltre queste candide e dotte «previsioni del tempo» a venire. (Nel 1990, in una «Bustina di Minerva» sull’«Espresso» del 1° aprile, Eco aveva previsto addirittura che ci si preparava a vivere «una nuova stagione della cultura afroeuropea»).
Non si spinge oltre. Chiedo: potrebbe? vorrebbe? saprebbe? e come? Penso che la risposta sia di no, in tutti i casi.
Il sapere umanistico del mondonord è diventato una tracimante biblioteca di chiacchiere: una accademia mondiale di discorsi frivoli. Si va dalle sensate riflessioni tardo-illuministiche alle oscurità decostruzioniste fino all’inevitabile zuppa post-modemista. Una marmellata di discorsi che deborda nei giornali e nelle riviste settimanali, nei talk show e nei telegiornali.
Come si fa, ammesso che lo si intenda e lo si voglia, a superare questa opprimente impotenza? C’è un modo del discorso, che non sia un’altra «maniera», che trapani questa muraglia di parole e detriti, di bava e gomma? Ci vorrebbe un discorso che fosse, volentieri, anche un’azione. E innanzitutto, per forza di (queste) cose, una rivolta.
Dopo il crollo «dei grandi racconti», dei così detti valori e delle ideologie, sancito prima dal «pensiero» post-moderno e poi (inverato?) dalla caduta del mondo comunista, il sapere umanistico occidentale si è affidato sempre di più al guinzaglio della globalizzazione e del suo «pensiero unico»: la sua superba vittoria non è durata un attimo. Il profitto spietato è il vero ed unico vincitore, che asservisce una volta per sempre il progresso scientifico e il potere politico, la Tecnica e la Democrazia. La provincia italiana presenta le varianti di un forte pensiero lamentoso della vittoria della Tecnica e di un pensiero dell’indebolimento dell’Essere. Il capitale globale e ubiquo li usa – essi come gli altri: decostruzionisti, nichilisti, newage, post-(ad libitum), ecc. – come articoli dei propri giornali.
Che fare? C’è speranza da parte dei letterati? E per il mondonord? quale speranza? per fare che? Se stia- mo tutti bene, noialtri, e non ci manca niente?
Ritorniamo al discorso delle migrazioni. Possiamo guardarle come fenomeni socio-statistici e storico-culturali, ma possiamo anche andare a cercare i migranti per chiedergli di divenire insieme interlocutori, presenti e vivi. Per intervistarli? Per farci un’inchiesta sociologica sul territorio? Per avviare una antropologia del migrante, ormai urgente ed indispensabile in una società sempre più inoltrata nella dimensione della interculturalità?... No. Interlocutori, innanzitutto, in un discorso che si possa fare insieme. Per parlare di che? Del nostro incontro. Di noi chi? di noialtri che nel nord dimoriamo inquieti e scontenti quasi come clandestini nel nostro (nostro?) mondo e lavoriamo per decolonizzarci dalla nostra stessa cultura e per fare questo non immaginiamo e parliamo una filosofia autodecostruttiva e ombelicale, ma ci straniamo cercando il confronto e il colloquio dei mondi; e di loro che vengono verso noi a traverso l’esperienza dell’avventura di incontrare proprio noi.
Ma loro parlano, scrivono, colloquiano? Più che altro, per quello che si vede, mendicano, lavano i vetri, vendono cianfrusaglia, rubano, si prostituiscono, spacciano, violentano. E poi sono e restano stranieri, forestieri, diversi. Se li si ascolta parlano e scrivono, e scrivono per parlare proprio con noi: in italiano. Attraverso la comunità della lingua si avvicinano a noi azzerando la distanza della estraneità e togliendone di mezzo il fantasma più antico e volgare: quello del «non sanno nemmeno parlare una lingua cristiana». Se uno parla e scrive nella nostra lingua, anche se ha la pelle nera o gli occhi a mandorla, che straniero è? E per definire l’appartenenza di un parlante o di uno scrittore ad una comunità linguistica e letteraria quale è il criterio discriminante, la lingua o da dove viene?
La lingua e la letteratura, i discorsi, allora ci sono e ci invitano a rispondere, ci provocano al colloqui. E noi cosa facciamo? Noi letterati italiani? Quale condizione ci può rendere sufficientemente aperti a questa provocazione imprevedibile? Per fare un discorso insieme dobbiamo intendere la necessità di mettere in opera una poetica che possa corrispondere a quella dalla quale siamo interrotti e provocati: la poetica della migrazione che porta degli stranieri a rivolgersi a noi nella nostra lingua per raccontarci storie, il dolore e l’erranza, per cantare, scrivere poemi, suonare e danzare, illuminare di altri colori e riempire di altre presenze la nostra realtà comune. E soprattutto il vivere come avventura: dalla recisione delle residenze e delle tradizioni, che vuol dire abbattere le certezze e le consuetudini dentro l’anima e togliere l’aria, l’ambito, il raggio, le dimore ai corpi, fino al gettarsi verso il futuro andando incontro al suo avvenire. E avere e volere più vite.
A questa imprevista e molteplice poetica della migrazione, dell’avventura e del fascio di vite cosa corrisponde da parte nostra? E chi può corrispondere, dalla nostra parte?
Oltre che, ancora, discorsi intorno al destino della Tecnica sui settimanali per le donne e previsioni metereologiche alla Eco, o bavose riflessioni accademiche sul tema dello straniero, del viaggio, di Ulisse e le sirene, delle migrazioni o dell’ebreo errante, nulla.
L’arrivo in Europa di popolazioni di migranti da tutti i mondisud negli ultimi venti anni ha prodotto ovunque, o accelerato e ingrossato, una letteratura nuova, anche in Italia. Che importanza ha questa letteratura?
Innanzitutto, di farci vedere che la letteratura nazionale non è un sacro sacello chiuso da una valvola di immissione e da una di scarico, controllate e manovrate dai sacerdoti della storia e della critica letteraria ‘etnici’. Essa ora ci appare, a chi ha occhi per vederla così, piuttosto come un sistema tutto aperto, da ogni parte e ad ogni livello, in continua relazione con tutte le alterità: mediante il flusso delle traduzioni, in entrambi i versi del tradurre, mediante la diaspora e la messa a dimora degli scriventi stranieri (Dante e Petrarca, Metastasio e Ungaretti, Pound e Alberti), mediante il pluringuilismo e la diffusione cantata dei brani di libretti d’opera, fino in Giappone. La letteratura nazionale si definisce incessantemente per come mette in crisi e verifica i propri spostamenti navigando nella cultura dei mondi. Anche quella italiana.
Fino ad ora i letterati italiani, più di tutti gli altri europei, sia occidentali che orientali, hanno adottato, senza alcuna avvertenza autocritica, una visione che possiamo chiamare assimilazionista e integralista degli apporti ‘stranieri’ – migrazioni, esilio, viaggi, traduzioni – alle Patrie lettere. La recente letteratura scritta in lingua italiana da maghrebini, camerunesi e somali serve ad aprirci gli occhi sul flusso dei mondi dal quale da sempre siamo attraversati. In più, noi italiani abbiamo rimosso – proprio mentre gli altri paesi colonialisti d’Europa aprivano, discutevano e continuano a discutere – la «nostra questione post-coloniale», guarda caso coeva e, in modo ancora oscuro ma stretto, correlata con la «questione migratoria». Su questa Zona interdetta della coscienza storica nazionale e della mancata produzione di politiche e di poetiche è ora di gettare luce a distesa e a fondo.
E ancora, proprio l'arrivo dei migranti di tutti i mondi sta portando alla visibilità parti nascoste della nostra stessa identità culturale e così si va cambiando il ‘nostro’ modo di mondo che sta diventando nostro in un modo completamente nuovo: mischiato, meticcio e imprevedibile. Tutto ciò che accade è propriamente dovuto all’incontro con gli altri tra noi, e al diventare noi, quindi, una comunità più larga e mista nella ormai irreversibile relazione di reciprocità del tra-noi.
Dicono D. Cohn-Bendit e Th. Schmid in una pagina lucida del loro libro del 1993, Patria Babilonia (28-29):

Attraverso la grande mobilizzazione dell’età moderna [...] lo straniero ha perso il proprio carattere esotico e straordinario, ma è diventato anche onnipresente. La presenza di stranieri è diventata la norma. Questo ha richiesto un grande lavoro di rielaborazione, non soltanto da parte dello straniero ma anche della popolazione autoctona. E non si è trattato tanto di elaborare le capacità di convivenza quotidiana, dal momento che all’inizio stranieri e autoctoni mantengono sempre una certa distanza reciproca. Attraverso la presenza degli stranieri nella vita di tutti i giorni, la popolazione autoctona vive per la prima volta in maniera reale l’esistenza effettiva degli stranieri e di modi di vita, abitudini e sistemi di valori diversi. Non bisogna sottovalutare la provocazione e la violenza insite in questo fatto. Attraverso la loro semplice presenza, gli stranieri costringono la popolazione locale a relativizzare il proprio sistema di valori, il quale, da quel momento in poi, non sarà più indiscusso e privo di concorrenza. L’autoctono sperimenta attivamente la propria relatività, la relatività di quel mondo che prima egli considerava l’unico alla sua portata. Questa esperienza può arricchire ma, all’inizio, il più delle volte fa male. È un’esperienza che, benché sofferta, costringe tuttavia inevitabilmente l’individuo a una grande dose di attività, di azione. Non essendo il suo l’unico mondo possibile, egli deve ridefinirsi, non ha scelta. Comunque reagisca, deve decidersi, deve agire. Può avvicinarsi agli stranieri, può approfittare della loro comparsa per raggiungere un’identità più eterogenea. Ma può anche respingere, escludere, punire – ignorandolo – tutto ciò che gli è estraneo, compresi gli stranieri, aggrappandosi ancor di più a ciò che gli è proprio, e coltivandolo.

A questa produzione di nuovi criteri di ricollocazione delle distanze sociali aggiungerei la considerazione che gli stranieri migranti obbligano gli autoctoni al confronto con una poetica imprevedibile e provocante, che è una vera produzione di valori allo stato nascente: quelli dell’intrusione avventurosa nei mondi, rispetto alla quale possiamo continuare a filosofare sul destino della Tecnica o cambiare il nostro destino.
Lo straniero migrante, infine, abbatte, il benevolente e bigotto simulacro del nostro costume di ‘immedesimarci’ con le disgrazie dell’altro: antica e volgare tattica della così detta bontà d’animo eurocristiana che muove alla elemosina e alla compassione. Il migrante impedisce e rifiuta la subdola e superficiale, ma inestirpabile, perfidia dell’immedesimazione, che, inoltre, dissimula e rimuove l’assimilazione dello straniero allo strato più basso (fuori casta, senza casa, al bordo della linea) del nostro – solo nostro – mondo: fra i reietti ai quali offre un piatto di pasta a Natale, sotto gli occhi delle telecamere. Il migrante straniero porta con sé valori che noi – i ricchi dei mondi – non conosciamo. Valori che nemmeno lo straniero conosce e possiede per antico retaggio o solo perché è straniero. Valori che nascono solo dagli incontri. Valori ai quali dobbiamo al più presto far seguire – quelli tra noi che sanno intenderlo e farlo – delle poetiche, prima che diventino solo dei motti inerti nei discorsi dei politici, dei sociologhi, dei filosofi-giornalisti, dei tecnici globali e dei furfanti. Dopo tante avventure in Oriente, Guerrino detto il Meschino venne in Italia, dalle parti di Norcia, per interrogare la terribile Sibilla. Si fermò in un albergo. L’oste gli chiese da dove venisse. «Da tutto il mondo», rispose Guerrino.

(L’opera di Andrea da Barberino, del XV secolo, nell’Ottocento entrò a far parte della tradizione popolare, letta e ascoltata dai contadini. Divenne il libro di lettura preferito dei nostri emigranti).

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