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«Nada más natural que subir caminos verdes». L’ecopoesia cosmocida di Homero Aridjis

Di  Carmelo Spadola

 

 

In: Semicerchio,  LVIII-LIX (01-02/2018), pp. 69-74.

 

1. Introduzione

Negli ultimi anni, nella comunità scientifica si è assistito a un interessante sviluppo degli studi di ecocritica, noti anche come ecologia letteraria, avviati negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, per opera di un gruppo di studiosi statunitensi. Oggi la disciplina è ormai diffusa a macchia d’olio e ogni anno sono sempre di più gli esperti internazionali che aderiscono all’associazione Asle (Association for the Study of Literature and Environment), fondata nel 1992, e che gravitano intorno alla rivista «Isle» (Interdisciplinary Studies in Literature and Environment), edita a partire dal 1993. Molte sono anche le pubblicazioni esistenti, così come le ramificazioni che si sono propagate nel corso degli anni, data la profonda natura interdisciplinare dell’ecocritica.

Ma qual è il senso di questa branca di studi che coniuga l’ambito letterario con la aspirazione a un mondo più eco-friendly? Da parte sua, Serenella Iovino spiega che la scrittura ambientale è prodotta essenzialmente da due scopi: «un intento “epistemologico”, volto a creare nel lettore un’idea problematica del rapporto tra umanità e natura; e un intento “politico”, consistente nell’adozione di tecniche retoriche che inducano a sviluppare nuovi atteggiamenti nei confronti dell’ambiente e delle forme di vita non umane». Va sottolineato, comunque, che non sempre è fattibile separare nettamente i confini tra questi due orientamenti inerenti al rispetto dell’ecosistema. Riprendendo il titolo di un lavoro di Claudio Magris e Mario Vargas Llosa, potremmo affermare che questo ambito di ricerca utilizza la letteratura come arma di difesa dei diritti civili e ambientali, contro chi crede che il nostro sia un mondo spazzatura, con risorse inesauribili.

Da parte sua, Caterina Salabè sostiene che: «l’interesse di questa nuova ermeneutica non è solo quello di analizzare la presenza di una dimensione ecologica nella letteratura, ma anche quello di cercare di individuare gli effetti della letteratura sull’ecosfera». Ecco quindi che al pari dei settori propriamente tecnico- scientifici, anche la disciplina umanistica trova un senso pratico e un proprio valore facendo sorgere la consapevolezza di un mondo più sano e più pulito nella mente dell’essere umano.

Nonostante il loro successo, gli studi di ecologia letteraria non si sono diffusi equamente e parallelamente. Nel panorama spagnolo e ispanoamericano, ad esempio, non hanno avuto la stessa fortuna dei paesi di lingua inglese e di quelli orientali, come l’India e il Giappone. Ciò appare comunque paradossale, soprattutto nel caso del continente americano di lingua spagnola, considerata l’importanza che ha assunto la natura sin dal periodo della scoperta. È noto come essa abbia suscitato sensazioni di meraviglia e di stupore, prima nei conquistatori e dopo nei viaggiatori europei. Già agli occhi di Colombo, l’America appare come il Paradiso terrestre, in base a quanto ci racconta nei suoi diari di navigazione:

 

  Ella es isla muy verde y llana y fertilísima [...] Y vide muchos árboles muy diferentes de los nuestros, y de ellos muchos que tenían los ramos de muchas maneras y todo en un pie, y un ramito es de una manera y otro de otra; y tan disforme, que es la ma- yor maravilla del mundo [...]. Aquí son los peces tan disformes de los nuestros, que es maravilla. Hay algunos hechos como gallos, de los más finos colo- res del mundo, azules, amarillos, colorados y de to- dos colores, y otros pintados de mil maneras, y las colores son tan finas, que no hay hombre que no se maraville y no tome gran descanso a verlos; tam- bién hay ballenas. Bestias en tierra no vide ninguna de ninguna manera, salvo papagayos y lagartos...

 

Qualche anno dopo, la natura è anche al centro della Historia Natural y Moral de las Indias, di José de Acosta (1530-1599), osservatore e autore appassionato dell’ambiente americano. Ma è soprattutto con l’avvento del positivismo e con la costruzione dei primi centri urbani che si delinea una separazione netta tra ciò che era stata da un lato la campagna bucolica e dall’altro il nuovo centro urbano industrializzato. L’Otto-Novecento segnano, insomma, una scissione per lo più definitiva tra gli esseri umani e il mondo naturalistico, che si riflette in molte opere letterarie, come ad esempio in diversi racconti di Horacio Quiroga, ambientati nella selva, in cui è evidente il contrasto tra un mondo meschino, dominato dagli esseri umani, e un universo ancora incontaminato, proprio del regno animale.

La distruzione del pianeta diventa sempre più una costante delle narrazioni di finzione per tutto il Novecento, sia in prosa che in verso, come nel caso del poema La espada encendida di Pablo Neruda, in cui a essere minacciata è la Terra. Sebbene lo scenario sia apocalittico, a trionfare infine è l’amore, dato che gli unici superstiti alla distruzione sono gli amanti Rhodo e Rosía, a cui è affidata la continuità della specie umana.

Nella poesia ispanoamericana contemporanea vi sono diversi autori come il nicaraguense Ernesto Cardenal o il venezuelano Eugenio Montejo, in cui è possibile individuare un apprezzabile interesse per la questione ecologica. Attualmente, uno dei maggiori interpreti della crisi ambientale è il poeta, narratore e saggista messicano Homero Aridjis. Il suo attivismo è profondamente legato alla sua biografia, ovvero da un lato al suo paesaggio d’infanzia, Contepec, un paesino ubicato nei pressi della montagna di Altamirano, e dall’altro al luogo dove abita, Città del Messico, che rappresenta il modello delle megalopoli inquinate e politicamente corrotte. Prima di addentrarci nella poesia di Aridjis, risulta doveroso soffermarci sulla sua opera saggistica e narrativa, in cui è particolarmente evidente il suo impegno civile per il rispetto della Casa comune.

 

2. L’attivismo ambientale di Homero Aridjis

Sin da primissimi anni della sua vita, Aridjis percepisce una crescente preoccupazione per il futuro del mondo e delle specie che in esso vi abitano. Il suo impegno ambientale è strettamente legato al suo vissuto e si riflette apertamente in gran parte della sua opera, al punto tale che possiamo affermare che l’intento epistemologico e quello politico costituiscono due facce della stessa medaglia.

La consapevolezza ecologica matura in lui solamente in seguito a un incidente che lo lascia sospeso tra la vita e la morte e che ci racconta nei seguenti termini:

 

Tenía 10 años y regresaba a casa de jugar al fútbol soccer en Contepec, pueblo donde había nacido. De pronto, descubrí recargada en la pared la escopeta que le había prestado un amigo a mi hermano Miguel para que se fuera a cazar patos. Metí el arma debajo del brazo y me dirigí al corral, donde mis padres construían una cocina nueva. Escopeta en mano, me trepé en una pila de tabiques, y escudriñé el cielo. Apunté a una bandada de pájaros que pasaba bajo el cielo azul, pero al disparar desvié el arma hacia otra parte. Esos pájaros volando me recordaron los que mi madre tenía en jaulas en el jardín de casa, cuyo gorjeo me despertaba todas las mañanas, y me di cuenta que no quería matarlos. Bajé la escopeta, golpeando la culata en los tabiques. Se disparó el segundo cartucho y decenas de municiones me dieron en el vientre y la mano derecha. Mi cuerpo estaba ardiendo. [...] Al oír la noticia mis padres vinieron corriendo. Me su- bieron al único taxi que había en Contepec para llevarme a El Oro, el pueblo más cercano. Por fortuna, el galeno local no se encontraba, estaba de juerga. Pasaron ocho horas hasta que llegamos a la ciudad de Toluca. En el primer hospital que encontró mi padre el médico le dijo que mejor me devolviera al pueblo porque iba a morir y después tendría que hacer muchos trámites para sacar mi cadáver de Toluca. Mi padre insistió en que me operara. La tarde siguiente abrí los ojos en un cuarto de hospital. [...]

Contepec está lejos del mar y de la selva, a una altura de casi 3000 metros sobre el nivel del mar. Yo nunca había visto ballenas ni delfines, tigres ni leones, guacamayas escarlatas ni tortugas marinas, pero esos animales empezaron a formar parte de mi imaginación de niño, a conformar una mitología infantil.

No sospechaba qua a los animales se les mataba para despojarlos de su piel, su carne, sus órganos y sus huevos, o por el puro placer de quitarles la vida; pero ya había aprendido en carne propia que en esta Tierra, en la esfera de la vida, no hay mayor lujo que la existencia misma, tanto para los hombres como para los animales y las plantas, y para los pájaros que un día quise matar cuando estuve a punto de matarme a mí mismo.

Mi accidente me llevó a los libros y a escribir; mi experiencia cercana a la muerte dominó mi vida y mi sensibilidad como escritor, y los pájaros suscitaron una preocupación apasionada por el medio ambiente. Entendí que de algún modo mi sobrevivencia estaba ligada a la suya.

 

Da quanto affermato, è evidente che il suo attivismo ambientale è una costante presente sin dalle sue prime pubblicazioni e, come sostiene Salazar Anglada, è arduo distinguere la finzione letteraria dalla biografia di Aridjis.

Uno dei primi studiosi a interessarsi della questione ecologica nell’opera narrativa dell’autore è stato il maestro Giuseppe Bellini che, in uno studio dedicato alla “trilogia della distruzione del mondo”, ha approfondito la tematica nei romanzi En quién piensas cuando haces el amor?, La leyenda de los Soles e El último Adán. Interessante risulta anche il lavoro di tesi dottorale del 2010 di Jung Hwa Kim, La literatura de Homero Aridjis desde la cosmovisión ecológica, “Alma en la naturaleza”: Eco- crítica y Ecopsicología, pubblicata nel 2012.

 

Nel suo insieme, la sua opera può essere raggruppata almeno in due periodi distinti: il primo, individuato da Guillermo Sucre, corrisponde a un’epoca in cui il poeta non si riferisce a un preciso spazio geografico o a un determinato momento storico; il secondo, pro- posto da Niall Binns, comprende tutta la sua narrativa, che affronta apertamente il problema ecologico giacché «la abstracción y la intemporalidad señaladas por Sucre pronto se pierden en Aridjis, y el esplendor de la naturaleza empieza a adoptar formas particulares y asentarse en una geografía y una historia propias. Lo sagrado adquiere nombre y el yo se convierte en un protagonista enraizado en un tiempo y un lugar determinados, en el pueblo de Contepec y el Cerro Altamirano de la infancia del poeta, espacios recordados y recreados como un paraíso».

È in questa seconda fase che insieme alla moglie Betty Ferber e a un gruppo di amici e di intellettuali, Aridjis mette su nel 1985 il cosiddetto Grupo de los Cien, il più grande movimento ambientalista latinoamericano, impegnato nella difesa della biodiversità, con cui ha ottenuto negli anni una serie di successi: nel 1986, impedisce la distruzione dei boschi abitati dai lepidotteri; nel 1990, pur mettendo a rischio la propria vita contro le azioni dei contrabbandieri, salva i luoghi di annidamento della tartaruga marina nelle spiagge messicane e il governo pone il veto contro la mattanza e la commercializzazione dei rettili corazzati; nel 1993, dopo cinque anni di dura lotta, riesce a impedire la realizzazione della più grande saliera al mondo, un enorme progetto industriale dell’azienda Mitsubishi e del governo messicano nella laguna di Sant’Ignazio nella zona meridionale della Bassa California, nonché luogo abitato dalle balene grigie in inverno, destinato da millenni al loro accoppiamento e al parto.

Oltre alle imprese in difesa degli animali, Aridjis e il suo gruppo hanno portato a termine altre azioni, come quando hanno evitato l’esondazione di circa 500 km2 del fiume Usumacinta, nella selva Lacandona, con il rischio di distruggere per la portata dell’acqua alcune delle rovine maya più interessanti dell’area, a causa della costruzione di centrali idroelettriche. Altro risultato è stato ottenuto a Città del Messico, in cui la limitazione della circolazione delle auto un giorno a settimana ha migliorato la qualità dell’aria inquinata. E ancora, un altro esito si è registrato quando migliaia di tonnellate di latte irlandese, contaminato dalle onde radioattive di Chernobyl, sono state restituite prima che venissero consumate dai messicani.

Nel 1991, Aridjis e il Grupo de los Cien organizza- no una settimana di incontri tra ecologisti, scienziati, politici e rappresentanti delle principali popolazioni indigene latinoamericane, con lo scopo di confrontarsi su varie questioni, tra cui la deforestazione massiccia di boschi tropicali, il riscaldamento globale e l’aumento del livello del mare. In seguito all’incontro intitolato Hacia el fin del milenio, è stata redatta la Declaración de Morelia, un documento che raccoglie le conclusioni del meeting in cinque punti, presentato anche alla prima conferenza mondiale sull’ambiente, il cosiddetto Summit della Terra di Rio de Janeiro, nel 1992, a cui presero parte diversi capi di stato di tutto il mondo nell’auspicio, oggigiorno disatteso, di una riduzione dell’emissione di CO2.

Nella sua relazione, Aridjis si lancia in una dura critica contro il capitalismo e prende le difese dei paesi più poveri e della flora e della fauna latinoamericana, precisando che:

 

Nuestra flora y fauna desaparecen cada día. Nuestros bosques, desiertos y mares son saqueados en busca de árboles, aves, cocodrilos, tarántulas, monos, cactos, plantas y tortugas marinas, que se convierten a su vez en muebles, mascotas, zapattos, bolsas y trofeos, y en medicinas patentadas en el mundo industrializado [...] Pero tampoco nosotros somos inocentes de la degradación de nuestros recursos naturales. Las acusaciones de imperialismo ecológico contra el Primer Mundo son utilizados con frecuencia por nuestros políticos para justificar planes nacionalistas que arrasan con los ecosistemas que nos quedan. La soberanía es invocada, así como un progreso espurio y efímero, para escudar los crímenes contra la naturaleza.

 

Non sempre i risultati ottenuti da Aridjis hanno rappresentato per lui un vero e proprio momento di esultazione: si pensi che oltre al pericolo a cui è andato incontro quando è sceso in campo in difesa delle tartarughe marine, tra il 1997 e il 1998, la sua famiglia ha ricevuto una serie di minacce di morte, costringendola alla scorta della polizia. A tal proposito, ci racconta che:

 

Solía tener la libertad de salir solo, utilizar el transporte público, el metro. Me gustaba caminar [...]. Es parte de mi vida como escritor. Pero ya no pue- do hacerlo [...]. Si salgo a la calle, es en un auto con dos guardias armados.

 

Tali minacce iniziarono a diminuire solamente quando molti intellettuali, tra cui Mario Vargas Llosa e Susan Sontag, chiesero al governo messicano di intervenire a loro tutela. Insomma, un intellettuale scomodo, non soltanto per la politica messicana, ma anche per quei paesi che traggono illeciti vantaggi mediante lo sfruttamento dei più deboli.

 

3. L’ecopoesia di Homero Aridjis

Come nella sua opera narrativa e saggistica, anche nella poesia di Homero Aridjis prevale l’attenzione verso il degrado ambientale, quanto meno a partire dalle raccolte pubblicate negli anni Ottanta, come Construir la muerte (1982). Da quel momento, osserva il cosmo da una prospettiva “amara” e realistica, sebbene auspicherebbe di vivere in un mondo utopico, quasi idilliaco, in cui tutti gli esseri potessero convivere pacificamente nel rispetto del- le differenze, insomma come se non vi fosse una divisione netta tra il regno animale, vegetale e minerale.

Jung Hwa Kim definisce Aridjis un “profeta”, ovvero un vate secondo la concezione che avevano i greci dei poeti. Il suo messaggio è allarmante, apocalittico e visionario; un monito contro l’impatto disastroso provocato dalle azioni dell’uomo sulla natura. Ed essendo un tipo di lirica tendente perlopiù alla comunicazione, ecco che contiene messaggi di richiamo alla responsabilità etica e civile. I destinatari sono un gran numero di lettori ed è per tale ragione che adopera uno stile e un registro particolarmente semplici e concitati, con versi liberi e strutture paratattiche, spesso carenti di figure retoriche elaborate.

Secondo Cristina Peri Rossi, la sua lirica è essenzialmente panerotica, nel senso che vi è una peculiare identificazione delle passioni del poeta con gli scenari paesaggistici e naturalistici, con gli animali e con le cose che lo circondano. In particolare, nella sua poetica percepiamo un ardito desiderio di ritorno alle origini, al Paradiso terrestre che l’uomo contemporaneo ha scelto definitivamente di distruggere:

 

Hecho el mundo

 llegó el hombre

 con un hacha

 con un arco

con un fusil

con un arpón

con una bomba

y armados de pies y manos

de malas intenciones y de dientes

mató al conejo

mató al águila

mató al tigre

mató a la ballena

mató al hombre

(Descreación, in Nueva expulsión del paraíso, 1990, p. 18)

 

  L’uomo contemporaneo non ha solamente compiuto un deicidio rinnegando la creazione di Dio, bensì ha compiuto un cosmocidio, con l’abbattimento di intere foreste, con l’uccisione degli animali e, soprattutto, con una guerra fratricida che soffoca la democrazia e stenta a essere spenta persino nell’epoca contemporanea.

La poesia di Aridjis non deve essere letta, tuttavia, come una semplice dichiarazione di amore verso la natura e i suoi agenti, bensì sotto forma di denuncia contro l’inquinamento e il disboscamento, come nel componimento Descenso a la ciudad poluta, il cui scenario è quello catastrofico e nocivo di Città del Messico:

 

Antes de que desciendas a la ciudad poluta 

mira el cielo amarillo que te envuelve

como un vasto sarape desgarrado,

mira allá abajo la amiba que te espera 

comiéndose a sí misma.

 

Antes de que desciendas al lugar donde la luz se 

olvida,

mira la mañana ebria de ruidos,

la catedral hundida como un barco gris,

las estatuas Fe, Esperanza y Caridad

 volver hacia ti el rostro cacarañado.

 

Mira a la gente de sombra descolorida,

los cerros pelones que saludan tu arribo,

 los perros, los niños y las margaritas

sufrir la muerte amarga de la lluvia y el aire.

 

El día aquí es un árbol marchito descuajado,

el beso aquí es una boca metálica y viscosa,

el tiempo aquí es una larga procesión de coches

 camino al funeral del hombre.

(Arzobispo haciendo fuego, 1993, pp. 463-64)

 

All’inizio delle prime due strofe notiamo l’utilizzo della reiterazione della locuzione temporale “Antes de que”, impiegata con funzione di avviso anticipatore dell’inizio delle due strofe seguenti: la terza che inizia con l’imperativo del verbo “mirar”, ovvero “guardare” e la quarta e ultima strofa che si apre con il sostantivo “día”, “giorno”, come se il poeta volesse informarci che prima di visitare la città inquinata di Città del Messico, dobbiamo soffermarci un attimo a osservare il paesaggio oscuro e metallico, coperto da un cielo giallo e contaminato. Gli unici esseri viventi sono degli innocenti, rappresentati dai cani, dai bimbi e dai fiori che soffrono le conseguenze dell’aria e dell’acqua inquinate. Al contrario, gli uomini sono delle figure piuttosto spettrali, come ci indicano le automobili in coda verso i loro funerali. Inoltre, i ruderi della cattedrale e i volti infetti dal vaiolo delle statue raffiguranti le tre virtù teologali rappresentano un mondo malato, piuttosto apostatico.

Nel testo, il giorno è paragonato a un albero marcio, termine frequente, dato che tra le principali vittime dell’azione cosmocida dell’uomo vi sono gli alberi e gli animali come, ad esempio, le farfalle monarca, i cani, le balene, gli elefanti e le aquile. I primi sono ricorrenti in molti componimenti e il pensiero di Aridjis sembra coincidere perfettamente con quello di Jacques Brosse che ci rammenta che: «Fin dall’origine il destino degli uomini fu associato a quello degli alberi con legami talmente stretti e forti che è lecito chiedersi che cosa ne sarà di un’umanità che li ha brutalmente spezzati». Da parte sua, il nostro poeta afferma:

 

Nada más natural que adorar a un árbol, 

cubierto nuestro día de follaje azul.

 

Nada más natural que subir caminos verdes

 hasta alcanzar el fin de nosotros mismos

(Nueva expulsión del paraíso, 1990, p. 123)

 

Sebbene il poeta dichiari che sia naturale l’amore per i nostri amici arbusti, va evidenziato che in molti testi esprime un concetto di dispiacere verso la loro distruzione: «El alma de los muertos es visible entre los arbustos, / puede tocarse con los ojos y las manos [...] el ruido de la motosierra que avanza hacia nostros / tumbando árboles y segando alas» (Sobre ángeles IX, in Tiempo de ángeles, 1991); e ancora: «En este siglo, / el hacha del mal / se vuelve contra la idea de árbol» (Nueva expulsión del paraíso, 1990, p. 124).

Un altro componimento significativo è Árboles 17, in cui Aridjis denuncia il cambiamento avvenuto nel suo paesaggio di infanzia e le sfide che la vita pone agli esseri umani una volta perduto il ricordo e il sen- so poetico che davamo alla nostra esistenza quando eravamo bimbi:

 

Arrasado el bosque de tu infancia, ¿adónde voltearás para hallar tus pasos que no hicieron camino en el día verde?

 Cortados los oyameles de tus años de niño, ¿adón- de escucharás

la voz del poema, que como serpiente herida, vola- ba entre las ramas?

Caídos los muros de tu casa, ¿adónde descansarás cuando la tiniebla invada las cavernas de tu cuerpo? Talado y quemado el cerro de tu pueblo, ¿a qué cima llegará

la Mariposa Monarca, imagen de la resurrección del invierno?

(Nueva expulsión del paraíso, 1990, p. 125)

 

 Conclusione

Alberi, animali e paesaggi della memoria, sono questi i temi ricorrenti nella poesia di Homero Aridjis. La sua estrema sensibilità verso il mondo che ci circonda, così come la sua denuncia contro la corruzione e i cambiamenti aleatori subiti dal nostro ecosistema lo rendono attualmente uno dei cantori della natura più originali e civilmente impegnati a livello internazionale.

La mancanza di analisi sistematiche di testi ecopoetici ispanoamericani non ci permette ancora di fare un bilancio sulle questioni inerenti all’ecologia letteraria. Un ulteriore studio sulla poesia di Homero Aridjis, comparata magari a quella di altri autori interessati all’ambiente, ci consentirebbe di approfondire le problematiche legate al cosmocidio nel continente latino-americano. Alcuni studi sul femminile ci hanno spinto a credere che solamente la donna sia sensibile alla natura e ai problemi che attanagliano quest’ultima, tuttavia, crediamo che anche la scrittura maschile possa concorrere alla conoscenza delle questioni ambientali e delle altri specie di esseri viventi, insomma a miglio- rare il nostro benessere e la nostra qualità di vita nel rispetto della diversità.

Aridjis è senz’altro il poeta della biodiversità e il cronista di un nuovo Eden in via di estinzione, che anziché essere preservato dai nuovi Adamo ed Eva, è quotidianamente minacciato e alterato, come dichiarava anche Idea Vilariño qualche tempo fa in Pobre mundo: «Lo van a deshacer / va a volar en pedazos [...] andará por los cielos / pudriéndose despacio / como una llaga entera / como un muerto». Aridjis non è comunque un poeta pessimista, considerato che malgrado la constatazione di vivere in un mondo sudicio, spera in un futuro più sano, come si legge nel componimento Paraíso negro, in cui rivolge una sorta di preghiera a una figura femminile equivalente al corrispettivo Dio maschile del cristianesimo:

 

Señora de los planetas muertos,

ten piedad de esta Tierra,

que desde el comienzo de los tiempos

 cuelga de un rayo de luz.

 

Señora de los milenios

que se pierden en la oscuridad del momento,

ten piedad de las estrellas animales y vegetales

 que se apagan en el aire, en el agua y en el suelo.

 

Señora de los pequeños mundos y los pequeños

 olvidos,

haz que nunca lamentemos la ausencia

de la ballena en los mares, del elefante en la tierra

 y del águila en los cielos.

 

Danos la gracia de no despertar un día 

en el Paraíso Negro.

(El poeta en peligro de extinción, p. 59)


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