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Figlia di solo padre. 

Di Anne Sexton

 

a cura di Rosaria Lo Russo

 

In: Semicerchio LV (02/2016) “30 anni”, pp. 25-32.

 

 

Se la ricerca del padre è intrapresa della figlia novecentesca, se il punto di vista filiale è quello delle poetesse, l’atto stesso della scrittura si configura come ricerca della propria identità poetante tramite la ricostruzione dell’identità del padre, figura contraffatta in metafore strabordanti, in un gioco di seduzione reciproca per continui travestimenti e metamorfosi, sublimi o turpi, che conduce a morte quando l’amplesso proibito implica la fusione, anzi la confusione, fra le due identità, fino alla perdita, alla sparizione di entrambe nella vorticosità delle metafore. Tutte queste poesie sono state scritte in memoriam dei padri reali delle scrittrici, anzi Anne Sexton pubblicò tutti i suoi libri dopo la morte del padre, e gran parte delle sue poesie, ma anche di quelle di Sylvia Plath, germinano proprio dal dolore per l’attesa di lui da sempre delusa, da quest’assenza definitiva, da un lutto perpetuato ormai soprattutto nei confronti della propria persona, fino al suicidio.

La Sexton nasce nel 1928 e la Plath nel 1932, nel New England: nel 1931 debuttava a Broadway Il lutto si addice ad Elettra di Eugene O’Neill, trasposizione allegorica dell’Orestea di Eschilo in un dramma borghese che inscena la crisi mortale del modello familiare patriarcale rigidamente puritano del New England. A determinare la catastrofe tragica, il lutto irreparabile dei Mannon, è Electra / Lavinia, la sua devozione esclusiva e l’amore chiaramente incestuoso per il padre e il suo odio, disprezzo e antagonismo feroce nei confronti della madre. Il drammaturgo americano, per rappresentare la tragedia domestica innescata dal personaggio della figlia, parzialmente tradendo la tragedia antica, rilegge l’eroina greca, che incestuosa non è, secondo la psicoanalisi junghiana: l’espressione ‘complesso di Elettra’, inteso come analogo femminile del complesso di Edipo, era stata introdotta da Jung nel Saggio di esposizione della teoria psicoanalitica del 1913, ma, curiosamente proprio nel 1931, l’espressione veniva definitivamente e giustamente respinta da Freud nello scritto sulla Sessualità femminile, perché di fatto, per fedeltà testuale al personaggio, Elettra non é Edipo, non agisce l’incesto col padre amato, si limita a voler ripristinare la Giustizia del Padre nella reggia degli Atridi. Quella stessa severa society altoborghese del New England, teatro ottocentesco dei tormentosi rapporti con le figure parentali di Lavinia Mannon alla tormentata ricerca della propria identità femminile, e ambiente in cui si formarono e l’ambito culturale entro il quale operarono le poetesse, poi legate anche da un’amicizia intellettuale nata durante la frequentazione del seminario di creative writing tenuto da Robert Lowell nel 1958, alla Boston University. Queste ragazze di buona famiglia, cresciute nel noioso benessere dei suburbs, furono, come la signorina Mannon, altrettanto inabili a ricoprire i ruoli convenzionali imposti dalla moralità vigente e altrettanto condannate a pagarne il fio. La trilogia di O’Neill, in quanto filtro contemporaneo del modello tragico antico, oltre ad anticipare le tematiche ossessivamente inerenti i conflitti familiari della daughterhood, va posta in relazione con un elemento portante dello stile confessional delle poetesse: e la rielaborazione dei miti alla luce della psicoanalisi, da intendersi non come pratica terapeutica personale ma come fonte letteraria, ovvero la trasposizione delle matrici tragiche dei conflitti e dei modelli mitici dei personaggi agenti nel dettato ‘confessionale’ del realismo psicologico, che consente a questa poetica di oltrepassare i limiti del denudamento autobiografico. Ma il referente teatrale è, per entrambe, anche altrimenti fondamentale: il nucleo incandescente del confessional è proprio la contraffazione delle persone reali e dei fatti vissuti in personaggi e azioni teatrali; il padre e la figlia, oltre che maschere-personaggi, sono propriamente definiti «attori» di un’«antica tragedia».

Perché la finzione teatrale, le maschere sceniche? Perché questa radice performativa, per cui la Sexton, oltre a rendersi famosa e memorabile 1 per come recitava ai public readings i suoi versi, con meravigliosa voce gutturale e gestualità da attrice consumata, scrisse e fece rappresentare (all’American Place Theatre di New York nel 1969), il copione Mercy Street, il cui argomento è, non a caso, l’incesto agito fra padre e figlia (esperimento oltre tutto esclusivamente spettacolare, dato che il testo recitato non fu mai pubblicato)? La materialità del teatro nella poesia; «My poems are intensely physical», diceva Anne Sexton: questa frase riassume una condizione generale di molta poesia femminile del secondo Novecento che trova nella fisicità, nelle realtà corporee, l’argomento, anzi l’elemento fondante della scrittura; incarnare personaggi significa tentare di liberarsi dai corpi reali per rappresentarne altri mitificati, figure controfigurali di un sé e di un altrui, di per sé, poco accetti. Se l’io poetante della Plath, lettrice di Eschilo e di O’Neill, si nomina Electra, e, nascondendo dietro la statuarietà militaresca e la possanza incombente del corpo-«statua di un morto», del Padre come Morte, il personaggio mitico dell’eroe Agamennone, inscena le azioni odiose della passione incestuosa accompagnata dal terrore per la violenza subita dal padre, a quale altra protagonista mitico-tragica rivolgersi per nominare l’io poetante, il «mythical self» della Sexton, della figlia che, contrariamente all’Elettra classica, agisce la colpa, e subisce la pena, dell’incesto col padre? Quali configurazioni mitiche e contenuti semantici profondi gemellano la scrittura delle poetesse?

 

 

The moss of his skin

 

Young girls in old Arabia were often buried alive next to their dead fathers, apparently as sacrifice to the goddesses of the tribes...

- Harold Feldman, “Children of the Desert”, Psychoanalysis and Psychoanalytic Review, Fall 1958

 

It was only important 

to smile and hold still, 

to lie down beside him 

and to rest awhile, 

to be folded up together 

as if we were silk, to sink 

from the eyes of mother 

and not to talk.

The black room took us 

like a cave or a mouth 

or an indoor belly.

I held my breath 

and daddy was there,

 his thumbs, his fat skull, 

his teeth, his hair growing 

like a field or a shawl.

I lay by the moss 

of his skin until 

it grew strange. My sisters 

will never know that I fall

 out of myself and pretend 

that Allah will not see 

how I hold my daddy 

like an old stone tree.

 

 

 

 

Il muschio della pelle

 

Le ragazze nell’antica Arabia spesso venivano sepolte vive accanto ai loro padri morti, apparentemente come sacrificio per le dee tribali.

- Harold Feldman, Bambine del deserto, “Psychoanalysis and Psychoanalytic Review”, Autunno 1958

 

L’unica cosa importante

 era sorridere e star ferma, 

sdraiarmi accanto a lui 

per fare un riposino, 

ripiegati combaciare

 come scampoli di seta, 

e celati allo sguardo della mamma 

non parlare.

La camera nera ci avvolgeva 

come caverna, bocca, 

interiora di un interno.

Trattenevo il respiro 

e papà era lì, 

quei pollici, il teschio grasso, 

quei denti, i capelli 

continuavano a crescere 

come un prato, uno scialle.

Mi sdraiai accanto al muschio 

della sua pelle 

finché la muta avvenne.

Le mie sorelle non sapranno mai 

come in estasi io cada fingendo 

che Allah non si accorga

come abbraccio il mio papà, 

vecchio albero pietrificato.

 

 

Oysters 

 

Oysters we ate, 

sweet blue babies,

 twelve eyes looked up at me, 

running with lemon and Tabasco.

I was afraid to eat this father-food 

and Father laughed 

and drank down his martini, 

clear as tears.

It was a soft medicine 

that came from the sea into my mouth, 

moist and plump.

I swallowed.

It went down like a large pudding. 

Then I ate one o’clock and two o’clock. 

Then I laughed and then we laughed 

and let me take note 

there was a death, 

the death of childhood 

there at the Union Oyster House 

for I was fifteen and eating oysters

and the child was defeated.

The woman won.

 

Ostriche 

 

Ostriche mangiammo dolci bellezze blu, 

dodici occhi mi guardavano dal piatto,

 asperse di limone e di Tabasco.

Avevo paura di mangiare questo padre-cibo 

e il Padre rise 

e tracannò un Martini

 trasparente come lacrime.

Era un farmaco soave 

che dal mare veniva alla mia bocca 

molle e grassoccio.

Lo ingollavo.

Andava giù come un gran budino.

L’ho mangiato all’una in punto.

L’ho mangiato alle due in punto.

E poi ho riso, abbiamo riso allora 

e – fammelo scrivere c’è stata una morte, 

la morte dell’infanzia

 là, alla Casa dell’Ostrica 

avevo quindici anni 

e mangiavo le ostriche. Una bambina sconfitta: 

la donna aveva vinto.

 

How we danced 

 

The night of my cousin’s wedding

 I wore blue.

I was nineteen 

and we danced, Father, we orbited.

We moved like angels washing themselves.

We moved like two birds on fire.

Then we moved like the sea in a jar, 

slower and slower.

The orchestra played 

“Oh how we danced on the night we were wed.” 

And you waltzed me like a lazy Susan 

and we were dear,

very dear.

Now that you are laid out, 

useless as a blind dog, 

now that you no longer lurk, 

the song rings in my head.

Pure oxygen was the champagne we drank 

and clicked our glasses, one to one.

The champagne breathed like a skin diver 

and the glasses were crystal and the bride 

and groom gripped each other in sleep 

like nineteen-thirty marathon dancers.

Mother was a belle and danced with twenty men. 

You danced with me never saying a word.

Instead the serpent spoke as you held me close. 

The serpent, that mocker, woke up and pressed 

against me 

like a great god and we bent together

 like two lonely swans.

 

Come ballavamo 

La sera del matrimonio di mio cugino 

ero vestita di blu.

Avevo diciannov’anni 

e ballammo, Padre, andammo in orbita.

Un movimento ondulato 

come d’angeli in vasca da bagno 

l’ondeggiamento di due uccelli infuocati 

l’ondeggio lento del mare in bottiglia, 

sempre più lentamente ondulante.

 L’orchestra suonava 

“Come ballavamo la sera delle nostre nozze”, 

nelle volute del walzer mi portavi 

rigirandomi come la mensola in cucina, 

ed eravamo cari, 

tanto cari.

Ora che sei rigido 

inutile come un cane cieco,

 ora che non puoi più scrutarmi, 

la canzone mi risuona nella testa.

Puro ossigeno fu lo champagne che bevemmo

 e il tintinnio dei bicchieri nel nostro cin cin.

Lo champagne respirava come un sub 

e i bicchieri furono cristallo e la sposa 

e lo sposo avvinghiati nel sonno,

 come una coppia alle vecchie maratone danzanti. 

Mamma ballò con venti uomini, faceva la bellona. 

Tu ballavi solo con me, senza dire una parola.

 Ma il serpente parte 

quando m’hai stretta più forte.

Quel serpente, beffardo 

si risvegliò al contatto, 

s’eresse come un grande dio.

E noi, l’una dell’altro 

i colli reclini attorcigliammo

 come due cigni solitari.

 

Santa 

 

Father,

 the Santa Claus suit 

you bought from Wolff Fording Theatrical Supplies,

 back before I was born, 

is dead.

The white beard you fooled me with

 and the hair like Moses 

the thick crimpy wool 

that used to buzz me on the neck, 

is dead.

Yes, my busting rosy Santa, 

ringing your bronze cowbell.

You with real soot on your nose 

and snow (taken from the refrigerator some years)

 on your big shoulder.

The room was like Florida.

You took so many oranges out of your bag 

and threw them around the living room, 

all the time laughing that North Pole laugh. 

Mother would kiss you 

for she was that tall.

Mother could hug you 

for she was not afraid.

The reindeer pounded on the roof 

(It was my Nana with a hammer in the attic.

For my children it was my husband 

with a crowbar breaking things up.)

The year I ceased to believe in you 

is the year you were drunk.

My boozy red man, 

your voice all slithery like soap, 

you were a long way from Saint Nick 

with Daddy's cocktail smell.

I cried and ran from the room

 and you said: “Well, thank God that's over!” 

And it was, until the grandchildren come. 

Then I tied up your pillows 

in the five A.M. Christ morning 

and I adjusted the beard, 

all yellow with age, 

and applied rouge to your cheeks 

and Chalk White to your eyebrows.

We were conspirators, 

secret actors, 

and I kissed you 

because I was tall enough.

But that is over.

The era closes 

and large children hang their stockings 

and build a black memorial to you.

And you, you fade out of sight

 like a lost signalman 

wagging his lantern 

for the train that comes no more.

 

Papà Natale 

 

Papà, 

il vestito da Papà Natale 

comprato alla sartoria teatrale Wolff Fording 

prima che nascessi, 

è morto.

La barba bianca che m’ingannava

 e i capelli alla Mosé, 

la lana crespa e ruvida 

che mi faceva pizzicorino al collo, 

è morto.

Si, mio robusto atticciato Papà Natale, 

suonavi una campanella di bronzo.

Tu, con la fuliggine vera sul naso 

e la neve (qualche volta presa dal frigo) 

sulle tue grandi spalle.

La stanza pareva la Florida.

Tiravi fuori dal sacco tutte le arance 

e le sciorinavi per tutto il salotto

 sempre ridendo, 

quella risata da Polo Nord.

 

La mamma ti baciava 

era alta abbastanza.

La mamma ti abbracciava

 non aveva paura.

Lo scalpiccio delle renne sul tetto.

(Era la mia Nana con un martello in mansarda. 

Per le mie figlie è stato mio marito 

con una sbarra che spaccava tutto). 

Ho smesso di credere in te 

quella volta ch’eri sbronzo.

Mio uomo rosso, ubriacone 

la voce scivolosa come sapone, 

ci correva un bel po’ fra te e San Nicola 

con quell’odore di cocktail-di-Papà.

Io piansi e scappai dalla stanza 

e tu dicesti “Beh, graziaddio si fa finita!”

E così è stato, finché sono arrivate le nipotine. 

Allora t’ho messo addosso i cuscini 

alle cinque della mattina di Cristo

 e t’ho sistemato la barba 

ingiallita dal tempo, 

e t’ho truccato le guance col rossetto

 e le sopracciglia con la biacca.

Eravamo complici, 

segreti attori, 

e ti ho baciato:

ero alta abbastanza.

Ma è finita.

Quell’era s’è chiusa 

le bambine cresciute appendono le calze 

e ti costruiscono un monumento nero.

E tu, la tua immagine svanisce 

come d’un capostazione sperduto

 la lanterna che a vanvera oscilla

 per quel treno che non passa più.

 

“Daddy” Warbucks 

In Memoriam

 

What’s missing is the eyeballs 

in each of us, but it doesn’t matter

 because you’ve got the bucks, the bucks, the bucks. 

You let me touch them, fondle the green faces

 lick at their numbers and it lets you be

 my “Daddy!” “Daddy!” and though I fought all alone 

with molesters and crooks, I knew your money 

would save me, your courage, your “I’ve had 

considerable experience as a soldier...

fighting to win millions for myself, it’s true.

But I did win,” and me praying for “our men out there” 

just made it okay to be an orphan whose blood was

 [no one’s 

whose curls were hung up on a wire machine and 

[electrified 

while you built and unbuilt intrigues called nations,

and did in the bad ones, always, always,

 and always came at my perils, the black Christs 

[of childhood. 

always came when my heart stood naked in the street 

and they threw apples at it or twelve-day-old-dead

[fish.

 

“Daddy! “ “Daddy! “, we all won that war,

 when you sang me the money songs 

Annie, Annie you sang 

and I knew you drove a pure gold car 

and put diamonds in your coke 

for the crunchy sound, 

the adorable sound and the moon too was in your portfolio,

 as well as the ocean with its sleepy dead.

 

And I was always brave, wasn’t I?

I never bled?

I never saw a man expose himself.

No. No.

I never saw a drunkard in his blubber.

I never let lightning go in one ear and out the other. 

And all the men out there were never to come. 

Never, like a deluge, to swim over my breasts

 and lay their lamps in my insides.

No. No.

Just me and my “Daddy” 

and his tempestuous bucks 

rolling in them like corn flakes 

and only the bad ones died.

 

But I died yesterday, 

“Daddy”, I died, 

swallowing the Nazi-Jap-animal 

and it won’t get out 

it keeps knocking at my eyes,

 my big orphan eyes, 

kicking! Until eyeballs pop out 

and even my dog puts up his four feet 

and lets go 

of his military secret

 with his big red tongue.

flying up and down 

like yours should have

 

as we board our velvet train.

 

“Papa” Warbucks 

In memoriam

 

Papa” Warbucks In memoriam

 

Quel che ci manca son le palle degli occhi, 

ma chi se ne frega 

tanto tu hai fatto i quattrini, i quattrini, i quattrini.

Me l’hai fatti toccare, strusciare le facce verdi 

leccare le cifre e cosi sei diventato 

il mio “Papà!” “Papà!” e anche se lottavo da sola 

contro molestatori e fregaioli, sapevo che i tuoi soldi 

m’avrebbero salvata, il tuo eroismo,

 quel tuo “come soldato ho un’esperienza notevole

 ho combattuto da solo per fare i milioni, questa è la 

[verità. 

Ma ho vinto”, ed io che pregavo per “i nostri uomini

 [là in guerra” 

m’andava bene d’essere un’orfana dal sangue di nessuno, 

dai ricci attorti ai fili del telegrafo, elettrizzati, 

mentre tu cardavi e scardinavi intrighi chiamati nazioni, 

e facevi fuori i cattivi, sempre, sempre, 

e sempre venivi nei pericoli, Cristi neri dell’infanzia, 

sempre arrivavi quando il mio cuore restava nudo 

[per strada 

e quelli gli tiravano mele marce o pesci morti 

[da dodici giorni.

Papà!” “Papà!”, tutti abbiamo vinto quella guerra, 

quando mi ripetevi la solita solfa dei quattrini

 Annie, Annie cantavi

 e allora sapevo che c’avevi la macchina d’oro puro

 e mettevi i diamanti nella Coca 

che ti facevan quel suono, quell’adorabile sgranòcchio

 e pure la luna c’era nel tuo portafoglio, 

e c’era anche l’oceano coi suoi silenti morti assopiti.

 

Ed io son sempre stata coraggiosa, vero?

Non ho mai sanguinato, vero?

Non ho mai intoppato in un esibizionista.

No. No.

Non ho mai visto un briaco grasso sfatto.

Non ho mai concesso che fulmini

 m’entrassero da un orecchio e uscissero dall’altro. 

Tutti quegli uomini là fuori non erano destinati a venire,

 mai, come diluvio, a nuotarmi sulle poppe 

mai a infilarmi le loro torce in pancia.

No. No.

Solo io e il mio “Papà”

 e il fragore dei suoi quattrini 

a strafogarci di soldi come fossero corn flakes, 

e solo i cattivi morivano.

 

Ma io sono morta ieri, 

“Papà”, sono morta, 

trangugiando l’animale nazinipponico 

che non uscirà 

che continua a bussarmi dietro agli occhi, 

i miei grandi occhi d’orfana, 

scalciando! Finche gl’occhi me li spippa fuori 

e anche il cane finisce a zampe all’aria 

e sputa fuori 

il suo segreto militare 

slappando con la sua gran lingua rossa, 

come avresti dovuto fare tu

 

 

mentre saliamo sul nostro treno di velluto.

 

Divorce, thy name is women

 

I am divorcing daddy – Dybbuk! Dybbuk!

I have been doing it daily all my life

since his sperm left him

drilling upwards and stuck to an egg.

Fetus, fetus – glows and glows in that home

 and burst out, electric, demanding moths.

 

For years it was woman to woman,

breast, crib, toilet, dolls, dress-ups.

WOMAN! WOMAN!

Daddy of the whiskies, daddy of the rooster breath,

 would visit and then dash away

as if I were a disease.

 

Later,

when blood and eggs and breasts

 dropped onto me,

Daddy and his whiskey breath

 made a long midnight visit

in a dream that is not a dream 

and then called his lawyer quickly. 

Daddy divorcing me.

 

I have been divorcing him ever since,

 going into court with Mother as my witness

 and both long dead or not

I am still divorcing him,

adding up the crimes

of how he came to me,

how he left me.

 

I am pacing the bedroom.

Opening and shutting the windows. 

Making the bed and pulling it apart.

I am tearing the feathers out of the pillows, 

waiting, waiting for Daddy to come home 

and stuff me so full of our infected child 

that I turn invisible, but married,

at last.

 

Divorzio, il tuo nome è donna

Mi divorzio da papà – Oh spirito persecutore!

 Da tutta la vita ogni giorno lo faccio

da quando da lui il seme suo s’è staccato

 trapanando e conficcandosi in un uovo.

 Feto, feto – arde, arde nella casa

ed esplode luminoso attraendo falene.

 

Per anni è stato un donna a donna, 

poppe, culla, vasino, bambole, vestitini. 

DONNA! DONNA!

Papà del whisky, papà dal fiato di gallo 

veniva in visita e subito svicolava

come fossi una malattia.

 

Piu tardi,

quando sangue uova e poppe

mi cascarono addosso,

Papà col fiato al whisky

mi fece una lunga visita notturna

in un sogno che non è un sogno,

e subito dopo chiamò il suo avvocato.

 Papà chiede il divorzio.

 

Da allora seguitiamo a divorziare,

vado in tribunale con Mamma per testimone,

 che siano morti da tempo o no

io ancora da lui mi divorzio

e sommo i delitti,

com’è venuto da me

come m’ha lasciata.

 

Rassetto la camera da letto.

Apro e chiudo le finestre. Faccio e

disfaccio il letto.

Spennacchio e

spiumaccio i cuscini,

mentre aspetto che torni a casa Papà aspetto 

che m’imbottisca d’un nostro figlio infetto 

finche io pregna invisibile divenga

ma sposata, infine.


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