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ARMANDO GNISCI (a cura di), Nuovo Planetario Italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa, Enna, Città Aperta Edizioni, 2006, pp. 537, € 27,00.

 

 

 

Da tempo la contaminazione interculturale odierna appare un controverso oggetto di studio, per "noialtri umanisti europei con una formazione letteraria e antropologica, una mente critica e un destino migrante". Così scriveva Armando Gnisci in Biblioteca Interculturale. Via della colonizzazione europea N. 2 (2004), un titolo il cui intento provocatorio ritorna nelle pagine di Nuovo Planetario Italiano, che accoglie gli interventi di sedici studiosi affascinati, ancora una volta, da quel "destino migrante", tema inesauribile nel dibattito filosofico, letterario e artistico mondiale. Nell’Introduzione il curatore cita alcuni nomi emblematici, tra cui Salah Methnani, che si definisce un cross-cultural writer (Lontano dalla lingua madre, "Kúmá", n. 3, gennaio 2002), scrittore laureato eppure "in tutto e per tutto un immigrato nordafricano, senza lavoro, senza casa, clandestino" (Immigrato, 1997). Chi si percepisce migrante e marginale, osserva Gianluca Iaconis, rende "la matrice autobiografica e testimoniale il perno iniziale dell’esperienza letteraria che nasce dall’esperienza migratoria", spesso segnata da eventi difficili. Si ricorderà che Pap Khouma, nato in Senegal e cittadino italiano da circa dieci anni, fu picchiato e insultato a Milano, il 24 maggio 2006, dai controllori di un tram, contagiati da un pregiudizio razziale imperante in una società incapace di gestire l’immenso fiume di persone dalle identità disperse, rubate da eventi ben più inquietanti dei misteriosi "mangiatori di anime" descritti da Khouma in Nonno Dio e gli spiriti danzanti (2005). I tanti autori ricordati in Nuovo Planetario sono, citando George Steiner, le "vere presenze" nel volume, vaganti su percorsi diversi ma convergenti in una condizione ben descritta già da Joyce, Grass, Kundera, Brodskij e altri emblemi del canone occidentale, in parte riletti dai contemporanei Coetzee, Ondaatje e Rushdie che, come ricorda Mia Lecomte, è stato il primo presidente del Parlamento Internazionale degli Scrittori (fondato a Strasburgo, 1993), nonché promotore delle Città rifugio, per accogliere scrittori esuli in Europa. Definiti postmoderni e postcoloniali, questi autori hanno rifiutato più volte tali categorie, insufficienti per designare la molteplicità di forme e temi con cui rappresentano l’esilio e la migrazione. Se l’esule è, scrive Rushdie in The Satanic Verses (Versi satanici, 1988), "a ball hurled high into the air", una "palla lanciata in alto nell’aria", in un elemento inafferrabile, le opere che descrivono l’esilio pure possono sembrare indecifrabili, poiché riuniscono segni molteplici per superare il confine tra mondi lontani. Agota Kristof in una bella frase che Gnisci trae da L’analphabète. Récit autobiographique (2004) afferma: "Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire"; è una "scrittura del dolore dell’Europa nel XX secolo", scrive Gnisci, una scrittura che l’algerino Tahar Lamri definisce "tutta fatta di bastoni" ("Ma dove andiamo? Da nessuna parte solo più lontano", Parole di sabbia, 2002). Se i migranti pensano in una lingua ma scrivono in un’altra, talvolta "grammatica e fonetica li tradiscono prontamente", scrive Helena Paraskeva, ateniese trapiantata a Roma (Il Tragediometro ed altri racconti, 2003). Perciò Jean-Jacques Marchand propone l’immagine di un dittico letterario, spiegando che rispetto alla nazione italiana lo scrittore esule si pone come immigrato-in o emigrato-da, scrivendo in una lingua estranea, che "non fa parte del suo "monologo interiore"". Il poeta iraniano-bolognese Nader Gazvinizadeh rivela: "Mi sono perso nel vocabolario / tra le antiche vicende dei suoi esempi" ("Gennaio", Arte di fare il bagno, 2004), mentre il siriano Yousef Wakkas afferma: "penso in arabo e scrivo in italiano" (Terra mobile, 2004). Per la poetessa Vera Lúcia de Oliveira, ricordata nel bel saggio di Davide Bregola, "ci sono testi che "nascono" in portoghese, altri in italiano", una convivenza sofferta anche da Mohamad Akalay ("Per un grumo di parole Poesia / Si veste di cenere e pattume") e Gino Chiellino, citato da Immacolata Amodeo, che vede nella poesia Verstummung un duplice "processo dell’"ammutire"", ossia l’alterazione della lingua madre e l’uso difettato della lingua nuova, nell’interlingua che mescola i due idiomi (si pensi ad Ali le Magnifique, 2001 di Paul Smaïl), ma impone una perdita. Il tema è indicato da Jarmila Oĉkayová già nel titolo di L’essenziale è invisibile agli occhi (1997), ambientato in città caotiche, dove manca "totalmente la segnaletica", per cui ognuno segue "solo logiche e leggi proprie". Ne deriva un estraniamento alla realtà, condiviso da Mihai Mircea Butcovan: "Con la radio accesa mi collego con il mondo. Ne sono parte od osservatore?" (Allunaggio di un immigrato innamorato, 2006). Il tema dello sguardo è centrale anche in Occhio a Pinocchio (2006), dove un sottotesto canonico consente a Oĉkayová di rappresentare l’antitesi tra uno spazio postbellico e un albero, simbolo della natura che sopravvive (centrale anche in Appuntamento nel bosco, 1998), come nella poesia Al sicomoro dell’eritrea Ribka Sibathu, o nel romanzo La straniera (1999) dell’iracheno-torinese Younis Tawfik: "ti dirigi verso l’albero che si slancia verso il cielo, al centro della piazza. […] Per te è come tornare a casa ". Al contrario, L’isola di pietra (2000) di Vesna Stanić, nata a Zagabria e residente a Firenze, inscrive un albero di lillà in "un mondo pieno di rancore, odio, pettegolezzi", dove gli animali sembrano "impazziti. […] Non hanno una meta, ci sono già. All’inferno", un inferno che era superabile nelle Città invisibili calviniane, ma qui appare visibile nelle macerie da cui fuggono gli autori, finendo per svolgere in Italia i lavori più svariati. Da Israele, Rula Jebreal giunge a Bologna da fisioterapista, ma oggi scrive sul "Messaggero" e pubblica per Rizzoli, dopo un percorso difficile, dato che qualsiasi straniero è "guardato sempre con sospetto" (Jarmila Oĉkayová, Intervista a Paolo Pegoraro, "Kúmá" n. 14, dicembre 2007), anche quando scrive. Manca, infatti, una modalità ermeneutica costruita, osserva Gnisci, "per provenienze e cammini planetari, e non per temi, generi ed altre categorie specifiche della critica letteraria". A tal proposito, vorrei citare una frase di Luisa Carrer, che riguardo a Salman Rushdie afferma: "egli introdusse il nuovo realismo magico internazionale". In diversi saggi e interventi, però, lo scrittore si è definito estraneo a questa categoria di matrice europea; ne cito uno: "Many people, especially in the West, who read Midnight’s Children, talked about it as a fantasy novel.

(Elvira Gòdono)

 

 

 

 

By and large, nobody in India talks about it as a fantasy novel; they talk about it as a novel of history and politics" (Midnight’s Children and Shame, "Kunapipi" 7, n. 1, 1985, p. 15). È discutibile anche l’espressione "parodia biblica", applicata da Carrer a The Satanic Verses, poiché Rushdie ha spesso sottolineato che il romanzo non è costruito sulla rilettura della Bibbia, ma di antichi poemi epici indiani, come afferma esplicitamente l’autore nelle pagine dell’opera, definita "this modern Mahabharata, or, more accurately, Mahavilayet" (The Satanic Verses, Vintage, 1998, p. 283). Non è sempre possibile, quindi, applicare categorie eurocentriche a opere complesse, incentrate su immagini che esprimono, come ben scrive la Carrer nella seconda parte del saggio, "il significato profondo dell’essere persona di razza mista", emigrata in Europa ma propensa a compiere "viaggi mentali alla terra lasciata dai propri padri". In tale multispazialità, Gnisci auspica una teoria letteraria basata sulla tempestività e sulla maturità, riportandoci alle note categorie calviniane, tra cui la leggerezza, che Silvia Camilotti applica ai racconti di Lily-Amber Laila Wadia (Il burattinaio e altre storie extra-italiane, 2004), nata a Bombay e residente a Trieste. Ma è difficile essere critici tempestivi e maturi, nel secolo che al Walcott di The Migrants (2000) sembra dominato da una "deceitful sunrise", un’ingannevole aurora, nell’Italia dove un giocatore di calcio guadagna, osserva Gnisci, "immensamente più di un professore, e una velina troppo di più di una bibliotecaria". In tale contesto sociopolitico, sottolinea Maria Cristina Mauceri, la diaspora letteraria intraeuropea mostra che il termine cultura è univoco ed eurocentrico rispetto all’eterogenea letteratura incentrata sul dispatrio, espressione di Luigi Meneghello, che con generi e lingue differenti racconta ne Il dispatrio (1993) la sua migrazione non tanto spaziale quanto interiore, esperienza condivisa da moltissimi letterati. A tal proposito, spicca la bella citazione che la Mauceri trae da una lettera di Mozart a sua sorella, in cui dinanzi agli occhi di un genio sospeso tra l’italiano e il tedesco compare l’immagine del Vesuvio fumante. Tra 1600 e 1700, infatti, l’incontro degli intellettuali inglesi, francesi e tedeschi con l’alterità italiana è un’esperienza paragonabile al viaggio coast to coast negli Stati Uniti di un beat negli anni ’60-70, un viaggio iniziatico e formativo da cui trarre ispirazione artistica, come l’esilio volontario di Joyce in Italia, o il soggiorno in Inghilterra di Foscolo e Mazzini. Pensiamo, però, anche alla dislocazione di Henry James, lontano dagli Stati Uniti come dall’Europa, o di Ezra Pound, cultore di Cavalcanti e filofascista ma cittadino statunitense. Si aggiungono Edith Bruck, Helena Janeczek, i fratelli Giorgio e Nicola Pressburger, per i quali l’analogia offerta dalla testimonianza post-olocausto svela molteplici differenze nella rappresentazione di una pluralità spaziotemporale, descritta intrecciando sentimenti di sradicamento a istanze edipiche. Tra diversi poli oscilla anche Simonetta Agnello Hornby, che dedica La mennulara (2002) alla British Airways, per aver sospeso tra due nazioni la sua identità, decostruendola per ricostruirla, tema centrale anche in Vivere altrove (1997) di Marisa Fenoglio e Kuraj (2000) di Silvia Di Natale, translingui per raccontare, sottolinea Franca Sinopoli, un’esperienza assimilabile alla migrazione nazionale da Sud a Nord, negli anni ’50, oppure all’esodo intercontinentale degli italiani tra ’800 e ’900, un parallelismo argomentato da Armando Gnisci già in La letteratura italiana della migrazione (1998), che suggeriva di cogliere negli autori migranti interessanti aspetti non solo tematici ma anche formali e linguistici. In L’aquilone bianco (2004), ad esempio, Ji Yue affianca testo italiano e cinese, riportandoci all’autobiografia bilingue Lei, che sono io/Ella, que soy yo (2005) dell’italo-argentina Clementina Sandra Ammendola, affascinata dal tema dello sradicamento, come l’italo-cinese Bamboo Hirst (Inchiostro di Cina, 1986), vissuta tra Shangai, Milano e Londra. Analizzando opere frutto di esperienze dis-locative e cross-culturali, ci avviciniamo anche a "costumi e tradizioni letterarie orali, a testi antichi di civiltà mai completamente e adeguatamente riconosciute in Europa", come scrive Ali Mumin Ahad a proposito del Corno d’Africa, o Davide Bregola riguardo all’italo-brasiliana Cristiana de Caldas Brito, i cui "racconti mostrano l’importanza della tradizione orale: c’è sempre una nonna (una doppia madre) che racconta storie". Secondo Habte Weldemariam, eritreo vissuto in California e residente in Italia, si attinge a un "ethos tramandabile, assimilabile e riconoscibile di generazione in generazione", ciò che per il paraguayano Egidio Molinas Leiva è "tutta la tradizione della lingua orale Guarany". Il passaggio dall’oralità alla scrittura ha un peso enorme anche nell’ispirare i musicisti migranti in Italia, che raccontano leggende antichissime in un tracciato sonoro frutto della cross-cultura postmoderna. Sonia Sabelli sottolinea, infatti, che "nei contesti urbani multiculturali le musiche diasporiche finiscono spesso per alimentare il senso di appartenenza e di identità delle comunità dislocate". L’ignoranza europea delle loro tradizioni ha diffuso l’errata convinzione che i testi scritti da autori emigrati in Italia non siano degni, scrive Ali Mumin Ahad, di "essere pubblicati. Questa antologia vuole supplire in parte a tale mancanza". Molti sono, infatti, i testi inediti raccolti poiché pochi sono, osserva Silvia Camilotti, "gli editori che hanno un progetto culturale specifico sulla letteratura della migrazione". Il mito di un’Italia culturalmente democratica è, infatti, una diffusa illusione, poiché nel Paese di Dante gli stranieri non sempre sono trattati "con la dignità dovuta ad ogni essere umano" (Kúmá N. 9-10, settembre 2005), scrive Gabriella Ghermandi, nata ad Addis Abeba e residente a Bologna. Appare molto radicata, tuttavia, la colonizzazione culturale delle ex-colonie italiane; perfino nel Senegal di Mbacke Gadji "tanta parte della popolazione benestante si veste all’italiana" (Kelefa. La prova del pozzo, 2003), poiché la cinica metodica del mercato globale odierno favorisce l’imperialismo culturale dell’Occidente e la conseguente diffusione di prospettive didattiche e critiche di stampo eurocentrico, come hanno ben argomentato Pedro Miguel e Jean-Leonard Touadi. Non si può ignorare, però, la crisi della metodologia ermeneutica occidentale di matrice astrattivo-aristotelica, dinanzi al racconto di mondi spaziotemporali variegati, fra cui gli scrittori migranti oscillano, animati da quella che Geneviève Makaping chiama "la forza della mia penna o, per meglio dire, della mia tastiera" (Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi, 2001). Questa energia creativa ha ispirato la rilettura di archetipi universali, ad esempio lo spazio omerico, pura chimera per il poeta Kavafis, come per Gezim Hajdari: "Vogliono darmi per forza una patria / io penso all’alba / che mi porta all’indomani" (Corpo presente, 1999). Anche nel racconto dell’algerino Amor Dekhis Le braccia generose dell’edificio ferroviario, un cuoco è nauseato da ogni tipo di "documento per mettere radici in un solo posto", perché più dell’odore di pesce in cucina lo disgusta "un altro tipo di fetore: quello di essere reperibile". Per il poeta romano-camerunense Yogo Ngana Ndjock "avere un solo essere è prigione" ("Prigione", in Foglie vive calpestate. Riflessioni sotto il baobab, 1989), essendo estraneo alle logiche della geografia politica, un tema centrale in Va e non torna (2000) di Ron Kubati, affascinato dal misterioso rapporto uomo/mare (come il poeta marocchino Abdelkader Daghoumi in Mediterraneo addio, l’israeliano Alon Altaras in Quando arrivai all’isola, il brasiliano Julio Monteiro Martins nel racconto Un mare così ampio), un elemento "che si fa attraversare" ma non placa il terrore del futuro: "La città alle nostre spalle diventa più piccola, ma davanti a noi non si vede niente". Può accadere che allo sradicamento reale l’autore opponga la centralità di uno spazio narrativo, come Tamara Jadrejĉić (vincitrice del Premio Calvino 2004 con “Prigionieri di guerra”), che nel racconto Il bambino che non si lavava (2002) contrappone alle città in guerra la piccola stanza dove Ivan rifiuta di fare il bagno, per attendere il padre soldato, mentre in casa il telegiornale è "solo una fonte di orrore e malessere". Un altro personaggio di nome Ivan compare nel testo teatrale Il sogno di Orlando (2004) del bilingue bosniaco-friulano Boźidar Stanišić, che racconta il dramma di sentirsi “un traditore, anche un disertore […] un vigliacco fuggiasco – in realtà doppio: ho sangue misto", vicenda comune a quanti vivono in una moltiplicazione spaziotemporale, descritta in un insieme di motivi e forme che chiamerei pluri-vocalità narrativa, essendo costruita sovrapponendo citazioni di archetipi illustri. Il modello dantesco confluisce, ad esempio, nella donna angelicata di Arthur Spanjolli (Eduart, 2005); il paradigmatico Grande Fratello orwelliano forse ispira a Ornella Vorpsi la "Madre Partito" (Il paese dove non si muore mai, 2005); la struttura a incastro delle Mille e una notte è riprodotta nel lungo racconto I bambini delle rose (2000) del tunisino Mohsen Melliti; il pasticciaccio gaddiano è ripreso da Amara Lakhous nel giallo grottesco Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (2006), ambientato in un condominio romano pervaso dal sospetto e dalla diffidenza, tema centrale anche in Baro Romano Drom (2000) del rom-abruzzese Alexian Santino Spinelli, musicista, poeta e docente universitario a Trieste. L’interesse degli autori per diverse forme artistiche ha incentivato la messa in scena di testi e l’organizzazione di laboratori teatrali, al Teatro delle Albe di Ravenna e all’Africa Festival di Roma, segnalati insieme a molte altre iniziative culturali nel bel saggio di Marie-José Hoyet. Il cinema ha raccontato i migranti, invece, oltre che nei noti Pummarò (1990) di Michele Placido, Lamerica (1994) di Gianni Amelio e Quando sei nato non puoi più nasconderti (2005) di Marco Tullio Giordana, nel bellissimo Campioni d’Africa. Cittadini italiani (2004) di Gianfranco Anzini, pellicole paragonate da Angela Gregorini a "demartiniani "semi di cultura", da spargere nel presente ipervisualizzato". L’immagine mi ricorda la dis-seminazione di cui parlava Homi K. Bhabha, uno dei primi studiosi di letteratura postcoloniale. Gli scrittori migranti sono, infatti, dis-seminati perché sperduti in terra straniera e privati di un segno univoco, come sembra voler dire il poeta Brahim Achir: "Siamo panni appesi e salutiamo il vento", un po’ come i soldati paragonati alle foglie da Ungaretti, impauriti da una solitudine che diventa tema centrale. Cristina Ali Farah immagina, ad esempio, suo padre piangere "in esilio nelle fredde acque del nord" (verso inedito citato da Ali Mumin Ahad), un pianto simile a quello cantato dai poeti iracheni Hasan Atiya al Nassar in Roghi ("sorgenti d’acqua / zampillano nel bosco del cuore") e Thea Laitef in Pioggia di periferia ("al di là dell’orizzonte / un desiderio di pianto / come fiume prosciugato"). Il dolore deriva da un diffuso disinteresse verso lo straniero, superabile solo "quando le idee scavano trincee nella corposità dell’indifferenza", scrive la poetessa Barbara Serdakowski, migrante dalla Polonia al Marocco, dal Canada all’Italia. Pierangela Di Lucchio sottolinea che i critici dovranno "privilegiare l’entre-deux, l’ambiguità e la decostruzione", adottando quella che édouard Glissant chiama la "poetica dell’interessere" (Poetica del diverso, 1996), dell’essere in relazione con l’altro o, come scrive Geneviève Makaping, "essere il margine e il centro quasi contemporaneamente" (Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi, 2001). George Steiner in After Babel. (1975) preannunciava il "giorno in cui le parole si scrolleranno di dosso ‘il peso di dover significare’ e saranno soltanto se stesse, inespressive e colme come la pietra. [...] Dove il linguaggio è usato nella sua pienezza il significato è un contenuto al di là della parafrasi". Questa è la prospettiva da abbracciare per divenire interpreti di segni migranti, ossia cultori di una dimensione espressiva che definirei ex-significativa, poiché oltrepassa il fine della significazione per esprimere il senso assoluto dell’esilio, indefinibile come uno ma percepibile soltanto nell’incontro di un molteplice.Aspects of Language and Translation
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Iniziative
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Libri recensibili per luglio 2018

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La poesia dei nuovi italiani. Con Barbara Serdakowski, in ricordo di Hasan

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