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FRANCESCA GIGLIO, Una autobiografia di fatti non accaduti. La narrativa di Walter Siti, Bari, Stilo Editrice, 2008.

 

 

In un’epoca in cui la pseudo-realtà televisiva rende un cattivo servizio imponendo la messinscena di finti desideri e finti appagamenti, la letteratura ha la chance di interpretare la fenomenologia contemporanea, per esempio attraverso le riserve di significato che offrono lo stile e la costruzione di un romanzo. Non sono molti, oltre a Walter Siti, gli scrittori italiani che, partendo da questa consapevolezza, mettono in gioco le risorse del realismo letterario attraverso uno dei generi più importanti nella letteratura europea di oggi: l’autofiction o ‘autobiografia di fatti non accaduti’. L’autobiografia fittizia di Siti (o del suo alter ego romanzesco: il personaggio Walter) è basata su una forma di "realismo d’emergenza", che fa attrito con la realtà per mezzo di piccole incongruenze, sporgenze simboliche, eventi inverosimili e inserti di brani eterogenei (racconti, lettere, analisi e giudizi d’autore), riconoscibili come tali nel corpo della narrazione principale. L’autore predispone cioè degli ‘inganni’ per non far tornare i conti, dei trompe l’oeil testuali per sfasare la coincidenza con il personaggio.Gratificato dal tempestivo interesse di critici e lettori acuti (tra tutti, Casadei, Giglioli e Simonetti), Siti non era stato ancora oggetto esclusivo di un saggio monografico: questa lacuna viene ora colmata dal libro di Francesca Giglio, che percorre con informata intelligenza tutta l’opera narrativa dell’autore (a cui si affianca, come è noto, una produzione critica di prim’ordine, votata in particolare allo studio del neorealismo poetico e di Pasolini, di cui l’ex professore di letteratura italiana contemporanea all’Aquila ha curato l’opera omnia nei "Meridiani"). Un corpus narrativo che, inaugurato da un romanzo per molti versi stupefacente come Scuola di nudo (1994), si è a poco a poco sviluppato in una trilogia grazie all’uscita di Un dolore normale (1999) e Troppi paradisi (2006). La pubblicazione nel 2008 di un quarto romanzo (Il contagio), continuazione e superamento dei precedenti, ha completato un disegno narrativo di cui fanno parte anche i racconti riuniti in La magnifica merce (2004). Cinque libri in tutto, tanti quanti sono i capitoli del saggio di Francesca Giglio, che a ciascuna opera dedica una specifica attenzione. Tra i meriti della giovane studiosa c’è quello di far spesso e opportunamente reagire la scrittura d’invenzione con i contenuti e le prospettive di natura letteraria, sociologica o mass-mediologica espressi da Siti in interviste e articoli su riviste e quotidiani. Così ad esempio, partendo da una recensione di Siti su Aldo Busi, viene messa a fuoco l’idea di "pseudoautobiografia come mezzo", distinta dall’autobiografia vera e propria, dove conta piuttosto il fine di illustrare la vita del suo autore. La categoria si rivela efficace per introdurre la scrittura di Siti e in particolare del suo primo romanzo, analizzato nel capitolo "Abbasso i Pasolini di questo mondo": l’autobiografia di un personaggio-monstre. Nel secondo romanzo, Francesca Giglio individua un procedimento di allusione e rovesciamento rispetto al genere idillico e alla tradizione ‘alta’: ‘stilnovismo negato’ – la formula che dà il titolo al secondo capitolo del saggio – è perciò la categoria che meglio definirebbe Un dolore normale. (Del resto, come si rimarca nella prefazione firmata da Daniele Maria Pegorari, non sono mancati critici che, come Daniela Brogi, hanno letto nella trilogia di Siti anche una sorta di parodia della Commedia dantesca). Con Troppi paradisi, al centro del terzo capitolo, si apprezza un primo scarto rispetto ai primi romanzi: "Il proposito del Siti-sosia, protagonista di Troppi paradisi, è quello di compenetrarsi, senza le antiche riserve, con le vite degli altri" (p. 89). Il libro è forse quello che ha ricevuto l’accoglienza più difficile: la vicenda, ambientata in gran parte nel sottobosco da cui emergono storie e protagonisti dei reality shows, ha regalato a Siti un momento di celebrità televisiva; ma ha anche contribuito al risentimento di alcuni recensori. Tra questi, Cordelli (ma lo stesso Daniele Giglioli, dalle pagine di "Alias", mostrò perplessità che la lettura di Scuola di nudo non gli aveva suscitato). Proprio il confronto con il primo libro, lasciando tra parentesi la seconda prova, in tono minore, ha rappresentato una delle chiavi interpretative più spesso adoperate per l’interpretazione di Troppi paradisi. Mi sembra che Francesca Giglio abbia trovato un’espressione critica equilibrata quando scrive che nel romanzo è "forte la tentazione di rendere l’autobiografia una sociologia, di fare di sé l’emblema esasperato di una collettività indifferenziata", ma non manca neppure "il tentativo inverso, quello cioè di riscattarsi dall’omologazione, ostentando un’individualità sopra le righe" (p. 92). Nel Contagio, quarto e finora ultimo romanzo di Siti, il cambiamento annunciato nel terzo trova una più compiuta attuazione. Di uno sviluppo che segnasse anche una svolta tematica e stilistica si intravedeva infatti la necessità nel finale di Troppi paradisi: "Le mie idiosincrasie si scontreranno con quelle degli altri in campo aperto; se avrò qualcosa da raccontare, non sarà su di me". In effetti, Walter parla di ‘sé’ quasi esclusivamente nella terza e ultima parte (La verità), mentre nelle prime due (Il brusio, La deriva) il fuoco è sui borgatari che popolano il quartiere in cui il romanzo è ambientato. Cambia, di conseguenza, il punto di vista che appartiene meno al doppio dell’autore ("il professore", qui per lo più in terza persona), che al ‘coro’ della borgata. "Cinquant’anni dopo Ragazzi di vita": così la réclame sui quotidiani, pertinente ma parziale e un po’ fuorviante. Come sottolinea anche Francesca Giglio – che, per inciso, ha recepito tempestivamente il quarto romanzo, uscito quando la monografia doveva essere già in larga parte allestita – la prospettiva sociologica è infatti opposta a quella di Pasolini, vero antimodello di Siti: non sono le borgate ad aver assunto valori e atteggiamenti della classe media, "ma è la borghesia che si sta (se così si può dire) imborgatando". Di qui il titolo, che allude al contagio partito dai cosiddetti strati bassi della società, che tali più non sono. Avanzando con un passo commentativo, Una autobiografia di fatti non accaduti si rivela un libro molto utile: tocca e spesso approfondisce bene tutte le questioni cruciali di un autore che, per il grado di elaborazione a cui ha portato il genere dell’autofiction merita di stare al pari – superandoli talvolta per lucidità – di scrittori come Houellebecq in Francia e Marías in Spagna.

 

(Niccolò Scaffai)


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