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UMBERTO PIERSANTI, Nel tempo che precede, Torino, Einaudi 2002, pp. 171, Euro 13,00.

 

«Il miglior tempo è quello / che precede» (L’antica casa); tutto è passato, dunque, almeno tutto ciò che pertiene alla poesia, storie ora di un mondo primordiale, ora di più intime vicende. Passato, in particolare, i mythoi della prima sezione (Nel tempo che precede), «l’antichissima poesia di nostra gente» marchigiana, che non è canto per una remota e fulgida età dell’oro (solo per inganno evocata dalla regina dei miraggi, Morgana, nel Sogno), ma «tragedia pastorale», là dove gli uomini cadono quotidianamente vittime di arcane e mortali fascinazioni; poesia che se del melos di Virgilio si rammenta è per narrare lo stupore di fronte a incanti e remedia di pharmaceutriae, allettamenti di creature boscherecce (La fata: «Silvia l’incantatrice lì dimora»), prodigi di selve che si animano al pari di quelle tassiane (Il folletto: «i boschi sono pieni d’esseri strani»). Teatro barocco di cronache meravigliose un angulus poetico chiuso e protetto dai «monti azzurri» (Per luoghi remoti) del Leopardi fanciullo e immaginifico, da quelle Cesane «popolate di baroni e di vassalli» del collegiale d’Urbino. «Ricordanze» e «Ricordi», dunque, una memoria che si fa poesia, ora narrando del «borgo» ora della casa, di Madìo come della «giovane madre», «alta come una quercia, / snella come la canna», oniricamente riveduta passeggiare su questa terra (Solo un anno è passato, Allora tu parlavi dalle valli, L’osteria del mare), se non dell’intera famigliuola dispersa, ma riunita «per un attimo» nell’antica casa, a Pasqua (La strada bianca e Via delle Mura; e qui è altro Pascoli, quello del Ritorno a San Mauro o di myricae quali Sogno e Colloquio, a mostrare la via per tali catabasi). Pascoli, comunque, il poeta eletto a compagno di cammino, il giovane cantore di «boschi che san di funghi e spiran la malia» (L’acqua nera), come l’esperto e solitario pellegrino che per «greppi» se ne andava a erborare; l’ampio campionario fitomorfico di Piersanti, se contempla identiche presenze (si pensi alla Pervinca o al Vischio giallo, al prunalbo e alla violacciocca di Neve di fine marzo – altrettanto possiamo dire del bestiario, in cui, accanto a mansuete greggi, è la specie uccellina, con le figlie del limo e dell’aria, a dominare la scena), ne annovera altre, conformi tuttavia al carattere di umili cesti (l’aglio bianco, la lunaria, il gigaro arancione, il lupino rosso, ecc.), ovvero di esiziali sensitive plants (un sacro raccapriccio coglie tanto di fronte alla digitale quanto a queste inquietanti Manine). Un Pascoli ammiccato con tocco leggero come nei Segni: «se la civetta sghignazza», «pastore, ma la rosa di macchia / non ti rallegra?» (si vedano in Myricae La civetta e Rosa di macchia); o magari sinopia per il quadro della Salamandra: «petali di melo e d’albicocco» (su analoga scena primaverile si apre, nei Primi poemetti, Il vischio). Un’eco di Novembre (sempre dalle Myricae) riudiamo nel Prugnolo: «nel cielo così chiaro», come nell’incipit di A Comacchio («viene il vento [...]») torna a soffiare il già leopardiano vento dell’Ora di Barga (Canti di Castelvecchio); fine identica a quella del Fringuello cieco (Canti di Castelvecchio) attende (e qui la preveggenza si fa piuttosto saputa conoscenza degli «antefatti» poetici) L’ucielletto: «beve l’ucielletto, / il suo ultimo sole», come l’insepolto «bimbo assorto / che sorride» e dismaga i pastori (Il fiore dell’aria), se è fantasima delle leggende locali, è pur anche compagno, nella disgrazia, dell’insepolto Giovannino (Canti di Castelvecchio). Ancor più esclusivo il dialogo col maestro di tanta poesia che essenzialmente parla di poesia: «- non entrare – gli dice / tra le felci, / hanno ammazzato un uomo che tornava / contento alla sua casa, coi regali, / era robusto e ardito [...] adesso sta lì, sotto [...]» (Il folletto); vietato è l’ingresso ai profani nella fatata boscaglia, dove antichi misfatti che lasciano spettri invendicati (manifesto l’espiativo riallestimento della scena del celebre delitto pascoliano del X Agosto) solo se otterranno ascolto meneranno alla riconquista del perduto eden: «dopo fuggiranno le serpi di tra le canne, / via tutto il fumo, i vapori della terra, / cresceranno altre piante, anche la rosa / selvatica, dai petali leggeri, / fringuelli ed usignoli sempre a cantare». Gradini iniziatici di un’ascesa, le sezioni della raccolta scandiscono un percorso che dalle «favole antiche» conduce, tramite l’educativa sosta a rimirare un mondo di «cespi, fiori e animali», all’intima e cronachistica «poesia famigliare», analogamente alle varie e successive maniere poetiche sperimentate da Pascoli, sulle cui orme procede Piersanti, il «qualcuno dal suo sangue / chiamato».

 

 

(Francesca Latini)


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