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ROSA ROMOJARO, La città di frontiera, a cura di Encarnación Sánchez García, traduzione di Annarita Ricco, Napoli, Tullio Pironti Editore 2010, 107 pp. €10,00
 
È del 2010 la traduzione italiana (con testo a fronte) de La ciudad fronteriza (Don Quijote, Granada 1988) della poetessa Rosa Romojaro, spagnola di Algeciras, classe 1935, raccolta poetica corredata da una nota introduttiva dell’autrice stessa e dalla postfazione di Encarnación Sánchez García, ispanista e docente uni versitaria di letteratura spagnola.
Nella nota introduttiva l’autrice ripercorre la sua cronologia poetica, si sofferma sulle sue varie raccolte di poesia, ce ne racconta l’ispirazione e i contenuti. Arriviamo a La città di frontiera, diviso in tre sezioni, ognuna introdotta da un’epigrafe (di Borges, di Baudelaire e di Handke). I versi esprimono il mondo interiore della Romojaro, attimi in tensione «tra passionalità e contegno»: sono attimi, immagini che «passano alla poesia», catturati attra verso immagini fotografiche come solo la fotografia può fare, attimi e immagini che poi possono anche rivelarsi diversi dopo aver sviluppato le fotografie stesse, provocando spesso un sentimento di estraneità, di inconoscibilità. Il titolo immerge subito il lettore in questa atmosfera: la città di frontiera «è un ibrido tra Algeciras, la città della mia infanzia e della mia adolescenza, con i suoi moli, il suo porto, le sue darsene, il suo transito, la sua luce resa incostante dal vento di levante, e la Malaga, misteriosa e pericolosa, che a quei tempi vivevo, le strade che percorrevo ogni sera quando tornavo dal lavoro, i ponti che attraversavo».
Nella postfazione invece la curatrice contestualizza l’esperienza poetica della Romojaro, appartenente alla generazione di poeti della Spagna democratica, all’inizio impregnata della tradizione classica per giungere poi a un’epurazione almeno apparente di quei contenuti. A dimostrazione forse di quanto affermava Borges e che la Romojaro riporta nella nota introduttiva: «lo scrittore è barocco in una prima fase e dopo anni, se gli astri gli sono favorevoli, può ottenere ‘non la semplicità che non è nulla’, ‘ma la modesta e segre ta complessità’».
Algeciras è fisicamente l’estremità sud-est della Spagna, di fronte c’è l’Africa. Città di frontiera, simbolicamente il limite, l’ultimo punto fra ciò che si conosce e l’ignoto. È la città le cui luci fanno da sfondo al disorientamento del migrante, dello straniero «E nel paese senza nome / in cui è arrivato, lo straniero / compren de che questa sarà la sua luce» (Lo sconosciuto). Ancora «luogo di transito, di esilio, città di frontiera, strade estranee, ormeggio fugace, paese senza nome, se non ostile: le cose rimangono mute, la luce inibita, il giorno straniero», è questa un’immagine che ci riporta al significato del nome Algeciras, dall’arabo ‘l’isola’, ad esprimere la malinconia e il senso di vuoto, i sentimenti di solitudine e di abbandono contenuti nella parola.
Nella parte finale, come ci fa notare la curatrice, «tale caotico universo artificiale si contrappone alla natura bella del mare, la allontana e la annienta, trascinando con sé il soggetto (Riesgo), o imprigiona la città in un’ambientazione moderna del sogno come morte anticipata (El sueño) […] o ripropone, nell’atmosfera noir, il leitmotiv della partenza, dell’emigrazione (Error)». Il lessico diventa sempre più forte, emblematico di situazioni dure: il vagare, lo sgombero, la desolazione, il nulla.
La Romojaro oltrepassa i confini del la Spagna spinta da quell’esigenza di libertà tipica di tutta la cultura europea e occidentale. Libertà presente anche nella scelta metrica, variata ma armonica: versi bianchi, quelli preferiti dalla Romojaro, e poi terzine, quartine, enjambements. Nella versione italiana la traduttrice riesce a mantenere le stesse varietà e armonia, riuscendo a regalarci un testo godibile e appassionato.
Attraverso la lettura ordinata de La città di frontiera possiamo quindi seguire l’iter di una intera generazione poetica, che supera il barocchismo delle origini non per approdare a una misura e serenità classiche ma per esprimere le ossessioni del presente, il caos e il disagio esistenziale, con una lingua e una struttura lineari. Infatti i versi sono essenziali, asciutti, falsamente ‘semplici’ e invece caratterizzati da una raffinata ricerca lessicale.

(Carmen Mitidieri)

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