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Anna Dolfi, Leopardi e il Novecento. Sul leopardismo dei poeti, Firenze, Le Lettere, 2009, 224 pagine, € 25,00.

 

"Un classico", scriveva Italo Calvino, "è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso". Un criterio che si attaglia perfettamente all’opera di Giacomo Leopardi, della cui capacità di restare sempre al centro del "pulviscolo" critico, senza tuttavia mai farsene sommergere, fornisce una sicura testimonianza l’esistenza stessa della categoria critica di "leopardismo", la quale tuttavia per essere pienamente compresa (ed eventualmente accettata) chiede di essere interpretata alla maniera borgesiana, sottoscrivendo cioè l’ipotesi che un grande autore sia in grado di influenzare non solo l’opera dei suoi continuatori, ma anche di quanti lo hanno preceduto. Basti pensare, nel caso di Leopardi, alla lettura ungarettiana di un Tasso, ma persino di un Virgilio, ‘leopardizzati’. Oltre che "classico", Leopardi è però anche un autore "moderno", anzi il punto di frattura della modernità: "il più moderno dei nostri classici", stando alla definizione che ne dava Sergio Solmi. La categoria del "leopardismo" di cui parla Anna Dolfi nel suo ultimo volume, Leopardi e il Novecento. Sul leopardismo dei poeti, è allora esattamente questo: la "memoria" di Leopardi in quanto crocevia delle varie declinazioni della sua "modernità", il punto in cui il "classico", il monumentum, si fa momentum, impulso, scossa che si propaga dalla mente alla pagina degli scrittori del Ventesimo secolo. Ed è a questo punto che i sentieri si biforcano, anzi si moltiplicano a dismisura, a seconda di come la discendenza più o meno legittima del recanatese reagisce alla sua presenza, di volta in volta invocata o subita, contesa o partecipata, comunque ineliminabile. Il Leopardi, ad esempio, di Calvino, è un poeta della leggerezza e dell’esattezza, anello di una catena letterario-filosofica che da Luciano conduce, poniamo, a Diderot, e che conseguentemente apre su una modernità che della fictio (intesa in senso leopardiano, come "atto del plasmare") fa esperienza riflessiva, analitica, totalmente desublimata. È insomma l’immagine di un Leopardi non solo razionale ma "utile", per dirla con il titolo di uno straordinario testo di Savinio, perché fondando il pathos sull’ethos riesce a colmare un secolare vuoto della cultura italiana: "Leopardi è la sostituzione viva, di tutto ciò che nella mente italiana apparentemente manca. Ironia profonda, gioco intellettuale, romanticismo, "canto dell’anima": Leopardi è il prezioso corollario, il necessario completamento delle lettere italiane". Non è questo tuttavia, almeno in termini quantitativi, il modello di lettura che sembra aver goduto di maggior fortuna tra i poeti del "canone" novecentesco. Per quanto concerne in particolare alcune delle personalità di primo piano appartenenti alla prima e alla terza generazione poetica del secolo, a prevalere sembra essere l’immagine di un Leopardi in maggiore, non una sorta di salutare anomalia nel corpo malato della Nazione, come voleva Savinio, ma un architrave che poggia sulla parte "nobile" dell’edificio poetico nazionale ed europeo. È il caso soprattutto di Ungaretti, che nel "naufragio esistenziale" di Leopardi vede la sintesi più alta di un sentimento lirico che, costruendo l’ethos sul pathos (secondo l’endiadi di grandezza e infelicità), fa della fictio un’esperienza vibrante e ineffabile, anelante verso una miticità ‘romantica’ dell'innocenza volentieri declinata nelle forme del trascendentale. Si tratta, come Anna Dolfi attentamente sottolinea, di un Leopardi totalmente "soggettivo": un nomade condannato al riscatto e alla dannazione della lontananza, nel caso di Ungaretti; un poeta dell’enérgeia, dominato dalla "fatalità lirica" di un canto che prorompe oscuramente e irresistibilmente, in quello di un autore della terza generazione particolarmente legato a Leopardi come Piero Bigongiari. Diverso, ma solo apparentemente meno "soggettivizzato", risulta anche il Leopardi che si incontra guardando alla seconda e alla quarta generazione poetica del Novecento italiano: i nomi che Anna Dolfi interroga in questo caso sono quelli di Solmi e Montale (seconda) e di Andrea Zanzotto (quarta). Si tratta in questo caso di un Leopardi in minore, colto nella "stretta esistenziale della poesia", ora fraternamente esibito (è il caso di Solmi), ora quasi occultato o, come nota Anna Dolfi, mis en abîme (Montale). Un Leopardi, questo, il cui lucido e disperato canto carico di interrogativi rappresenta soprattutto la manifestazione di una dolorosa coscienza di esistere, dove poesia e ragione convivono in un precario eppur miracolosamente riuscito equilibrio.

Resta, al di là delle differenze interpretative e generazionali, la questione di cosa sia e di come vada studiato il fenomeno del "leopardismo". Giustamente Anna Dolfi solleva in più punti del volume alcuni urgenti e centrali problemi di metodo, rilevando come il critico che intenda avventurarsi nel terreno scivoloso degli ismi novecenteschi non possa più accontentarsi di fare ricorso a strategie di indagine tradizionali – per quanto un sorvegliato rigore filologico, semantico, lessicale resti indispensabile – ma debba costantemente sforzarsi di acuminare i propri strumenti analitici. Ne consegue la necessità di allargare e rafforzare la ricerca intertestuale, integrando il gioco incrociato delle occorrenze con una serie di "spie" testuali ed extratestuali quanto più possibile vaste e diversificate (le metafore dominanti, i miti personali, il rapporto tra biografia, "cultura" in senso lato, pensiero e immaginario). Una lezione metodologica di cui Anna Dolfi fornisce un’esemplificazione particolarmente felice nelle intense pagine dedicate al Sogno del prigioniero montaliano, lirica cui sono sottesi perlomeno quattro testi leopardiani, in un gioco di evocazioni incrociate che investono molteplici livelli del testo. Indagato in quest’ottica, il Sogno dimostra come pochi altri testi quanto la "memoria" di Leopardi, ovvero il "leopardismo", in quanto presenza imprescindibile, radiazione di fondo uniformemente diffusa, rappresenti un’inesauribile fonte di senso nel "pulviscolare" formicolio della contemporaneità poetica.

(Riccardo Donati)


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