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SOLONE, Frammenti dell’opera poetica, premessa di H. MAEHLER, introduzione e commento di M. NOUSSIA, traduzione di M. FANTUZZI, Milano, BUR Rizzoli 2001, pp. 382, € 11,36.

 

 

Il nome di Solone presso il pubblico più esteso è piuttosto quello del legislatore, dell’uomo politico, del dispensatore di saggezza, di colui che dialoga della felicità della vita con il potente Creso, magari dell’amante di «cavalli solidunghi» di pascoliana memoria. Benché egli abbia affidato a opere in versi non solo le sue concezioni etiche, ma anche l’esplicazione e la difesa del suo ‘programma’ politico, la considerazione di Solone come poeta ha sofferto da una parte la concorrenza della più o meno coeva, e straordinaria, lirica arcaica, dall’altra la mancanza di una adeguata valorizzazione dei criteri estetici, delle tensioni culturali e delle intenzioni che regolano la sua produzione poetica, analizzata invece soprattutto come fonte storica. A questa visione sostanzialmente riduttiva dei caratteri letterari della poesia soloniana pone ora rimedio la nuova edizione dei frammenti curata da Maria Noussia, cui si deve la revisione del testo (in vari punti diverso dall’edizione Gentili-Prato), l’introduzione e il commento, mentre Herwig Maehler ha fornito una fine premessa e Marco Fantuzzi ha curato la traduzione. La Noussia sta preparando anche l’editio maior del suo commento, che apparirà in inglese, ma già questa editio minor italiana si presenta come un’opera veramente egregia: un fitto commentario di quasi duecento pagine per i circa quaranta frammenti poetici di Solone, ognuno dei quali è corredato da una lettura introduttiva (in cui viene fatto con ammirevole concisione il punto sul dibattito critico e poi viene presentata la proposta interpretativa della curatrice) e da un minuto commentario sulle questioni linguistiche, stilistiche, storiche ed esegetiche. Già in questa veste il commento della Noussia non solo è uno dei migliori della collana della BUR (che ormai annovera parecchi volumi di assoluto valore scientifico e che si sta sempre più caratterizzando come la serie portante in Italia per i testi classici), ma è destinato a rimanere per molto tempo un insostituibile punto di riferimento per gli studi su Solone e sull’elegia greca arcaica.

Solone (ca. 640/39-560/59) è una delle figure chiave della storia greca: eletto arconte nel 594/93, designato come diallakthés «pacificatore» (oggi diremmo «garante») delle parti sociali, si fece promotore di una ristrutturazione in senso timocratico della società ateniese, inaugurando il lento processo che porterà alla costituzione della democrazia periclea; attuò inoltre un programma di alleggerimento dei debiti e di svalutazione, tesi a un riequilibrio delle esasperate sperequazioni sociali. Le intricate questioni storiche ed economiche connesse alle riforme soloniane, oggetto di un amplissimo dibattito scientifico, sono analizzate dalla Noussia nell’introduzione (pp. 21-43): una materia complessa e delicata, trattata con rigore e chiarezza. Qui importa sottolineare come Solone avesse deciso di parlare del suo impegno politico nelle poesie: la scelta del medium poetico per questioni di questo tipo apparteneva a una tradizione già consolidata, così come quella dell’occasione performativa (il simposio), ma l’impegno e l’estensione (che si percepisce anche dai frammenti) con cui il legislatore si era dedicato a quest’opera di propaganda autorizzano, con una piccola forzatura tipologica, a parlare di vera e propria poesia civile (del resto per alcuni frammenti, come il 2, il 3 e il 14, si potrebbe anche pensare ad una recitazione in piazza come discorsi in versi, vd. Noussia p. 44). Solone afferma deciso il proprio ruolo super partes: «mi ersi a protendere lo scudo possente su entrambi [scil. su poveri e aristocratici] / e non lasciai che né gli uni né gli altri riportassero un’ingiusta vittoria» (fr. 7.5-6), dove l’immagine omerica dello scudo è trasformata a suggerire l’idea di un inaudito oplita che solo, in mezzo al campo di battaglia, coraggiosamente separa i contendenti (vd. Noussia p. 270); la medietà come cifra della sua riforma, ma anche come sua inevitabile condizione, se così si deve interpretare il suggestivo fr. 14 «un poco di tempo mostrerà la mia ‘pazzia’ ai miei concittadini: / la mostrerà appena la verità si metterà nel mezzo» (un concetto ribadito anche nel fr. 31.8- 9). La coscienza del proprio operato appare con grande forza nei vigorosi giambi del fr. 30 (uno dei brani più belli, per lucidità argomentativa e per sapiente riutilizzo della tradizione letteraria), ad esempio nei vv. 16-20 «queste cose ho compiuto... / abbinando assieme forza e giustizia, / e sono arrivato in fondo alle promesse che ho fatto, / e ho scritto leggi ugualmente per l’umile e il nobile, / conciliando una retta giustizia per ciascuno», versi in cui è superata «la prospettiva etica individuale di Esiodo in nome di una più concreta Realpolitik» (Noussia p. 360). Talora la forte consapevolezza etica si riveste di sapienza gnomica: «nelle azioni di grande momento è difficile piacere a tutti» (fr. 9), laconico e virile pentametro con cui Solone, secondo la testimonianza plutarchea, avrebbe lasciato Atene dopo la sua riforma, per garantire la legislazione dalle ingerenze dei gruppi di pressione; «dai venti è agitato il mare, ma se uno / non lo muove, è tra tutte le cose il più giusto» (fr. 13), dove la gnome nasconde una nota metafora politica (il mare qui è probabilmente il demos, vd. Noussia p. 284). Presenza stabile nella costellazione dei Sette Saggi (dei quali anzi è stato probabilmente una figura paradigmatica), Solone non disdegnava anche topiche movenze apoftegmatiche: «per ogni aspetto il pensiero degli immortali è invisibile agli uomini» (fr. 21), «né nessun umano è felice, ma sono in pena / tutti quanti i mortali che il sole vede» (fr. 19). Ma queste concessioni a immagini più tradizionali sono una cifra affatto marginale della sua poesia (anche se con ottimi risultati, come il frammento sulle dieci ebdomadi della vita umana: fr. 23), che dà invece il meglio di sé quando la tensione etica si distende in argomentazioni serrate, come nel già ricordato fr. 30 o nel fr. 3 sulla Eunomia, o percorre una logica iterativa tanto lontana dalla nostra mentalità, quanto affascinante: è il caso del celebre fr. 1, settantasei versi dedicati al problema della giusta acquisizione della ricchezza, della teodicea e della norma del vivere umano, caratterizzati da ripetizioni, analisi degli stessi concetti da diversi punti di vista e da un modo di argomentare che hanno suscitato un intricatissimo dibattito critico. Le pagine di commento della Noussia (pp. 187-213) informano con grande chiarezza e precisione su tutte le questioni e risolvono più di un punto controverso; ed è assolutamente condivisibile, per quanto riguarda il problema strutturale, la sua preferenza per la «compresenza di due diverse prospettive in una stessa persona loquens» (p. 189), in pratica una prima parte con una presentazione della giustizia più ‘teologica’ e una seconda in cui lo stesso concetto è analizzato dal punto di vista dei vulgati ragionamenti umani.

Ma la poesia di Solone non conosceva solo la vena etica e politica: assai forte era la presenza dell’elemento erotico (ad esempio il fr. 16) e conviviale (fr. 24 «ora mi sono care le opere di Afrodite e di Dioniso / e delle Muse, che procurano delizie agli uomini»); e anche di quello letterario, come mostra ad esempio il «dialogo » con Mimnermo nel fr 26, cui è suggerito di modificare il pessimismo di una sua celebre poesia e di augurarsi che la morte lo colga non già a sessanta, ma a ottanta anni (si veda al proposito il commento della Noussia p. 329 sgg., che illustra molto bene la natura simposiale del carme). In pagine assai importanti (Solone poeta del suo tempo, 44-52) la Noussia mostra come Solone sia un poeta pienamente inserito nella realtà sociocomunicativa arcaica, in particolare nel fondamentale orizzonte simposiale (tanto che anche i frammenti che gli antichi pensavano destinati a pubblica recitazione, forse sono riscritture in versi, destinate all’eteria del simposio, dei discorsi politici tenuti all’assemblea), ma d’altra parte caratterizzato da una forte cifra personale (che lo differenzia dall’elegia ionica ad esempio), e in rapporto dialettico con la cultura del suo tempo. Particolarmente ricca di risultati, da questo punto di vista, si rivela l’analisi del linguaggio e delle modalità con cui il poeta ripensa la tradizione omerico-esiodea per giungere a risultati spesso innovativi: le pagine iniziali di Maehler forniscono un bell’esempio, con una lettura in filigrana del fr. 3, e il commento della Noussia offre molto di nuovo sotto questo aspetto praticamente ad ogni pagina.

Una parola, infine, sulla traduzione di Marco Fantuzzi, che pur essendo concepita come un ausilio per la comprensione del testo greco e quindi avendo come preoccupazione principale quella dell’accuratezza filologica, riesce tuttavia a raggiungere risultati di grande leggibilità ed efficacia: molti frammenti dimostrano come anche una resa eminentemente esegetica possa riprodurre, persino sull’arduo piano della sintassi, il tono dell’originale.

 

(Gianfranco Agosti)

 

 


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