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FERDINANDO CAMON, Le silence des campagnes. Modestes constats en vers. Traduit de l’italien et postfacé par Patrice Dyerval Angelini, Paris, Gallimard, 2003, pp. 126,  12,50.

 

Nel 1998 esce, dopo decenni di silenzio poetico di Camon, Dal silenzio delle campagne che reca, come sottotitolo didascalico: Tori, mucche diavoli, contadini, drogati, mercanti di donne e serialkiller; scene e raccontini in versi (Milano, Garzanti), dove si torna ad evocare la campagna quale spazio ‘rituale’ e durativo di una memoria astorica. In rapporto ad una cultura cittadina che si avvia alla secolarizzazione, la campagna si configura infatti come uno spazio ‘svuotato’; come «enclave» del senso oramai improduttivo, inutile e marginale. Quello stesso mondo oramai misconosciuto che appare insieme temibile, mostruoso e caricaturale si traduce, in un’ottica civica nel quale viene ad irrompere, in una ‘animalità’ ironicamente trattata nella sua accezione ‘moralistica’ e deteriore (drogati, mercanti di donne e serial-killer). Il realismo scabro e drammatico dei contenuti, evocati nel loro crudo pathos espressionistico, è smorzato dal tono volutamente ‘minore’, elegiaco e insieme sarcastico, con cui il poeta ha inteso governare (ironicamente; è questa la sua poetica, da intendersi come capacità di metabolizzare il vissuto attraverso una ricerca di forma del significato) la forza dirompente della sacra animalità. Questa investe infatti, ineluttabilmente, ogni creatura viva ed è ancor più visibile, per contrasto, quando essa intende venir aggiogata dalle regole della civitas e della sua morale laica. La traduzione stilisticamente accuratissima ha innanzitutto, grazie alla rara conoscenza formale e diastratica dell’italiano di P. D. Angelini, il merito di eludere la mediazione dei due sistemi linguistici di riferimento per far scivolare il testo, saldamente impiantato in una precisa realtà storico-sociale, all’interno di una omologa caratterizzazione dialettale. Senza rompere la connivenza con il lettore dovuta alla medialità straniante della lingua letteraria, l’opera torna subito ad insediarsi nella sua peculiare contestualità. Risolvendo infatti in modo mirabile il problema del trilinguismo che si presenta nella traduzione della poesia dialettale, Angelini fa corrispondere al veneto delle campagne una realtà «patoisante» francese che le è culturalmente omologa: una varietà dialettale oitanica, situata tra la Normandia e le Ardennes dove si riproducono, almeno sul piano stilistico, i tratti generali pertinenti di un popolo nordico e «montagnard». Angelini ha inoltre colto (come specifica nella postfazione) la forte caratterizzazione ritmica di questi testi – tributari della tradizione/ musicale popolare che la poesia dialettale stessa ha assimilato – facendone una delle dominanti del testo. Le clausole ritmiche, dove si concentra sensibilmente tutta la forza enunciativa di questa poesia (in esse, infatti, pare sciogliersi ‘ludicamente’ il pathos dei contenuti), sono particolarmente curate e presentano esiti di elevata resa traduttiva. Esse così testimoniano, senza la «déperdition» connessa con ogni traduzione- interpretazione (che è e resta comunque un atto dissacratorio del rituale poetico di per sé irriproducibile), la necessità di dar forma viva ad una significazione tutta giocata nella sua interna ridondanza semica e tematica. Tale è infatti l’espressione – per definizione ‘resistente’ ad ogni pratica di ‘riduzione’ culturale – di una voce collettiva che, attestandosi come realtà imperscrutabile e fenomeno di significazione non decodificabile all’interno del sistema linguistico-strumentale della civitas, fa oramai della campagna – come scrive felicemente Angelini nella sua postfazione – «un silence au tumulte pareil».

 

(Michela Landi)


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