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GHIANNIS VARVÈRIS, Piìmata 1975-1996, Atene, Kedros 2000, pp. 411, 13,20. GHIANNIS VARVÈRIS, Sta xena, Atene, Kedros 2001, pp. 62, 6,00.

 

Nel volume Poesie 1975-1996 è presentata la produzione poetica di Varvèris fino alla penultima raccolta, Miracolo annullato. Varvèris che appartiene alla generazione di poeti degli anni ’70 insieme a N. Vaghenàs, M. Ganàs, A. Fostièris, esordisce appena ventenne con la silloge Nella Fantasia e nel Discorso il cui titolo è ispirato a un verso di Kavafis. La rivisitazione del poeta alessandrino si manifesterà in modo più accentuato nella produzione successiva con la suggestione delle penombre, la descrizione dei vicoli e dei vecchi quartieri ateniesi, la mitizzazione della stessa Atene, la contemplazione degli oggetti a lui cari, la simbologia della camera in quanto luogo chiuso e protettivo, il clima di attesa di alcune liriche, per farsi esplicita nella lirica Il poeta Kavafis ad Atene (in La morte lo ricopre del 1986), dove anche la lingua è usata secondo gli stilemi poetici di Kavafis.

La parallela attività di traduttore dal francese (ha tradotto in greco L. Ferré, J. Prevert, J. Brassens, B. Cendrars, Marivaux, Molière), dall’inglese (traduzioni da L. Currington, W.Witmann), ma soprattutto dal greco antico (Aristofane e Menandro) ha contribuito alla maturazione del linguaggio poetico e degli stilemi di Varvèris, inducendolo a esprimere il lessema nella sua essenzialità senza però scarnificarlo. La parola è precisa, chiara, funzionale al discorso strettamente individuale del poeta, per il quale essa diventa espressione di un viaggio interiore alla ricerca di se stesso: «La stanza dei cimeli/ intatta/ dentro me./ Eredito / la vigilanza degli oggetti/ la dinastia degli ultimi passi.// Vado avanti in silenzio» (Gli oggetti). Così esordisce nella prima plaquette che già nel titolo, Nella Fantasia e nel Discorso, dichiara il ruolo che per lui riveste la poesia: quello di esprimere l’immaginario attraverso la parola poetica. La funzione del linguaggio poetico e della stessa poesia coinvolgerà anche le raccolte successive. In Dialogo con un poeta, della raccolta Il becco (1978) chiede a un poeta maturo e più esperto quale è il segreto per diventare un vero poeta. La risposta è che bisogna vivere la poesia: «Inìziati a un discorso, insèdiati sul dolore/ libera il respiro dal vivere quotidiano/ è lì che palpita l’anima, offrile del vino/ affinché esca per strada, racconta di carnefici...». L’uso della seconda persona, che appare fin da questa raccolta, sarà sempre più frequente nella produzione poetica successiva dove il poeta dialoga con il suo alter ego ed esprime il desiderio di voler comunicare con gli altri: «Ci sono alcune volte/ pochissime/ che sei sicuro di capire tutto/ più che mai/ tanto da voler dire o scrivere/ tutto» (Compact, in Pianoforte d’abisso, 1991). Quando l’Altro è un personaggio del passato, come Jules Verne oppure il suo stesso genitore, la memoria e, insieme ad essa,il passato sono revocati con l’uso del vocativo. Il Tempo per Varvèris si manifesta dunque solo nel passato e nel presente: il futuro non esiste, o è simbolo di morte: «So che morirò molto prima./.../ Tutto il dolore allora sarebbe mio./ L’afflizione/ la memoria/ e la malinconia;/ secondo i parenti o gli amici/ anche il pianto» (Se un dio fosse colpito, in Miracolo annullato).

La morte, presenza costante nell’opera poetica di Varvèris, viene superata, se non annullata nell’ultima raccolta, In terra straniera, del 2001 che gli ha valso, l’anno dopo, il premio Diavazo per la poesia. Qui il poeta sembra essere di ritorno da un appuntamento con il destino e, dopo aver intrapreso un viaggio interiore, tormentoso e irto di pericoli (cominciato forse con Il signor Fogg del 1993, raccolta ispirata al protagonista del Giro del mondo in 80 giorni di J.Verne) torna a vivere e a riprendere le proprie abitudini provando però le stesse sensazioni di chi, emigrato, ritorna come un deraciné al proprio Paese. Così il poeta dichiara nella lirica che dà il nome alla stessa raccolta: «Come quelli che sono andati in Germania negli anni Sessanta/ e i cui genitori si sono trasformati/ in una carta geografica/ nelle scuole dei figli/ ...// ma soprattutto/ come di notte, inconsolabile/ tra i suoi scritti/ il malinconico imperatore/ Marco Aurelio/ doveva prendere decisioni/ per lui futili/ ma importantissime per l’imperium// allo stesso modo/ adesso da questo luogo/ proprio con questo binocolo/ guardo la patria». Il luogo diventa vuoto, assenza, è traumatico. La sua terra gli è estranea, diventa un rifugio e al contempo una condanna, un luogo dove la nostalgia, in quanto attesa, si ravviva. Con questa raccolta si apre una nuova fase, più matura, della poesia di Varvèris. Il suo percorso poetico e la sua recerche sembrano muoversi verso nuovi orizzonti.

 

(Gabriella Macrì)


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