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INGRID DE KOK, Terrestrial Things, South Africa, Kwela/Snailpress 2002, pp. 64, $ 7.95. 

 

Quella di Ingrid de Kok (Johannesburg 1951) è certamente una delle voci poetiche più significative dal Sudafrica contemporaneo. Le sue tre esili ma autorevoli raccolte le hanno ritagliato uno spazio importante nella produzione poetica del suo paese. I toni smorzati, l’assenza di retorica e di sentimentalismo, l’economia del verso, sono caratteri palesati fin dalla sua prima raccolta Familiar Ground, pubblicata nel 1988 al ritorno da un lungo soggiorno in Canada, una raccolta dominata dalle note dell’esilio e dell’alienazione e dal tentativo di rinegoziare un rapporto con la sua terra. Con la seconda raccolta, Transfer, del 1997, Ingrid de Kok sembra trovare una sua voce più sicura per dire il dolore pubblico del paese, alle prese col difficile passaggio dall’apartheid e con la sua eredità. E proprio su questo ritorna la terza raccolta, Terrestrial Things, apparsa nel 2002. La ripresa del titolo da una poesia di Thomas Hardy, protagonista il canto inopinato di un tordo, annuncio di una «blessed hope» ancora sconosciuta al poeta, parrebbe anche nelle poesie di de Kok salutare la possibilità della speranza, una speranza difficile da coltivare, ma su cui tutto deve in qualche modo misurarsi. Ne è evidenza la voce stessa del poeta, in lotta perenne con le parole e il linguaggio della poesia, specialmente in momenti difficili della storia del suo paese e in presenza di storie che «rifiutano di essere narrate». L’illustrazione di copertina, opera di Jane Alexander, raffigura uno strano umanoide animalesco, che per quanto sconcertante e improbabile sembra affermare la propria esistenza come creatura della terra, chiedere di essere compreso allo stesso modo delle altre «cose terrestri» che esistono o accadono. Mi pare che in questa direzione possano interpretarsi il titolo e il senso della raccolta.

Terrestrial Things, pur nella segmentazione delle parti è sostanziato da unità di toni e di motivi ispiratori. Le quattro sezioni che la compongono – le impressioni di un soggiorno italiano, i ricordi dell’infanzia e i legami familiari, il dolore per le vittime dell’apartheid e quelle dell’aids – hanno risonanze interne e tonalità ricorrenti che le conferiscono un forte senso di coesione. Così alle due poesie di apertura, dedicate agli uccelli in quanto vittime inermi della violenza umana, uccisi ancora giovanissimi per cieco divertimento: «their bodies mostly too small to eat / though large enough / to spasm in the sky / before they fall», fa da contrappunto la sequenza finale di poesie «Freight» protagonisti i bambini, orfani e vittime incolpevoli dell’aids. Il tema della vittima, l’empatia e il dolore nei confronti di chi subisce violenza, collegano queste poesie alla seconda sezione, quella emotivamente più forte dell’intera raccolta, in cui personaggi e rituali della Commissione per la verità e la riconciliazione (TRC) trovano una forma espressiva allo stesso tempo distaccata e compassionevole. Scorrono in versi di straordinaria efficacia e precisione nella loro concisione, non solo i protagonisti della TRC, le vittime e i loro inarticolati balbettii, le madri e i padri, che raccontano ancora attoniti dal dolore le violenze subite, ma anche i tecnici, i trascrittori, gli interpreti. Ma soprattutto la rappresentabilità del dolore che sembra muovere i versi di Ingrid de Kok, la possibilità di immaginare mondi, parole, vocali, consonanti e «verbs that move mountains», e che le fa domandare: «But how to transcribe silence from tape? / Is weeping a pause or a word?».

E poi, ancora, il tema, così caro all’autrice, dell’uso dei ricordi, in particolare la memoria familiare e l’infanzia che qui produce alcuni dei versi migliori della raccolta. Come sottrarre i propri ricordi dalla storia ufficiale del paese e riconciliarsi con un paesaggio amato che pure reca i segni della violenza subita. Come organizzare i ricordi: «Gather it all together at once / in an instant, into the grip of one hand: / people, places, shapes, weather, times, / then drop like pick-up sticks on stone, / observe intersections, scry the mirror / of the forgotten, read the bones». Un tema che per quanto evochi immagini private non resta mai confinato all’occasione e alla nota individualistica ma che è capace di aprirsi inaspettato a una riflessione più ampia, fino a includere un territorio che non è più solo personale: immagini domestiche, casalinghe e realistiche si alternano alla riflessione su un paese, uno spazio e un paesaggio segnati da una dimensione politica non facilmente eliminabile.

E tutto questo all’insegna di una grande varietà metrica, dove i versi sembrano dominati da un ritmo veloce, incalzante, dalla forza di immagini semplici, da un’economia espressiva che è forse la cifra più singolare della poesia di Ingrid de Kok.

 

(Paola Splendore)


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