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MICHELE SOVENTE, Carbones, Milano, Garzanti 2002, pp. 171,  15,00.

 

Procede nel suo triplice versante linguistico – latino, italiano e dialetto –, la ricerca poetica di Michele Sovente, che con Carbones dà alle stampe un altro densolibro di versi dall’assai elaborata articolazione. Molti testi, ma non tutti, vengono dati nelle tre forme linguistiche, alcuni in due sole, altri solo in italiano. Il lavoro dell’autore non è di mera traduzione: le diverse lingue si stratificano alternandosi in ordine vario, così come in ordine vario sono dislocate le tre versioni di uno stesso testo, spesso intercalate da poesie altre, a creare echi a distanza mutevole, suggestioni mnestiche che chiedono il raffronto, la rilettura, a rendere, il suo, un testo da ripercorrere nella memoria immediatamente emotiva delle immagini o nella più minuta, puntillistica analisi sinottica delle lingue. Tre lingue che per Sovente sono ossa e radici, legami a una terra flegrea impastata di miti, poggiante, essa stessa, su tombe d’eroi, su leggende antichissime, sepolte ma non ancora, non mai calcinabili. La sua poesia di primordia lucreziani, di elementi archetipali – acqua e terra, fuoco sulfureo e vento – cerca, in accenti antichi, modi nuovi di declinare e interpretare un presente spesso oppressivo, in dialettica con un passato personale e collettivo, percepito nella pluridirezionalità di lingue altre, dialetto e latino, appunto. «Negli intarsi o incastri del presente / si annida ogni dubbio, ogni congettura, / non è mai uguale a sé stessa / l’alba, la notte, l’una spalanca, l’altra / occlude, smaniose e insidiose / tutte e due. Il presente: questo / cavo uovo ossessivo che genera / menzogne vaste quanto una foresta, / strette più di un tunnel»: versi esemplari, oltre che della difficoltà di sostenere un presente menzognero, fatto di «preziosi mimetismi » e capace di disarticolarsi e di riprodursi, anche di quel gioco di opposti che è fondamentale nella poesia di Sovente. Se le tre lingue inducono una dialettica classicamente trimembre, in cui però di volta in volta tesi, antitesi e sintesi slittano l’una nell’altra, elidendo a vicenda la fissità dei loro ruoli, la ricorrente alternanza di opposizioni, invece, tende a cristallizzare la dicotomia di ‘sintagmi in base due’ o di coppie incomunicabili: alba/ notte; spalanca/occlude; cavo/uovo concettualmente ossimorico e tendente all’omoteleuto anche con il seguente «ossessivo »; menzogne vaste/strette; e poi, altrove: «macchie / bianche e nere»; «D’aria le voci e di ghisa»; «un mare di tenebre e un mare / di sale»; «tutto è morto, tutto vive». L’intero componimento Sia in pazienza sia in passione è strutturato su un ritmo binario dato dall’incalzare delle dittologie contrastive e chiuso, come un parallelogramma, su un rovesciamento di segno che stringe una inesorabile vacuità: «le cose non fatte rimangono / come ceneri che il vuoto pungono / ... le cose fatte non rimarranno / e le ceneri le notti avranno». In questi versi, allegoricamente attraversati da «carboni», nuclei del nero, energie delle accensioni memoriali, versi pervasi da amarezza, c’è molto «horror vitae», percepito ad una con la consapevolezza del baratro, «la minaccia del vuoto che dilaga / quando la luce viene meno». Unica possibilità di resistenza al «futuro franante» è la scrittura, in questa sua anomala, triplice forma linguistica, che, non essendo allineata alla koinè letteraria odierna, è volontà d’autonomia e di contrasto. Segno di una vitalità feroce eppure intellettualmente distillata: il bianco e nero della scrittura, in contrasto cromatico basilare, è linfa che scorre autonoma e sotterranea, protesa anch’essa su un potenziale abisso: «Si muovono / all’insaputa di ognuno / le parole. Come il sangue che poi / si può d’un tratto fermare ». Lo stesso atto della scrittura è per Sovente uno scrivere contro, anche contro di sé, atto che mentre separa, insieme preserva ed espone: la carta scritta, piena «di segni, di nomi / mi custodisce e mi esclude / – da cosa non è dato sapere – / la fremente carta rubata / ogni volta a qualcuno mascherato / contro me puntualmente imbastisce / un capo di accusa perché / sa molte cose di me». Il sapere può essere inquietantemente incriminatorio. La concretezza materica della lingua non è concetto nuovo in Sovente, e qui non solo di fisica articolazione ritmica o fonica si sta parlando – articolazione di cui Cabaletta, in posizione chiave all’interno del libro (IV e VIII sezione), può essere esempio straordinariamente limpido nella sua ritualità da esorcismo/filastrocca popolare –, qui si sta parlando anche di presenza della materia nella lingua, anzi di problematica coincidenza di sostanza e verbo. Già il componimento XXXVIII di Per specula aenigmatis 1980-1982 poneva in un latino terso, evangelico e gnomico il dilemma dire/apparire: «Me tangit res. Me pungit verbum. / Verbum est res. Est res verbum. / In verbo est index mundi. In re / est codex. Index et codex sine die / per noctis itinera me gravia flagellant », ovvero, nella sua specchiante (non specchiata) versione italiana: «La cosa mi lambisce. La parola mi sfinisce. / La parola è la cosa. La cosa è la parola. / Nel dire si manifesta il mondo. Nell’apparire / si forma il codice. Il dire e l’apparire / senza tregua mi assaltano lungo le vie / scoscese della notte». Dire e apparire saranno allora complementari e necessari l’uno all’altro, e tuttavia non identici. «Specchio» e «ombra», nel testo che apre Carbones, si dislocano continuamente – contiguamente – l’uno nell’altra. Le immagini speculari non sono perfette, come non lo sono i paragrammi che tanto frequentemente nella poesia di Sovente creano false specchiature, echi allusivi fra vocaboli. In questa poesia in cui si aprono – come autentiche chiavi interpretative – «crepe» e «macchie» sui muri, in cui si «seminano tracce» e si levano turbini «d’ombre», in cui si disegna «la grafia sottile delle nuvole» e la voce si può confondere con l’acqua, si coglie, frammista all’affiorare della memoria, una persuasa condiscendenza all’indagine e alla meditazione, oltre che ad un’effusione lirica sempre rattenuta, non mai contratta. Effusione affidata agli oggetti, alle «gialle e profonde ferite» del paesaggio, alle sopravvivenze culturali tangibili come le strutturali tre lingue di Sovente, tra le quali non corre rapporto di subalternità, ma di continua, minima variatio poetica. Sorta di sottile Metamorphosis, come il trittico bilingue, latino-italiano, in cui l’io soggetto  poetico pare focalizzarsi in una speranza chiusa all’umano, botanica ma fruttuosa, frugiferente, allusa dalla triplice ripetizione di un verbo forte, fulcro di ciascuna delle tre parti, verbo vegetale e gemmante, «floresco».

 

(Cecilia Bello Minciacchi)

 

 

 


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