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CHARLES WRIGHT, Buffalo Yoga, New York, Farrar, Straus and Giroux, marzo 2004.

 

Cinque sezioni, brevissime la prima e l’ultima, rispettivamente intitolate «Proems » e «Postscipts», ovvero introduzione e congedo al corpo centrale del volume dove spicca Buffalo Yoga, il bellissimo testo eponimo, vera novità in un libro che altrimenti ricalca le consuete e consolidate, ma tutt’altro che logore, eleganti modalità espressive e tematiche di Wright. Anche in questa quattordicesima raccolta la sua poesia, ora disponibile in Italia nel corposo volume pubblicato da Jaca Book nel 2001, si affida ad un preciso disegno architettonico: tre testi in apertura e chiusura, tre code al componimento centrale, trittici e dittici per un totale di trenta poesie in omaggio al numero tre, il numero intorno a cui Wright ha costruito dal 1970 al 2000 il suo più ambizioso progetto poetico, quella trilogy of trilogies raccolta in tre volumi che gli ha assicurato una posizione di rilievo nella poesia americana contemporanea. Entro la griglia di questo nuovo libro si dipana ancora una volta il suo discorso metafisico, qui introdotto subito dal secondo termine del titolo. Come la pratica yoga tende all’unione del mistico con dio, così la poesia è per Wright l’esercizio spirituale che mira a congiungere la mente speculativa del poeta con il trascendente. Il termine «Buffalo», invece, trasferisce le meditazioni wrightiane nel paesaggio del Montana, dove il poeta trascorre lunghi periodi. Perciò, nel suo insieme, l’espressione allude ironicamente ad una americanissima versione dei temi metafisici che caratterizzano la poesia di questo autore. Che qui sono spesso ricordati e riassunti in gioco di autocitazioni e di echi («I write, as I said before, to untie myself, to stand clear, / To extricate an absence...»; oppure: «I tried to give form to the formless, / and speech to the unspeakable. / To the light that shine without shadow, I gave myself»), di ironiche stroncature della sua impossibile impresa poetica di rendere visibile l’invisibile. Si trovano perfino allusioni ai suoi padri spirituali, in primo luogo a Montale, evocato nella riscrittura di suoi noti versi («These are the cracks, the hyphens of light, the world relinquishes / Briefly, then stanches with human dust...»).

Il tempo, la memoria, la vecchiaia, la morte sono temi più che mai presenti in questo volume; il paesaggio è crepuscolare e notturno, in sintonia con il crepuscolo della vita che il poeta sessantenne sente sfuggire; il tono è più che mai elegiaco. E Wright posa a raccogliere i suoi ultimi fragmenta proponendoli come un’appendice alla sua opera, una miscellanea di ultime volontà, uno scaramantico addio alla vita. Tutto ciò suona familiare a chi conosce la sua poesia. Ma quel che colpisce in questo melodioso canto del cigno (la novità del volume appunto) è la straordinaria leggerezza di questi versi che sembrano librarsi e scorrere sulla pagina, incorporei, lievi come un velo di seta, un canto, un alito di vento. Punto più alto di questa raffinata prosodia, che ricorre spessissimo a ritmi blues, è, come dicevamo, il lungo testo centrale Buffalo Yoga e le tre code che lo accompagnano. La parola qui non è altro che musica, e se ne dimentica perfino il senso, trasportati dal ritmo di questi versi che passano dolcemente da un suono all’altro in una sofisticata tessitura fonica di straordinaria bellezza: «Time wears us down and away / Like boot heels, like water on glass, / like footfalls on marble stairs / Step by slow step until we are edgeless and smoothed out. // And childhood is distant, as distant as the rings of Saturn...». La ripetizione di parole e le diverse sequenze di suoni su cui Wright lavora come fossero motivi musicali (si veda il passaggio da stairs a step e l’accorta combinazione di vocali e termini mono e plurisillabici nei versi citati sopra) produce una continua melodia. Potremmo dire che questa sublimazione della parola è in ultima analisi la soluzione estetica di questo poeta alle tematiche metafisiche. Quel qualcosa di non razionale attraverso cui la musica crea emozioni diviene lo strumento attraverso cui Wright, in modo specifico in questo volume, tenta di superare gli umani limiti conoscitivi. «Each is its own music», si legge in questi versi, «The dark spider that chords and frets, unstringing and stringing, / Instrument, shadowy air-walker, / a long lamentation, / poem whose siren song we’re rocked by». Se il mondo è un’armonia di suoni, il poeta si adegua e, lontano da proporci una miscellanea di testi sparsi, ci offre invece un altro affascinante capitolo della sua ricerca di spiritualità in un mondo governato da materialistici interessi.

 

[Antonella Francini]

 

 


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