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Phylum Press, poesis e il tempo presente

 

Innovazione deriva generalmente da due condizioni – desiderio e insoddisfazione. Tre anni fa Nancy Khul ed io siamo arrivati a ritenere che non esistevano molti sbocchi per il genere di poesia e di poetica in cui ci sentivamo impegnati e così abbiamo dato vita alla Phylum Press  (www.phylumpress.com). Ilnostro ideale  era creare un forum dove certe affinità elettive potessero coalizzarsi. Queste affinità convergono intorno alle possibilità della poesia lirica, non solo dopo Auschwitz,  ma dopo Ronald Reagan. Essere vuol dire essere in conflitto – una condizione che certo non riguarda soltanto i poeti statunitensi – e la poesia che ci interessa  è quella che interpreta ed incarna quel conflitto e quella tensione. Phylum Press spera perciò di riuscire a evidenziare le possibilità di una comunità di poeti che prendono coscienza del luogo e del momento in cui operano. 

Sentivamo che nel dar vita ad una piccola casa editrice dedicata alla pubblicazione di poeti emergenti più giovani, poeti paradossalmente imbevuti d’una ‘tradizione’ d’avanguardia, ci  ritagliavamo un posto in una storia lunga e ricca, sia per quanto riguarda la  «panflettistica» che la produzione culturale letteraria, sotto il radar di quella che il poeta americano  Charles Bernstein chiama la «cultura poetica ufficiale». Il recente volume A Secret Location on the Lower East Side – una raccolta di documenti curata da Steven Clay e Rodney Phillips e pubblicata dalla Granary Books che offre una panoramica definitiva della vasta gamma di case editrici e riviste che fecero parte della  «mimeo revolution» in America negli anni Sessanta e Settanta – testimonia ampiamente che esistono da molto tempo in America editori e poeti intenti in cose  analoghe. Un esempio più specifico è il volume Angel Hair Anthology, sempre pubblicato dalla Granary e curato da Anne Waldman e Lewis Warsh, che raccoglie le varie pubblicazioni relative ad un simile progetto editoriale di quel periodo centrato intorno a New York e responsabile della produzione di libri economici di poetichiave di quella specifica generazione. Andando ancora indietro, basta indicare le auto-pubblicazioni di Walt Whitman e i fascicoli di Emily Dickinson per vedere le radici di questa storia. L’impegno attestato da queste produzioni ci fa immaginare quante siano in effetti le possibilità se si pensa ad alternative ai libri mainstream.

All’inizio eravamo spinti da quel che percepivamo come una lacuna. Sembrano esserci (tutto è relativo naturalmente) ampi sbocchi o sedi per i poeti tradizionali o per coloro che sono dogmaticamente sperimentali. Pensavamo (e lo pensiamo ancora) che esistano assai pochi editori che partecipano al tipo di lavoro che noi apprezziamo di più. I valori estetici che ci interessano maggiormente devono ancora fondersi in una scuola o in un movimento così da apparire distinti da quelli delle generazioni precedenti. Gli scrittori che pubblichiamo sono giovani e transitori, ma sono ottimi esempi dell’estetica che troviamo interessante, poeti che rivisitano in modo assai diverso l’uno dall’altro la questione della soggettività lirica dopo che le sue varie problematiche sono venute alla luce. Quanto a noi, il nostro ruolo è suggerire certe affinità elettive fra poeti che perseguono la poesia lirica come un testo entro cui si negoziano incontricome fa Cathy Eisenhower creando una zona indistinta fra poesia e scrittura di viaggio, note accademiche e saggio personale – sia che la trattativa avvenga con l’io, la storia, la cultura o qualcosa di totalmente diverso. Più che con  una scuola o un movimento abbiamo a che fare con una sensibilità. Mi sento in effetti più a mio agio a parlare di tendenze estetiche e similarità fra poeti di questa generazione che a suggerire un programma preciso. In parte ciò ha soprattutto cause storiche perché questa generazione, quella dei trentenni, la mia, viene dopo, e respinge, l’influsso dominante del neo-conservatorismo politico e culturale americano, e dopo l’esaurirsi del marxismo. Questi poeti sono in sintonia con la materialità delle poesie – come nel caso di Kristin Prevallett o di Michael Kelleher. Sono scettici ma non antagonisti della soggettività lirica, e tuttavia sono profondamente coscienti dell’affermazione di Wittgenstein che estetica ed etica formano una cosa sola. La loro è poesia dopo «la fine della storia», per così dire. Questa avanguardia rifiuta perciò concetti totalizzanti, e perfino il tipo di generalizzazioni che sto facendo in loro vece la mette a disagio; è sospettosa della poesia narrativa per il suo potenziale di complicità ideologiche. «Nel sogno la nostra tribù fu chiamata Equivoco Irreparabile,» scrive Roberto Tejada in una sua poesia, ed i poeti dell’attuale generazione, nel rivendicare il tempo presente, sembra che stiano soprattutto trattando con questo problema, con la condizione di una cultura che è equivocamente irreparabile. Ma nonostante lo scetticismo e il sospetto si ha la sensazione che le cose in effetti stiano insieme. E quel che ci ritorna è ciò che la poesia in generale offre – una conversazione, tanto per cominciare, e l’opportunità d’essere partecipi di una rete di opinioni sulla poesia, di opinioni sul pensare stesso – e questi non sono altro che incontri motivati con il mondo. Rendersi conto che non si è soli non è poca cosa e noi speriamo che Phylum offra occasioni, non importa quanto transitorie, per stabilire contatti. Non possiamo rivendicare nessun cambiamento reale che derivi dai nostri sforzi, ma possiamo indicare una mappa di simpatie, di interscambi e opportunità di incontri. Il sogno del fare, della poesis, è certamente quello di rappresentarsi agli altri, ma anche e soprattutto a noi stessi, con il lavoro, l’attività. La produzione di libri e poesie è così un modo di partecipare, di coinvolgere i materiali del mondo in cui ci troviamo quotidianamente.

 

[Richard Deming]


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