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FRANCO NASI (a cura di), Sulla traduzione letteraria. Figure del traduttore – Studi sulla traduzione – Modi di tradurre, Ravenna, Longo Editore 2001, pp. 174,   15,49.

 

Si sa ormai benissimo che tradurre è un compito, anzi un’arte, molto difficile. Gianluigi Melega ricordava sulla Repubblica del 9 luglio 2002 come trasferire in italiano Il grande Gatsby fosse stato un compito ben arduo per la pur bravissima Pivano. Impossibile restituire «quella tintinnante emozione che Fitzgerald con l’orecchio assoluto del genio sapeva inseguire e suscitare». Certe sue locuzioni, certi aggettivi non sono traducibili né in modo letterale né ricorrendo a metafore o espedienti stilistici. A chi ha avuto occasione di ascoltare buoni traduttori discutere del loro lavoro/passione, è spesso parso di essere inciampato in un paradosso, come quello di Achille che non può mai raggiungere la Tartaruga. Leibniz ci ha spiegato che la verità di fatto può negare la verità della ragione. E così, in barba a Zenone di Elea, si continua a tradurre, e spesso i risultati sono eccellenti.

Qualche lume può venirci leggendo Sulla traduzione letteraria, che riunisce la versione italiana degli interventi al quarto seminario «Susan e Donald Mazzoni », tenuto, a cura di Franco Nasi, all’Università di Chicago, dipartimento di Romance Languages and Literatures, fra 1999 e 2001. Nella prefazione il curatore dà una sintesi efficace delle varie posizioni e tendenze emerse nel corso dei lavori e delle finalità del seminario: «Si voleva offrire in sostanza una fenomenologia delle figure del traduttore, che potesse sollecitare ulteriori letture, riflessioni, ed esercizi di traduzione orientati in modo differente e vario».

Figure del tradurre è, infatti, la prima delle sezioni in cui sono stati ripartiti gli interventi. Visto che ogni traduzione decontestualizza radicalmente l’originale e crea una «perdita» linguistica e letteraria, fino a che punto il traduttore può assimilare il testo straniero alla cultura d’arrivo? Se lo chiede Lawrence Venuti, professore di Inglese alla Temple University di Philadelphia. La sua risposta è derridiana: il traduttore deve introdurre nel proprio testo mezzi domestici (cioè della cultura di casa sua), ma che siano «inventivi e sperimentali», che si allontanino dai valori dominanti locali, per segnalare l’estraneità della traduzione, le inevitabili differenze linguistiche e culturali dell’originale. Impegno arduo, che Venuti giudica «etico» (la missione del tradurre, dunque), portando esempi di traduzioni più o meno adeguatamente spaesate. Occorre far capire al lettore pigro o ignorante che la traduzione non è una «forma invisibile di lettura» (Venuti ha scritto un libro, ora disponibile in italiano, L’invisibilità del traduttore, Armando), e che in essa può esservi un guadagno letterario e di linguaggio, a compenso della perdita che il tradurre fatalmente comporta.

Per altri, come Armando Maggi, professore di Italiano all’Università di Chicago, il traduttore dev’essere «il più silenzioso possibile», una specie di ventriloquo che rimuove la propria voce, uno Zelig capace di assumere la personalità vocale dell’autore tradotto. Tanto più se si tratta di dar voce al Verbo. Maggi ha voltato per gli americani le «visioni» di Maria Maddalena de’ Pazzi, la più grande mistica del Rinascimento, trascritte dalle sue devote e trafelate consorelle monache, che la rincorrevano con carta e penna in mano. Paradossalmente la versione appare più chiara del testo originale, per la necessità di interpretare passi oscuri ma linguisticamente allusivi in italiano, incomprensibili ai lettori d’oltre Atlantico se resi letteralmente.

Delle traduzioni «belle e infedeli», secondo la battuta proverbiale di Gilles Ménage, teorico secentesco, si occupa Valerio Magrelli. Non esiste fedeltà a un testo, ogni volta dobbiamo decidere «a quali delle non infinite ma numerosissime funzioni di quel testo vogliamo essere fedeli». Egli propone di adottare la regola del «meno uno», come l’abate Galliani  (ogni volta che s’inchinava al re, voltava le spalle a qualcun altro). Rispettare tutti gli elementi dell’originale tranne uno vuol dire, in ogni caso, ridurre la  erdita al minimo possibile. Essenziale è individuare, come raccomanda Starobinski (soprattutto nel tradurre poesia), il «centro nevralgico» del testo, qualunque sia il suo livello.

Fedeltà allo spirito più che alla lettera, secondo il consiglio di Ezra Pound, è una regola perseguita da molti, come Anthony Oldcorn, traduttore in inglese di Goldoni e dei Canti carnascialeschi, di cui alcuni composti da Lorenzo de’ Medici. Conservare il tono è la sfida più difficile per il traduttore, specie in poesia (la poesia sarebbe, definizione disperante di Robert Frost, «ciò che si perde nella traduzione»). Nei Canti, Oldcorn ha cercato di domesticare l’italiano del tardo Quattrocento, colloquiale, popolare, spesso gergale, in un inglese di oggi dello stesso tipo, senza violare né il decoro linguistico (Lorenzo non era mai volgare), né il senso.

«La forza di uno stile deve essere misurata in relazione alla sua capacità di resistere alla traduzione», vorrebbe ribattere a Borges il poeta Mark Strand in un suo divertente ma assai allusivo e conflittuale intervento, sotto forma di colloquio immaginario con personaggi vari. Borges, ricordando Pierre Menard, traduttore in spagnolo del Cervantes, aveva sentenziato, a proposito del tradurre  Wordsworth: «devi diventare, per tutto il tempo necessario, l’autore del Prelude» (un altro Zelig? Si dovrebbe chiederne conto a Massimo Bacigalupo, che ha tradotto con eccezionale efficacia quel poema). Compito assolutamente impossibile, commenta Strand, «perché per tradurre  uno deve smettere di esistere». E subito soggiunge: «mi resi conto che se avessi smesso di essere non avrei mai saputo».

Altri interessanti contributi troviamo nella sezione Studi sulla traduzione, dove si affrontano specifici casi, come la pregevole versione in inglese dei Mottetti montaliani ad opera di Irma Brandeis, la «Clizia» del poeta. Alessandro Rebonato ci fa scoprire che l’ebrea americana, legata da un forte e difficile rapporto intellettuale e sentimentale all’autore dei versi «La pianola degl’inferi da sé / accelera i registri...», non è stata soltanto (lo provano i riscontri), acuta e sensibile interprete. Certi caratteri gnostici, che Andrea Zanzotto aveva già messo in evidenza nella poesia del Montale maturo, e certi contenuti latenti e oscuri dei Mottetti, non sarebbero estranei ad un’influenza di Irma/Clizia, medievalista appassionata di testi mistico-teosofici e di letture eterodosse della Cabala.  

È possibile una «teoria della traduzione letteraria»? Se lo è chiesto Franco Nasi (Visitor Lecturer all’Università di Chicago all’epoca del seminario), riflettendo sui modi di affrontare la versione di un testo. Ne esistono in sostanza due, completamente diversi, che Nasi ha analizzato ed esemplificato. C’è il modo dell’equivalenza dinamica con il quale si privilegia la «fedeltà allo spirito», ma attraverso invenzioni linguistiche che assegnano al traduttore un ruolo «creativo». L’altro modo di tradurre è quello contestato della «fedeltà alla lettera», ma che susciti nostalgia per l’originale (definizione ripresa da un intervento di Erri De Luca). La traduzione scrupolosamente fedele presuppone però un supporto esplicativo, affidato ad un testo ausiliario. La storia di come sia stato utilizzato questo secondo modo di tradurre mostra quanto inefficace e fuorviante possa essere il suo inserimento in una teoria.

«La traduzione» conclude Nasi dando ragione in un certo senso a Strand «sembra essere il risultato momentaneo, mai definitivo, di una serie intrecciata di relazioni, continuamente cangianti, che permettono a un testo di essere in vita proprio in virtù del suo essere in movimento ». Per poterlo afferrare nelle sue varie trasformazioni, occorre che il traduttore possieda o acquisisca, con pazienza e umiltà, l’indispensabile «capacità di ascolto».

 

(Carlo Vita)   


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