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BRIGITTE OLESCHINSKI, Reizstrom in Aspik. Wie Gedichte denken. Ein Poetik-Projekt mit Urs Engeler, Köln, DuMont Verlag 2002, pp. 131, € 16,90.

 

La poesia è il prodotto di stratificazioni successive: il primo strato è dato dalla superficie ritmica, una componente eminentemente fisica, su cui si adagia il secondo strato, rappresentato dalla melodia, intesa nella duplice componente di armonie e dissonanze. L’ultimo strato, il terzo, ha invece natura visiva: l’evidenza intellettuale si sintetizza in immagini e coaguli di significato. Così descrive Brigitte Oleschinski (nata a Colonia nel 1955) il farsi delle sue liriche nella raccolta di scritti poetologici Reizstrom in Aspik, che ospita le riflessioni della poetessa e storica, già pubblicate in rivista nel corso degli anni Novanta e radunate qui in una summa che rende conto del suo percorso artistico. A parte le interviste-dialogo con la poetessa Elke Erb, suddivise in due sezioni, che punteggiano la raccolta come «diodi a intermittenza», gli altri contributi si pongono come una poetica in forma di narrazione, in cui la riflessione sulla propria officina si confonde, in un intrecciarsi di piani, con ricordi e vissuto autobiografico, senza tuttavia mai abbandonarsi al memorare intimistico, ad un solipsistico ripiegamento su se stessa. Piuttosto, la vena autobiografica si fa appiglio, in una trama di rimandi continui alla realtà politico-sociale extra-soggettiva, per una prospettiva di forte impegno sociale e professionale (si vedano le pagine del saggio Silvesterpolen, dedicate alla riflessione sulle sue ricerche negli archivi dei Lager polacchi). È dalla percezione costante del reale, infatti, che scaturisce per Oleschinski l’impulso a poetare, a elaborare quel Reizstrom, flusso continuo di impulsi, che colpisce senza sosta il corpo e la mente dell’Io lirico. Arpa eolica in ascolto, esso assorbe e rifrange i suoni e gli stimoli della realtà cosale, interpersonale e storica, ricodificandoli con segni linguistici idiosincratici: «ma ‘vedere’ non è la parola giusta: io non volevo propriamente ‘guardare’ ma lasciarmi andare, in una percezione sfocata, senza direzione, durante la quale gli impulsi  urtano contro il corpo, non ancora Io».

Nel contempo, il Mental Heat Control (titolo del primo saggio oltre che della prima raccolta di poesie, uscita presso l’editore Rowolht nel 1990) è sorta di motto per l’io disincantato a non partecipare in prima persona all’atto del dictare. Al ritrarsi del soggetto corrisponde la frammentazione della lingua poetica, una scelta stilistica quasi obbligata, che permette di sottrarre il materiale linguistico all’usura e all’irrigidimento stereotipico: così grammatica e sintassi diventano, in Oleschinski come in molta parte della poesia tedesca contemporanea, moncone, scheletro sconnesso, ricomponibile tramite nessi e associazioni, traccia di una fiducia ancora  presente nella connessione tra pensiero e realtà. E tuttavia la produzionelirica di Oleschinski non è ermetica, la  stratificazione semantica che dà sostanza ai suoi versi è penetrabile, si apre alla ricezione: la poesia, leggiamo nel saggio Baustellen, Vespen, Abendgeruch, si fa forma attraverso la lingua, in particolare nella sua componente culturale e interazionale. Il testo poetico, coacervo di parole che accostate evocano significati inattesi e diversi a seconda del lettore, rivela la sua natura ‘sociale’, senza con ciò diventare didascalica o pedante. Piuttosto, la scrittura, intesa come impegno sociale, come lavoro di rendicontazione del reale, fa emergere le dissonanze, si pone come stonatura, evidenziando le aporie della società del benessere; la lingua della poesia riproduce per mimesi queste dissonanze, riducendosi a frantume, a suono isolato che indica la presenza di una flebile voce critica, simile alla sabbia del celebre verso di Günter Eich, che così ammoniva i suoi lettori di trent’anni fa: «seid Sand, nicht das Öl / im Getriebe der Welt».

 

[Marcella Costa]


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