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LUIGI TASSONI, Caosmos. La poesia di Andrea Zanzotto, Roma, Carocci 2002, pp. 175, € 16,10.

 

A chiusura del libro di Tassoni torna in mente un’affermazione suggestiva, ma ambigua, fatta da Giorgio Manganelli nel contesto di un discorso sulla critica di Edmund Wilson: «La letteratura acquista dunque senso e valore nell’ambito di una concezione tragica: essa non è un divertimento, né il suo obiettivo è di offrire un ‘piacere’; ha per compito di rendere possibile l’esistenza dove più torva ed aggressiva è la minaccia di un radicale disordine » (La letteratura come menzogna, Milano, Adelphi 1985, p. 191). Cos’è tragico? Il reale evidentemente, ma sperimentato nel suo senso assolutamente referenziale, all’infuori dell’investimento fantasmatico della letteratura, che pare costretta a negare il tragico in rebus nel momento stesso in cui lo disvela, introducendolo nel circolo dialettico del Senso. «E ogni ha in sé la sua piccola teodicea», diceva Zanzotto in una ‘profezia’ degli anni lontani della Beltà, giustificazione cosmologica del caos, caosmos, in un senso bruniano recuperato, come sottolinea Tassoni, dalle moderne epistemologie. Ma l’ordine che segue al disordine, generato dal disordine, è nelle cose o nella lingua che lo dice? Esiste un caos-cosmos non umano?

Considerazioni di questo genere, probabilmente  ingenue nella loro pretesa di intavolare una discussione sui fondamenti, sono messe in gioco nel lettore dall’approccio critico di Luigi Tassoni al testo di Zanzotto: forte della lezione di un maestro come Piero Bigongiari che ha riconsiderato l’eredità dell’ermetismo fuori da derive orfiche o simbolistiche, è un modo di interrogare la poesia come meccanismo semantico, dove però l’accento non cade sul senso costituito, ma sul ‘meccanismo’ del suo farsi e disfarsi nel passaggio attraverso i provvisori e indecidibili nuclei di coalescenza all’interno della nebulosa semantica di cui parlò già Saussure. Si rinuncia all’idea sequenziale e causale: il senso non è un prodotto – intenzionalità di un presunto Soggetto unitario detentore del logos – ma, seguendo il Deleuze della Logique du sens, piuttosto un «effetto », un effetto di linguaggio paragonabile, sotto specie ottica, ai «fosfeni» di una raccolta zanzottiana degli anni Ottanta. Il «diario critico» di Tassoni, testimonianza di un confronto più che ventennale con la poesia di Zanzotto, ha il merito di proporre una chiave di lettura che mentre accetta di inscriversi entro le ormai classiche coordinate euristiche di taglio linguistico-psicanalitico, le forza, le amplia nella direzione semiotica e addirittura gnoseologica. La poesia allora, incrinata la fiducia nella tradizionale funzione del poiein, cioè un modo di fare, un produrre da parte di un Soggetto irrimediabilmente decentrato, s’impone con la forza di una nuova (o antichissima se si vuole) mathesis, un sapere che si costituisce nell’ascolto dei più eterogenei fenomeni di senso e che riesce a cogliere le «intergamie», direbbe Zanzotto, tra universo pre-grammaticale, segni, iper- egni e derive del post-grammaticale. Non è un caso che i punti di emergenza dell’indagine di Tassoni si collochino a poli opposti, ma più vicini di quanto si creda per coincidentia oppositorum: da una parte il terreno semanticamente sfrangiato e assolutamente virtuale della poesia più stravagante di Zanzotto, quel Microfilm di Pasque che per successive approssimazioni viene definito «scarabocchio-geroglifico- grafema-olosema onirico» fino a riconoscere che le qualità topologiche funzionano in effetti come «codice della produzione del Senso, di come si forma il Senso nell’informe nucleo delle possibilità dei linguaggi, del linguaggio poetico»; dall’altra il codice imploso per saturazione semantica di Ipersonetto, rivelazione letterale, si potrebbe dire, di come il meccanismo dell’ipercodifica estetica sia esposto ad una ‘pressione centrifuga’ verso «il fuori-norma, l’irregolarità, l’eccedenza».

Caosmos dunque, il «caos che ri-genera il cosmo, che consuma e trasforma, secondo le più elementari leggi naturali», e di cui il Galateo in bosco, vero baricentro dell’analisi di Tassoni, ha offerto una rappresentazione dall’altissimo valore cognitivo. In questo prospettiva il processo circolare di formazione-deformazione del senso messo in gioco dall’instabilità strutturale del fenomeno poetico non costituisce una metafora di dinamiche che agiscono su piani categoriali ulteriori, ma ne è semmai una sineddoche, una sineddoche privilegiata: la poesia è parte di questa dinamica, non progressiva, di eventi che si realizzano «mediante la loro informalità, la non finalizzazione, il ruolo creativo dell’imprevisto, il progredire in direzione della deriva». Tassoni allega con finezza al suo dossier alcune conclusioni del moderno dibattito epistemologico – si riferisce al fisico Prigogine in particolare – che confortano, sia qui concesso al Lettore di inserirsi nel dialogo tra Critico ed Autore, un’interpretazione in chiave ‘postmoderna’, razionalmente debole, della poesia di Zanzotto. Argomenta Tassoni: «Il referente Realtà per Zanzotto non corrisponde più soltanto all’evento trascorrente o precario, più o meno minaccioso. È in effetti il datum di un attuarsi del processo di contaminazione, anche autodistruttiva, ma essenziale ed essenzialmente riconoscibile nell’essere come principio e fine di realtà molteplici, sovrapposte, innestate». Ma in questa accettazione del datum sia pure metamorfico e metamorfosante, non si rischia di appiattire l’essor agonistico della poesia di Zanzotto, di ogni poesia, su un acquiescente ottimismo scientista? Che il degrado del referente molto più che simbolico del paesaggio possa preludere a futuri equilibri sulla lunga durata non pare consolare un poeta che con bastoncino da rabdomante cerca di individuare le minime, ma attuali, per quanto forse contingenti, nicchie di resistenza all’irruzione del disordine – vitalbe, topinambùr, poa pratensis ecc..., possibili promesse di salvezza, semi di senso innestati a futura memoria ma che rischiano di sbocciare in un mondo non più umano, quello prefigurato già ai tempi di Vocativo quando un poeta non più uomo immaginava di insegnare alla selva attonita «la vicenda non umana / del mio fuisse umano» (Fuisse) – se si vuol avere un’idea dell’integrazione fra uomo e natura per via di mediazione poetica, si raffronti il passo appena citato con i versi introduttivi dell’Egloga I di Virgilio, così cari a Zanzotto. La dialettica caos-cosmos, che si regge solo nella misura in cui un’intenzione di senso, linguistica, la rivela, adombra la questione più urgente di un umanesimo minacciato per vocazione autodistruttiva, situazione a cui la poesia, la poesia di Zanzotto per prima, reagisce con ostinate donazioni di senso.

 

[Marco Manotta]


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