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MARCO GIOVENALE, Il segno meno. Parte di prosimetro (1998-2003), prefazione di Loredana Magazzeni, Lecce, Piero Manni 2003, pp. 52, € 8,00.

 

Vincitrice per la sezione inediti del Premio Nazionale di Poesia ‘Renato Giorgi’ (bandito dalla rivista ‘Le Voci della Luna’ del Comune bolognese di Sasso Marconi), la silloge prosimetra Il segno meno dovrebbe – è un calcolo e un auspicio – schiudere ad una smembrata ma fertilissima presenza della poesia e della cultura contemporanea orizzonti di più sicura visibilità. Classe 1969, Marco Giovenale è da tempo coinvolto esegeta di una generazione poetica spostata, rispetto ai padri neoavanguardisti, sul versante freddo della scrittura perché persuasa non dalle incandescenze magmatiche della – attingo dagli appunti di un suo recentissimo ‘saggio in costruzione’ su poeti italiani nati negli anni ’60 e ’70 (http://slowforward. splinder.it) – «sovrabbondanza di res, cose, cataste/fatti linguistici» ma, all’opposto, da «una loro libera sottrazione. (O un accumulo tuttavia algido, seccamente dato)». Canto algido, «canto cenere », è di fatto quello de Il segno meno, spezzato dalle dinamiche sottrattive del discorso («Così propriamente distruzione / (il libro-schermo). / Tutto quello che poi dal mondo / separa, spezza quello che / del mondo amo porta molto / dentro»), spuntato dalle fratture tra nominazione e inveramento («Il profilo della lettera / alfa inciso – netto. Non c’è»), catafratto dalle intermittenze uguali e contrarie del senso («Tutto quello che è muto si appoggia all’uso / che dà verbo, ragione scarsa reggia, lima / che tanto lede chi lei era, chi poi sei»). Agli estremi di un progetto che si sa largamente disatteso nelle sfasature tra memoria e presenza, volontà e coscienza («Non ha tempo per avere freddo lui, come pure è: / deve lavorare (incisa, portamento) propria / fine. Esserne enzima – elaborato, eluso / nato»), si insediano/insidiano la regressione astrattiva dell’idea (gli affondi ombelicali e archetipici delle prose ma anche le implosioni sintetiche, granulari, del pensiero: «... marcescenza; il labile ... meno, colomba: muro: / poi tratto maceria ... la polvere / dove finisce il gradus / il cratere cranio») e la registrazione traslucida dell’oggetto («Questo nota e nutre, e immagina / la sedia che si scosta, al tavolo, / lei che mangia»; ed è altra preziosa chiave offerta dal Giovenale critico quella di una «ossessione dell’osservazione » nella poesia contemporanea), poli magnetici di un discorso che non mira – è punto cruciale – alla fissazione epifanica della parola strappata al nulla ma alla produzione di catene di senso legate oltre il loro stesso mancare (la voce soffia «il vuoto dove non vuole»). Legami fonici ed iconici (in combutta: «lo spazio dai portici, / dai lati, dai forti / festoni, e feritoie, bucrani, / scis, scitis / le grate segrete») saldano testo e contesto, formalizzando in blocchi visivi lo «statuto ambiguo / doppio delle percezioni» ben commentato in Prefazione da Loredana Magazzeni. C’entrano, assieme all’hybris visuale di fine millennio, le frequentazioni fotografiche dell’autore; c’entra fors’anche l’intercettazione di modelli di scrittura tecnicamente orientati verso il dinamismo intersemiotico, primo fra tutti il modello sceneggiatoriale (scrittura ‘fredda’ per eccellenza), richiamato dalle soluzioni sintattiche di sospensione e di taglio, dalla fissazione presentificata dell’immagine, dall’animazione sequenziale del ‘racconto’ (SEQ. SU FINE, d’altra parte, è titolata la terza sezione del libro). È proprio all’altezza di questa possibilità di racconto, di strutturazione dinamica di eventi ed esistenti, che si concreta lo scarto da situazioni ermetiche o neoermetiche di contemplazione immobile del nulla (l’estasi/iconostasi del non detto o del non dicibile): sottrarre non vuole dire negare, non vuole dire un risultato ma un processo (il segno meno è l’operazione algebrica che permette di ottenere lo zero): «stelline celesti in moto orizzontale / che si contrariano // – questo vuole dire».

 

Federica Capoferri


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