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GABRIELLA LETO, Aria alle stanze, Torino, Einaudi 2003, pp. 100, € 10,50.

 

Atto ancillare, quello che dà abbrivo all’opera, femmineo. Venuta ad abitare   vecchi penetrali gozzaniani, Gabriella Leto primamente attende a rendere vivibile questo luogo chiuso (conclusus), dando «aria alle stanze», aria e luce insieme, perché si torni a scandire il tempo sul naturale alternarsi di albori ed ombre. Pure, la fondamentale componente metrico- prosodica del libro invita se non a interpretare diversamente ad attribuire al titolo una valenza anfibologica. Dare «aria alle stanze» significa anche rendere melodico il recitativo, quelle stanze intese come ottave di poema deflagrato, ovvero stanze di canzone secondo l’antico canone romanzo, superato poi dal sonetto (e con un sonetto, appunto, ogni sezione si apre). La suddivisione dell’opera in tre capitoli – Arioso dolente, Andante amoroso, Largo desolato – è ulteriore cenno a tale continua sperimentazione di una misura melodrammatica. Altrettanto evidenti le tracce di una struttura unitaria dell’opera. I tre sonetti con cui si aprono i capitoli, ma potremmo parlare anche di atti musicali, alludono ciascuno a una situazione temporale che è condizione dell’anima. «L’ora dell’ombra ormai quasi discesa» conduce tra gli ultimi bagliori di un crepuscolo che è forma mentis della prima sezione. Chiuse dimore borghesi, rifugio ai loro abitatori, delimitano la scena di un’azione involontaria di uomini umbratili anch’essi, automi in mano ai capricci di uno Zodiaco indifferente. Sono, questi, salotti d’altri tempi, dovecampeggiano oggetti inanimati, fallaci simulacri di vere e vive creature: è il caso della civetta, sul tavolo di lacca (chinoi-serie fin de siècle), privata di vita amorosa e voce, quella inconfondibile lugubre querela quasi per pietà restituitale dal poeta tramite il sistema di rime e consonanze aspre su cui procede l’intera stanza. Trovano qui dimora antiche suppellettili di lusso, in tartaruga, pettini e cofanetti, strumentario degno di un’allumeuse foscolian-dannunziana; o i volumi non più amorosamente sfogliati dal loro dotto signore, i libri della ricca biblioteca dell’amico ormai perduto, un Manganelli di cui si rilascia affettuoso ritratto vergato alla maniera manzoniana: incredulo Don Ferrante non adeguatosi ai nuovi tempi volgari. A far da contrappunto a questa inazione, a questa vanità di intenti, che possono richiamare anche l’inutile ed effimera ricerca entro le chiuse ‘stanze’ dell’ingannevole castello d’Atlante («Amarsi cancellarsi amarsi ancora»), le piante, dall’esterno, narrano altre storie, abbracciamenti eterni di viti e d’olmi, non conosciuti dall’inquieto genere umano, ed una vigoria mediterranea nella fitta ramaglia di rime e di correlativi montaliani («Sono i rami del pino – dell’arancio / convulsi inebriati / del lentisco dell’ibisco che cede / anch’esso a quella pazza esultanza / del gracile limone»), che addita, per antitesi, ancor più l’inerzia claustrale eletta a propria dimensione. L’estremo grado di tale volontario appartarsi è posto in scena nel secondo capitolo, il cui intervallo temporale è quello della notte, intesa come ottenebramento della ragione («Come un’argentea fotografia»), ma pure quale «sera perenne» di un oltremondo visitato con la semplicità onirica di Vittorio Sereni, maestro a cui ci si affida nel combinare gli incontri, i pacati colloqui coi morti, una volta riscossisi dal «sogno della vita» («nel quasi sogno da cui mi scuoto»), giusta l’ottica rovesciata del visionario poeta di Adonais (XXXIX, 344: «He hath awakened from the dream of life»). Questo il luogo dove ritrovare le creature perdute, Pandora, la gatta contesa alla morte, ma qui inesorabilmente venuta, lasciando orba di sé l’un tempo triplice comunità felina di casa, ora attonita a tanta assenza. E il lamento che ne sale è quello orfico fatto di domande senza risposta, l’ecolalia dell’innamorato ormai solo del melodramma di Gluck: «Se tu non sei con me chi mai ti ama? / Chi ti cerca e ti chiama? / Chi ti avrà a cuore? Chi di te avrà cura?». In luogo di rubeste piante, svettano qui solo la smilace e la siringa vulgaris; siamo nel regno di Cloto, dove si espiano vita e amori passati sotto pena di un’orrifica, ovidiana metamorfosi. Il terzo capitolo non può dunque che narrare il ritorno dall’oltremondo, non collocato in un altrove, ma piuttosto svuotato della dimensione temporale. Per questo il sonetto su cui si apre la sezione, «La luminosa rapinosa aurora», è inno alla luce, che non a caso recupera l’immagine mitologica dantesca di Purg., IX, 1-3, là dove Aurora non è soltanto la «concubina di Titone antico», ma è altresì l’ora del mondo dei vivi, contrapposta all’ora notturna della montagna ultraterrena. Fabula di un eterno ritorno, quella di Aurora, che lascia le coltri dell’amante per vincere le tenebre, in chiara opposizione col mito di Euridice, l’inesorabilmente perduta dall’amato nel mondo dove non è che sera. Più ‘larga’ l’anima al suo riaffacciarsi alla vita; il peso di una mancanza cara è lì sempre a richiedere un compianto, che  dal timbro di dolente amore orfico si fa più composta, borghese, ottocentesca ‘aria’ panzacchiana («Ti cercai lungamente ma non c’eri»). Dopo tanti spasmi melodici, col ritorno nel mondo dove il tempo è scandito dall’alternarsi di ombra e luce, non è escluso neppure un trobar leu, sulle gioiose e libertine note ora di Cherubino ora di Don Giovanni, comunque a registrare quel turbamento di sensi inesprimibile se non tramite frammenti di un discorso amoroso: «Non so più ciò che sento. / Perduto ogni concetto / vorrei non vorrei ti accetterei / per quello che non sei / come si prende a volte da un cassetto / il più abusato – il più liso indumento».

 

Francesca Latini


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