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L’AUTORE SPAESATO
di Cesare Greppi

L’"autore spaesato" è naturalmente l’autore posto di fronte alla sua opera tradotta: la cosa che più è sua, riconosciuta con la sua firma, ha smesso di essergli familiare. Su questo evento infinitamente ripetuto e sempre singolare, su questo nodo di problemi, credo si possa fermare un poco l’attenzione percorrendo insieme, anche se rapidamente, uno scritto che Bonnefoy ha concepito per l’edizioneitaliana dei suoi Récits en rêve (Milano, Egea 1992). Sono tra l’altro pagine che ‘esistono’, credo, solo in italiano,ignote dunque a chi legge normalmente Bonnefoy nella sua lingua.
"Spaesato" è termine che moltiplica il suo peso quando si parla di un autore per il quale la voce "paese" vale, si può dire, il fondamento stesso della scrittura. Dice dunque Bonnefoy: "Sono felice ma anche turbato nel vedere questi racconti pubblicati in Italia [...]. Perché l’Italia è il luogo dove queste immaginazioni hanno preso forma". Ecco. Il turbamento dell’autore sembra motivarsi non tanto per il puro fatto della traduzione (la sottrazione della lingua, la deformazione della voce) quanto perché la traduzione è italiana. Come si vedrà, qui sono in gioco gli effetti della prossimità, di questo legame che è in ogni caso la prossimità (e ancora, se vogliamo, gli effetti del nesso inquieto fra sguardo e voce).
Bonnefoy racconta come l’Italia - anch’essa - rappresenti uno strato originario dell’esperienza: "in Italia ho imparato, non a sognare – questo viene a noi insieme con il linguaggio – ma ad attendermi altro dal sogno, molto di più della soddisfazione mascherata che, dopo Freud, nel sogno abbiamo riconosciuto". Continuiamo a leggere: "l’Italia mi ha molto aiutato a ricordare come sotto le rappresentazioni, che fanno velo, vi sia una traccia, un presentimento dell’Unità. Quando vidi sorgere di fronte a me, in una indimenticabile prima sera fiorentina, la sconvolgente facciata di Santa Maria Novella, e poi la massa chiusa ma silenziosamente respirante di Orsanmichele". E poi questo incontro con l’Italia prosegue: "nelle piccole città o nelle campagne", "sempre più lontano nelle profonde campagne", dove è possibile incontrare "un’esperienza dell’immediato, dell’assoluto, per via della semplicità di cuore, al fine di riparare insomma il fallo dell’artista forse troppo cosciente di sé, troppo orgoglioso". Non posso seguire qui in tutte le sue tappe e le sue articolazioni questo che è un itinerario del desiderio, dell’illusione, del nascere di fantasmi. E si arriva a questa specie di conclusione: "Il sogno italiano, privandomi del mondo, me lo restituiva; e in ciò assomigliava a quei momenti in cui il bambino, ancora ignaro dei luoghi e delle cose che lo circondano, può veder dal seno di questo ignoto proiettarsi su di lui i raggi di un altrove che egli avverte come qualcosa di più alto e pieno, misteriosamente affrancato da ogni determinazione del mondo ordinario". L’effetto di questo viaggio è insomma un rinvio all’origine, al paese natale.
L’Italia è dunque la plaga che si afferma sotto il muto sguardo, il paese che non ha voce. Ciò che l’occhio vede e interroga non è intriso di parola, può soltanto (ma questo è veramente decisivo) della parola destare la nostalgia.
E poi, compiuto non il sogno, ma il libro che i sogni ‘italiani’ hanno promosso, interviene – ad un certo punto – la traduzione italiana: "Queste mie fantasticherie che tanto devono all’Italia, ma che hanno fatto rivivere il mio rapporto originario con la Francia, che sono state scritte in francese, sono ora tradotte nell’altra lingua". Con una forzatura non eccessiva, viste le premesse, possiamo dire che non si tratta di un’altra lingua, ma proprio dell’altra lingua. Quella regione muta che immette nell’ordine del sogno, che desta la voglia della lingua prima, ha preso la parola, letteralmente. Dell’Italia, nel libro, doveva esserci la forma del sogno, non certo la sua sostanza, cioè le sue parole. "Le culture nazionali, proprio come gli individui – continua Bonnefoy – hanno i loro fantasmi [...]. Ne consegue che non si sogna in italiano allo stesso modo che in francese [...]. La lingua del traduttore mi pone interrogativi, mi produce suggestioni [...] ma temo anche che questa lingua non possa rivivere i miei miraggi. Leggendomi in italiano, mi sarà dato di ripetere quell’‘Apriti!’ che il desiderio di essere pronuncia in noi?".
Ha sempre uno strano effetto la prossimità, ambigua e senza rimedio, anche la prossimità delle lingue. Il traduttore è entrato in quella che abbiamo visto essere la condizione dell’opera, la delicata disgiunzione – a specchio – dello sguardo e della voce, e ne ha scompigliato l’equilibrio, ha intaccato la doppia localizzazione della radice. E radicale, appunto, è lo "spaesamento" che il suo lavoro ha provocato, benché egli non possa che intravedere di lontano il "turbamento" dell’autore.
Si potrebbe anche gettare un’occhiata sul turbamento proprio del traduttore. Deriva anch’esso dalla prossimità che allarma, in una doppia accezione: la prossimità dell’opera che ha scelto, diciamo, per amore, e che risulta irraggiungibile. Egli vede nel risultato del suo lavoro, per usare le espressioni di Bonnefoy, vede per così dire in atto, quell’"oblio del particolare", quella "rappresentazione astratta", che sono i meccanismi che portano fuori dalla poesia. In secondo luogo, la prossimità della lingua: questa prossimità lo impliglia, per esempio, nella sindrome "della parola che manca". Mi sono trovato a pensare (insensatamente, certo), quando ho deciso di tradurre i Récits en rêve: come posso tradurre questo libro in una lingua che non ha nemmeno la parola "récit"? (Analogo, ma in senso opposto, per lontananza, è il caso del traduttore giapponese che in un colloquio fra i traduttori di Bonnefoy – Arles, 1996 – diceva: in giapponese non c’è nessuna parola che di per sé equivalga a un termine francese così essenziale come "vie"). La sindrome della parola che manca forse testimonia di quanto profondo e costante sia, per usare il vocabolario di Bonnefoy, il sogno dell’Unità, in questo caso l’unità delle lingue.
E tuttavia la traduzione si compie e fa la sua strada. L’autore ha perso la presa sull’opera sua, è fuori gioco nel più vistoso dei modi. Si conferma, anche così, che il "paese natale" è paese perduto per definizione. L’atto del traduttore (atto mancato, in un certo senso, e nell’altro senso, atto molto potente) avvia per l’opera la sorte benedetta della migrazione, il suo passaggio ad altro, il suo inveramento teoricamente inesauribile. L’autore ha la sua speranza, se non altro, fondata sul fatto che la traduzione appartiene ormai al regno delle cose non più uniche, non più identiche solo a se stesse, sta fra i prodotti rinnovabili, che dunque sono socialmente controllati, o controllabili.
Ma questo è un altro discorso.

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