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ALCUNE BREVI RIFLESSIONI SULLA TRADUZIONE, TRA PARADOSSO E RIGORE ‘TERMINOLOGICO’

di Chiara Elefante

 

"Tout processus traductif est à la fois fini et défaillant, et fini parce que défaillant. [...] Considérer la traduction comme un faire marqué par la défaillance n’équivaut nullement à la placer sous le signe de la faute. Car la défaillance est à la fois irrémédiable et affrontable, alors que de la faute nul jamais ne se délivre. [...] Ainsi la traduction littéraire aujourd’hui est effectivement prise dans un mouvement de transformation, pour devenir travail textuel, et non simple transfert de signifiés; devenir expérience réflexive et conviviale, et non artisanat fermé et mutique; passer du domaine accablant de la faute à celui, libérateur, de la finitude défaillante"1.
Antoine Berman

"Memoria di traduzione" in senso non-tradizionale


In un periodo in cui sempre più, nell’ambito della pratica della traduzione, si parla di "translation memory" o di "memoria di traduzione", per alludere a database linguistici che acquisiscono proposte traduttive da "riciclare " nel caso in cui la medesima frase o stringa si ripresenti nel corso del lavoro, vale forse la pena, senza negare l’utilità delle nuove tecnologie anche nel caso della traduzione letteraria, di risalire all’idea originaria del termine "memoria" per ritrovare il rapporto, fondamentale, tra il primo contatto che un traduttore ha con il testo da tradurre, e il momento effettivo in cui la traduzione stessa viene ultimata e diviene fruibile. In altri termini, se è giusto pensare al processo traduttivo come a un’attività che si colloca nel tempo, e che nel tempo lascia spesso tracce utili da conservare, è anche vero che già il modo in cui un traduttore si avvicina, o viene casualmente a contatto con un testo, può, nel tempo, giocare un ruolo importante per la traduzione stessa.
Nel caso specifico della mia traduzione in italiano de L’enseignement et l’exemple de Leopardi2 di Yves Bonnefoy, sulla quale vorrei proporre qui alcune brevi riflessioni, le prime tracce di "memoria di traduzione" in senso lato andrebbero rinvenute precedentemente all’inizio del processo traduttivo vero e proprio. Due anni prima di pubblicare in Francia la raccolta di tre testi critici sulla poesia e la poetica di Giacomo Leopardi, Yves Bonnefoy aveva infatti partecipato a Bologna, nel maggio 1999, a un incontro, promosso dal Centro di Poesia Contemporanea dell’Università degli Studi di Bologna e dal Centro Mondiale della Poesia e della Cultura "Giacomo Leopardi ". In occasione di quelle giornate, cui ebbi la fortuna di partecipare, Bonnefoy presentò la sua traduzione francese di cinque Canti, L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, A se stesso, e si confrontò con la voce di altri poeti traduttori di Leopardi, Alejandro Duque Amusco, Gabrielle Barfoot, Alistair Elliot, Hans Magnus Enzensberger, Mark Hutcheson, Philippe Jaccottet, Brian Lynch, Maria de Las Nieves Muñiz Muñiz, Katherine Pierpoint, Aleksej Purin, Ghan Shyam Singh, Nasos Vaghenàs e Tat’jana Vol’tskaja3. All’epoca mi ero già avvicinata alla poesia, e in particolare alla prosa poetica di Bonnefoy, avevo letto parte dei suoi testi di riflessione sull’attività traduttiva, ma non mi ero mai realmente accostata alle sue seppur numerosissime traduzioni. Riscoprire Leopardi in francese, attraverso la voce di un altro grande poeta, è stata un’esperienza importante, che ha visto nascere il desiderio di capire la lettura che del poeta italiano dava Bonnefoy, di approfondire quali fossero le tappe ermeneutiche che avevano portato esattamente a quella traduzione e non a un’altra, magari ugualmente possibile. Nel momento in cui, un anno dopo l’uscita anche in Francia dei Canti tradotti, è stata pubblicata la raccolta di studi critici L’enseignement et l’exemple de Leopardi, molte delle scelte traduttive dei Canti mi si sono rivelate sotto una luce nuova. Nei tre interventi critici è evidentissimo il legame, da sempre esistente all’interno della produzione di Bonnefoy, tra creazione e pensiero critico, "modalités d’une même expérience, celle d’un réel irréductible aux idéologies, irréductible au fonctionnement des systèmes de signes, bien qu’elle soit vécue au coeur d’une pratique du langage "4. Il poeta francese interroga, legge, cerca di chiarire il pensiero e la poesia del poeta italiano, rifacendosi ad alcune questioni essenziali all’interno della sua poetica e della sua riflessione sulla scrittura. Il desiderio di tradurre in italiano questi tre testi, fortemente coerenti, seppur nati in circostanze diverse5, è nato proprio dalla sensazione che in essi riecheggi in profondità, come raramente avviene nell’ambito della critica, la voce poetica di Leopardi, e dalla certezza che la capacità di ascolto di Bonnefoy dipenda, in gran parte, dalla forte interrelazione esistente tra l’attività riflessivo-critica e l’attività traduttiva. Se da un lato è certo che le traduzioni dei Canti da parte del poeta francese sono dipese principalmente dalla lettura che viene data ne L’enseignement et l’exemple de Leopardi, è altrettanto vero che proprio dall’esperienza traduttiva Bonnefoy ha tratto quella vicinanza, quella prossimità con l’autore italiano che nei saggi emergono così evidentemente.
Direi che il maggior stimolo alla traduzione mi è venuto proprio dalla coscienza che tra Leopardi e Bonnefoy si fosse ormai creato un circolo comunicativo, un echeggiare di voci, e dall’auspicio di trasmettere anche al pubblico italiano la ricchezza di un dialogo poetico così raro e prezioso.

Il movimento del pensiero e il movimento della poesia
Una delle poche certezze sulla quale sembrano trovarsi d’accordo teorici della traduzione, talvolta molto lontani gli uni dagli altri, è che per tradurre un testo la condizione primaria e fondamentale sia la comprensione. Varrebbe forse la pena, di tanto in tanto, di rovesciare i termini del discorso e di chiedersi se in certi casi non sia vero il contrario, vale a dire se, per capire più approfonditamente un testo, non sia utile cercare di tradurlo. Nel mio caso posso dire che solo traducendo i tre interventi che compongono L’enseignement et l’exemple de Leopardi sono riuscita a entrare più in profondità nel dinamismo di un dialogo che avevo precedentemente intuito, ma in maniera vaga e indistinta. È solo imbattendomi nella ricorrenza di alcune parole-chiave, nella ridondanza musicale di alcuni termini che sapevo essere centrali nella poetica di Bonnefoy, e successivamente nella difficoltà di renderli in italiano, che alcuni aspetti della "conversazione" tra poeti si sono disvelati al mio ascolto.
All’interno dei testi uno dei primi fattori che appare in maniera evidente è che il poeta francese accetta ciò che sembra ormai unanimamente riconosciuto dalla critica leopardiana italiana, vale a dire che "Leopardi filosofo non è separabile da Leopardi poeta, non foss’altro perché spesso è la sua poesia (in versi o in prosa) a costituire fonte primaria del suo pensiero"6. Quella di Bonnefoy si allontana tuttavia da altre letture critiche, perché Leopardi viene "ascoltato" all’interno di uno spazio aperto che non è più quello della critica, bensì della poesia. Tutte le riflessioni su Leopardi filosofo mirano a condurre il lettore dei testi di Bonnefoy al Leopardi poeta, e il pensiero assume importanza solo nella misura in cui si fa veicolo per l’ascolto della musica e del canto.
Nel corso dell’analisi semantica dei testi da tradurre, e nel tentativo di rispettare, nella misura del possibile, la "terminologia" delle riflessioni di Bonnefoy, mi è da subito parso chiaro che quattro sono i punti cardinali ai quali il poeta francese cerca di ricondurre la poetica e la poesia di Leopardi. Primo, fra tutti, il monde: Bonnefoy, che "sceglie di guardare il mondo passionalmente, lasciandosi scuotere dall’assoluta concretezza del fenomeno7", riconosce in Leopardi un poeta che coraggiosamente, e in maniera sorprendente dati i tempi, si è saputo porre nei confronti del mondo sensibile in modo obiettivo, pronto a riceverne rivelazioni sulla natura finita e transitoria di ogni realtà, compresa quella umana: "Leopardi a fait entendre à la poésie, si facilement enivrée par sa capacité de symboliser, et par conséquent de rêver, que rien n’a d’être durable dans le monde, et pas plus le poète que rien ni personne d’autre"8. Sempre in rapporto alla visione del mondo, attorno alla quale Bonnefoy "interroga" Leopardi, l’altro termine fondamentale è finitude: il poeta francese, che da sempre denuncia il possibile tradimento dell’immagine, quando questa viene assolutizzata, riconosce al poeta italiano il merito di aver privilegiato la concretezza dei fenomeni sensibili, di aver fatto in modo che l’immagine si caricasse del peso dell’hic et nunc, della ricchezza dell’esistenza e della finitudine, preservando così la contraddizione e l’ambiguità feconda dell’esistenza incarnata, com’è evidente nelle numerose immagini leopardiane della ginestra, "ouverte à l’absolu même au sein de la finitude, porteuse d’un parfum même au plus près d’un sol nu"9. È esattamente questo, per Bonnefoy, il ruolo della poesia, quello di farsi traccia tangibile del mondo, aprendosi all’esterno, non sottraendoci alla realtà finita, ma aprendoci alle possibilità che questa ci offre. Arriviamo così al secondo nucleo "terminologico-tematico" dei tre testi di Bonnefoy su Leopardi: il nucleo che ruota attorno alla poésie e alla sua capacità di rivelarci la présence: se l’autore italiano ha capito che il solo assoluto non illusorio è quello dell’esistenza nella sua finitudine sensibile, è anche riuscito a intuire, sempre secondo lo sguardo critico di Bonnefoy, che la présence, altro nome dell’assoluto, non è separabile dall’esistenza:

Leopardi a été l’esprit lucide qui, un des premiers en Occident, a ouvert son esprit à cette évidence à travers les siècles obstinément repoussée : à savoir que l’être n’est pas, qu’il n’y a autour de nous et en nous, dans l’impermanence et l’illusoire, que des mouvements de simple matière. Mais cette pensée, à soi seule, n’aurait pas été la vérité la plus profonde [...] Ce qu’il importe de comprendre c’est que si la chose humaine n’est que du néant, en effet, du point de vue de sa place dans la nature, la personne qui vit dans ce corps mortel est, elle, tout au contraire, elle est l’être même à chaque fois qu’elle décide de le vouloir, c’est-àdire si elle reconnaît à quelqu’un d’autre qu’elle, ou à quelque chose ou quelque principe, la valeur, à ses yeux, d’un absolu, ce que j’appelle de la présence. Car c’est alors s’inscrire dans le projet d’un lieu partagé, d’une terre10.

Altro nucleo semantico fondamentale è quello che oppone l’être e il néant, all’interno di una double postulation che Bonnefoy identifica come l’essenza stessa della poesia11: se è vero che la dialettica tra l’"ici" dell’esistenza e l’aspirazione alla rivelazione dell’essere non può trovare soluzioni di sintesi, è altrettanto vero che solo da tale duplice atteggiamento può nascere la speranza, una speranza di cui, al di là delle apparenze, già Leopardi era testimone:

La poésie a besoin, à tout le moins, de se souvenir de ce qu’elle est en essence: cette "double postulation" du néant et de l’être dont la dialectique paradoxale constitue le véritable poème et incite ainsi à mieux vivre. Et c’est en ce point que Leopardi m’apparaît comme un des très grands exemples qu’il nous faut12.

Accanto al binomio être-néant si pone quello che ho identificato come l’ultimo cardine semantico attorno al quale ruotano i tre testi critici di Bonnefoy, vale a dire l’opposizione tra chant e pensée conceptuelle: il poeta francese, che rifugge da sempre dal piano puramente astratto dei concetti, riconosce a Leopardi il merito di aver diffidato del primo livello concettuale del linguaggio, e di aver ricercato un livello ben più profondo e prezioso, quello delle sonorità, della musicalità delle parole stesse che sono "sous les concepts une matière sonore, et c’est d’ailleurs ce que Leopardi a su, tout de même, qu’il pouvait faire et a fait, intériorisant la musique à ses poèmes, leur permettant de se désenchaîner de la vision négative, à quoi la lucidité trop mentale incite, pour une vision désormais capable de la beauté et du bien".13
Le citazioni da me prescelte per tracciare, brevemente, i vari campi semantici della lettura di Leopardi da parte di Bonnefoy, fanno tutte parte del primo saggio critico de L’enseignement et l’exemple de Leopardi, ma un’attenta analisi dell’intero testo mi ha rivelato che, seppur con una frequenza terminologica diversa, dovuta spesso anche alla diversa lunghezza dei saggi, le cosiddette parole-chiave rimangono le stesse, e il movimento dell’intera raccolta potrebbe essere così rappresentato:

INSERIRE IMMAGINE!!!! Il maggior sforzo da un punto di vista traduttivo è stato dunque quello di rendere la dinamicità e l’evoluzione continua del dialogo Bonnefoy-Leopardi, tentando di rispettare, nella resa italiana, la precisione e la chiarezza terminologica della scrittura di Bonnefoy, anche quando questa si avvicina così vertiginosamente alla scrittura filosofica; di far trasparire, anche in italiano, la presenza di Leopardi così come la si percepisce in francese; di non cedere alla tentazione di "variare" attraverso la ricerca della sinonimia, ma di rimanere fedele, al contrario, alla ridondanza che sempre nasconde un senso; di trasmettere infine, anche al lettore italiano, quello che sembrava essere il messaggio principale della raccolta, vale a dire la testimonianza che la poesia, ai tempi di Leopardi, così come oggi, ha un ruolo fondamentale, quello di vegliare "à ce que la terre que nous habitons [...] puisse être envisagée comme un lieu où ait encore un sens le dialogue spéculatif de la poésie et de la philosophie, pour faire qu’advienne cette triple épiphanie qui définit la ‘vraie vie’: celle du monde comme présence, de l’individu comme je et d’autrui comme infini".14
Al fine di seguire, in traduzione, il movimento del pensiero e il movimento della poesia, fondamentale è stata un’attenta analisi non solo dal punto di vista semantico, ma anche dal punto di vista ritmico, nella convinzione che "autant il y a de discours, autant il y a de poétiques du rythme et de prosodies personnelles"15. Il tratto saliente, da questo punto di vista, è il ritmo interrogativo dei tre saggi, la presenza costante di domande, spesso senza apparente risposta, che hanno soprattutto la funzione di coinvolgere il lettore, di invitarlo a spingersi "jusqu’à une crête sans retour [...] à la limite extrême d’une falaise"16. Il ritmo e la sintassi interrogativi, che in traduzione ho sempre rispettato, talvolta anche modificando leggermente la punteggiatura affinché l’intonazione fosse chiara, hanno in effetti un ruolo centrale. Da un lato, come già detto, invitano il lettore a entrare nel circolo di riflessione sulla poesia, a porsi alcuni interrogativi rispetto al passato, ma anche alle direzioni future che questa forma d’arte potrà assumere. Dall’altro rappresentano per il poeta, grazie a un gioco di echi e di rimandi, uno stimolo a non fermarsi nella sua ricerca non tanto di un senso, quanto della speranza: "la répétition d’interrogatives, c’est le recommencement de l’espoir. Les questions sont des appels: à savoir non seulement des suites à l’absence de parole, mais surtout des assauts contre cette absence, des essais d’invention du dialogue improbable. [...] Les marges dont est trouée l’écriture de Bonnefoy sont autant de places laissées pour l’éventuelle venue de la voix du réel et de la voix du partenaire"17. Quest’ultima osservazione che Thélot fa a proposito della poesia di Bonnefoy, ma che ben potrebbe estendersi ai saggi su Leopardi, mi permette di trattare un ultimo aspetto interessante e paradossale del mio lavoro di traduzione. La presenza di interrogative lascia in effetti un’apertura, uno spazio in cui la voce dell’ "altro", in questo caso Leopardi stesso, può rivelarsi senza più schermi né mediazioni. Si crea allora un dialogo senza fine: tra Bonnefoy e i suoi ascoltatori-lettori18, tra Bonnefoy e Leopardi, infine tra Leopardi e i lettori di Bonnefoy, com’è evidente da questo passaggio che è emblematico di tale circolo dialogico: "j’attire votre attention sur une objection que je dois lui faire, puis sur la façon dont il répond, non cette fois par de la pensée mais par ce qu’il y a de plus intérieur, de plus profond, dans la substance même de ses poèmes, et dans l’opération de la poésie"19.
Alle obiezioni che Bonnefoy gli muove, Leopardi ha la possibilità di rispondere attraverso i suoi stessi versi. Ora, in particolar modo nel primo e nel secondo intervento, il poeta italiano viene citato nella sua lingua, il che non ha ovviamente creato, dal punto di vista della traduzione, alcun dubbio. Il dilemma paradossale si è posto invece nel caso del terzo saggio, all’interno del quale Bonnefoy lascia spazio alla parte iniziale del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, ma questa volta nella sua traduzione francese, nata, più che dal desiderio, da una necessità, visto che il componimento è "si véridique qu’il faut absolument en intérioriser l’intuition dans la langue que l’on parle"20. Devo ammettere che forte, in questo caso, è stata la tentazione di far ascoltare, al lettore italiano, i versi di Leopardi francese, del Leopardi che fino a quel momento assieme a Bonnefoy aveva interrogato la poesia e il suo destino, passato e futuro. Una forte spinta a lasciare i versi nella traduzione francese mi è venuta anche dalla lettura di una riflessione di Bonnefoy che segue immediatamente la citazione, in cui l’autore attribuisce al poeta italiano un grande merito, vale a dire quello di aver capito, e saputo poeticamente trasmettere che

si le fait humain ne repose sur aucun substrat ontologique, aucun étayage au dehors qu’il puisse dire réel et non illusoire, l’être parlant n’en a pas moins mis en place, par l’institution du langage, un lieu de représentations, de significations, de valeurs où chaque être qui parle est présent à la présence de tous les autres d’une façon si immédiate et accaparante, si cohérente aussi et indéfiniment praticable, qu’il n’y a pas de raison pour ne pas tenir ce champ d’existence pour une réalité en soi, à laquelle il sera loisible de conférer une valeur absolue21.

Ancor più necessario mi sembrava, dopo aver tradotto tale riflessione in italiano, il rispetto della voce di Leopardi "parlata" da Bonnefoy, perché quella traduzione è un’atto di présence, un gesto di partage, una testimonianza di come, al di là della negazione di qualunque sostrato ontologico, la natura umana abbia ancora un senso, quello di dialogare, e, al di là delle apparenti differenze linguistiche, di parlare poeticamente.
Ancor oggi non so se la successiva decisione, di ridare a Leopardi la sua voce italiana, sia stata realmente motivata. So solo che è scaturita da una sensazione intuitiva, vale a dire che in ogni caso il lettore italiano avrebbe potuto percepire che il Leopardi che stava leggendo, e che poteva facilmente riconoscere, non era in ogni caso più lo stesso, che attraverso la lettura e la traduzione cui Bonnefoy comunque allude, la sua poesia si era rinnovadell’inta, proprio perché la traduzione è, come afferma magnificamente Berman, «l’auberge du lointain [...] la manifestation d’une manifestation22». È stata, comunque, una scelta traduttiva sofferta, poiché alcune ragioni mi spingevano a una soluzione, altre alla soluzione esattamente opposta, ricordandomi così la riflessione, quasi l’esortazione, di Ladmiral: "Nous autres traducteurs, nous pouvons reprendre à notre compte la formule sartrienne: ‘nous sommes condamnés à être libres’»23. Se mi capita talvolta di ripensare con severità a quella scelta, e di sentirmi irresistibilmente attratta verso la strada che al cruciale «carrefour» traduttivo non ho imboccato, tento di ricordare le parole di Berman citate all’inizio di queste riflessioni, e mi ripeto che se «tout processus traductif est à la fois fini et défaillant», è anche tempo di passare «du domaine accablant de la faute à celui, libérateur, de la finitude défaillante".

NOTE


1 A. Berman, L’informatique: un nouvel outil pour les traducteurs littéraires, in Actes des Quatrièmes Assises de la traduction littéraire, Arles, Actes Sud 1987, p. 120.
2 Y. Bonnefoy, L’enseignement et l’exemple de Leopardi, Bordeaux, William Blake and co. 2001. Attualmente, dei tre testi contenuti nella raccolta, L’enseignement et l’exemple de Leopardi, Pour introduire à Leopardi e Leopardi parmi nous, solo il primo è stato pubblicato, nella mia traduzione, all’interno del volume Vaghe stelle dell’Orsa... Gli infiniti di Giacomo Leopardi, Milano, Mazzotta 2002, pp. 43-50. È in fase di studio la pubblicazione completa dei tre testi, la cui traduzione è già stata ultimata.
3Le traduzioni dei vari poeti furono raccolte in volume: G. Leopardi, Canti, Traduzioni di Duque Amusco, Barfoot, Bonnefoy, Elliot, Enzensberger, Hutcheson, Jaccottet, Lynch, Muñiz Muñiz, Pierpoint, Purin, Singh, Vaghenàs, Vol’tskaja, Centro Mondiale della Poesia e della Cultura "Giacomo Leopardi" e Centro di poesia contemporanea Università di Bologna, 1999. Le traduzioni di Bonnefoy uscirono in Francia solo un anno dopo nel volume: Y. Bonnefoy, Keats et Leopardi. Quelques traductions nouvelles, Paris, Mercure de France 2000. Le varianti proposte nell’edizione francese sono pochissime: nel componimento Le soir du jour de fête, al verso 3 ("Posa la luna, e di lontan rivela"), Bonnefoy modifica "S’est arrêtée la lune, qui montre au loin" con "S’est arrêtée la lune, qui désigne"; inserisce una pausa, inesistente nell’originale, e rappresentata da una riga bianca sulla pagina, tra il diciottesimo e il diciannovesimo verso dello stesso componimento; nel Chant d’un pasteur errant, en Asie, la nuit, infine, al verso 19 dell’ultima strofa ("E non ho fino a qui cagion di pianto"), modifica "Je n’ai pas eu vraiment motif à me plaindre" con "Je n’ai pas eu vrai motif à me plaindre".
4 Avec Yves Bonnefoy. De la poésie sous la direction de François Lallier, Vincennes, Les Presses Universitaires de Vincennes 2001, p. 7.
5 L’enseignement et l’exemple de Leopardi, da cui il titolo dell’intera raccolta, è il testo di un discorso pronunciato da Bonnefoy il 27 giugno 2000 al Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati; Pour introduire à Leopardi rappresenta l’intervento al Convegno della Sorbonne del 14 dicembre 1998 dal titolo Leopardi philosophe et poète, 1798-1998. Présence et rayonnement de Leopardi dans le monde; Leopardi parmi nous, infine, è il titolo di un intervento del poeta francese del 1999, in occasione dell’Omaggio a Leopardi organizzato dall’Unesco a Parigi.
6 C. Luporini, Leopardi progressivo, Roma, Editori Riuniti 1996 (III edizione), p. 107.
7 M. S. Corradetti, Yves Bonnefoy, la speranza ritrovata (da Douve a Le leurre du seuil) in "Annali Istituto Universitario Orientale" sezione romanza, Napoli, Società editrice intercontinentale Gallo, n. 2, luglio 1989, p. 359.
9 Y. Bonnefoy, L’enseignement et l’exemple de Leopardi, op. cit., p. 15. La sottolineatura all’interno della citazione è mia. 9 Ibid., p. 25. La sottolineatura all’interno della citazione è mia.
10 Ibid., p. 26. La sottolineatura del termine présence all’interno della citazione è mia.
11 A proposito della predilezione poetica, da parte di Bonnefoy, per le coppie antonimiche, Ida Merello scrive: "S’il est vrai que la poésie de Bonnefoy radicalise cette relation de deux contraires qui est, selon Bachelard, l’essence même de tout instant poétique, c’est parce que la présence de l’être, qui est le lieu de sa quête, ne peut être perçue qu’à travers l’oxymore, la coïncidentia oppositorum représentant l’Unité initiale avant le Temps, avant l’histoire" (I. Merello Venturelli, La coïncidentia oppositorum dans "Le leurre du seuil", in Yves Bonnefoy: poésie, art et pensée, Colloque international sous la direction de Yves-Alain Favre 9-10-11 mai 1983, Pau, Cahiers de l’Université n. 7, s.d., p. 197).
12 Y. Bonnefoy, L’enseignement et l’exemple de Leopardi, op. cit., p. 28. La sottolineatura all’interno della citazione è mia.
13 Ibid., p. 25.
14 J.-C. Pinson, Du spéculatif au dialogique: philosophie et poésie selon Yves Bonnefoy, in Yves Bonnefoy aujourd’hui. Études réunies par Michael Bishop et Christopher Elson, "Dalhousie French Studies", Fall 2002, p.15.
15 H. Meschonnic, Poétique du traduire, Lagrasse, Éditions Verdier 1999, p. 326.
16 J. Thélot, Poétique d’Yves Bonnefoy, Genève, Librairie Droz 1983, p. 113.
17 Ibid., p. 116.
18 Non bisogna dimenticare che i tre saggi nascono come interventi ‘orali’ di fronte a un pubblico di ascoltatori e che solo successivamente vengono pubblicati.
19 Y. Bonnefoy, L’enseignement et l’exemple de Leopardi, op. cit., p. 16.
20 Ibid., p. 45.
21 Ibid., p. 46.
22 A. Berman, La traduction et la lettre ou l’auberge du lointain, Paris, Seuil 1999, p. 76.
23 J.-R. Ladmiral, Traduire : théorèmes pour la traduction, Paris, Gallimard 1994, p. 230.


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