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Ruodlieb con gli epigrammi del Codex Latinus Monacensis 19486. La formazione e le avventure del primo eroe cortese, a cura di ROBERTO GAMBERINI, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo 2003, pp. LXXX-202, s.i.p.

In un vecchio numero di "Semicerchio" (VIII del 1992, p. 4) un distico del Ruodlieb era citato, forse per la prima volta in una rivista italiana di poesia, all’interno di un’esplorazione dedicata alla ‘poesia del ritorno’. In effetti questo poema, composto nell’XI secolo e abitualmente presentato come il primo esempio di romanzo cortese, è in qualche modo anche una nuova narrazione del nostos eroico: ambientato in contesto germanico medievale anziché in ambito greco arcaico, narra comunque le avventure di un cavaliere che, partito dalla patria per superare inimicizie e ostilità, dopo aver servito un re africano per dieci anni intraprende la strada del ritorno, richiamato in patria da due lettere che gli comunicano la scomparsa di tutti i suoi nemici e il desiderio della madre di rivederlo. Il re africano lo congeda con dodici consigli di saggezza, che prefigurano altrettanti episodi della trama a venire. E la strada del rientro è lastricata di avventure: l’incontro con un malvivente dai capelli rossi che rimane implicato nella seduzione di una donna sposata; il salvataggio del nipote, che lo accompagnava, dagli adescamenti di una prostituta; un pranzo di corte nel castello dove Ruodlieb si esibirà all’arpa e il nipote conoscerà sua moglie, e infine il ritorno a casa, accolto con il massimo onore, l’apertura dei doni munifici che il re africano aveva affidato all’eroe, le nozze del nipote, il consiglio di famiglia per la scelta di una moglie adatta a Ruodlieb, una prima scelta sfortunata con una donna di costumi impuri, e il sogno della madre che prefigura i successivi sviluppi. Di quel che segue resta solo un frammento di pochi versi che racconta come l’eroe catturi un nano che gli promette di svelare il modo per conquistare il tesoro di una coppia regale e sposarne la bellissima figlia Heriburg.
È probabile che il destino si realizzasse secondo questa linea, ma non abbiamo un testo che ce lo confermi: tutto quel che possiamo leggere, infatti, 18 frammenti di lunghezza variabile dai 3 ai 621 versi, è stato trovato fra 1803 e 1807 da Bernhard Joseph Docen, bibliotecario dell’attuale Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera, nei frustuli di pergamena usati per la rilegatura di un codice. Il suo successore Schmeller ne concluse solo nel 1838 la prima edizione, successivamente arricchita dalla scoperta di altri piccoli frammenti, e da allora il poema ha attirato l’attenzione di una serie estremamente nutrita di studiosi e filologi, tanto che solo nel Novecento ne sono state pubblicate 8 edizioni critiche: una situazione assolutamente inconsueta nella filologia mediolatina ma giustificata dall’enorme interesse letterario, folklorico, linguistico e storicoculturale del poema, oltre che dalla necessità di confrontare più soluzioni per arrivare alla migliore edizione di un testo così straziato dalla tradizione manoscritta, che non solo ha perduto intere parti dell’opera ma ha lasciato molti suoi versi incompleti e mutili.
Il Ruodlieb, che diversi ordini di prove conducono a collocare fra la metà e la fine dell’XI secolo in ambito bavarese (forse nel monastero di Tegernsee) è stato definito come la più antica attestazione di poema eroico cortese, largamente anteriore ai primi romanzi francesi e a quelli mediotedeschi, e per questa sua posizione di sorgività originaria, ma anche per la caleidoscopica ricchezza di situazioni e colori, ha meritato finora più di una traduzione in tedesco, inglese e spagnolo. Questa di Roberto Gamberini è invece la prima versione italiana, e contribuirà in maniera che ci auguriamo importante alla conoscenza di quest’opera nella cultura italiana, anche filologica. È una traduzione limpida e agile, affidabile e leggibile. Scegliendo la prosa, evita i rischi e l’ambizione di una resa "paritaria" con la vivacità fonetica dell’originale – scritto in esametri leonini, cioè con rima interna, piuttosto pesanti e grossolani ma, appunto, rimati: il che significa che il poeta ha dedicato una parte significativa del suo lavoro a individuare le parole in ragione del loro suono oltre che del loro significato, e la prosa non può che rinunciare a valorizzare questo aspetto strutturale del testo. Ma grazie alla libertà che questa scelta gli conquista il traduttore riesce a mantenere costantemente una correttezza esemplare e a reggere un registro narrativo avvincente anche nella frammentarietà, permettendosi di sciogliere spesso con leggerezza nodi semantici di non facile interpretazione: come a V 195, qui veluti glandes semper flant regis ad aures, relativo ai troppi consigli che i cortigiani sussurravano al re, tradotto "come ghiande", dove la pioggia serve a far capire il senso del misterioso glandes, finora variamente interpretato e da Gamberini finalmente svelato, su consiglio di P. G. Schmidt, come allusione a Georgiche IV 81 nec de concussa pluit ilice glandis.
L’introduzione costituisce una summa preziosa al vario sapere che su questo poema, negli ultimi decenni soprattutto da Benedikt Konrad Vollmann, è stato accumulato ma certamente poco frequentato dai lettori italiani. Riferisce con rapidità ma anche con accuratezza sia sugli aspetti filologici e linguistici sia sui problemi storico- letterari suscitati dal testo: dalla tipologia di cavaliere (ormai profondamente intriso di tratti morali più che guerrieri e cristianizzato non solo nella forma ma anche nell’ideologia, eppure non ancora impregnato degli elementi mistici che si imporranno in alcuni sviluppi romanzi), al ruolo del rex maior fino alle ipotesi sull’autore, che vengono presentate con prudenza e completezza senza avventurarsi in soluzioni ulteriori.
Una lettura anche non erudita fornisce infatti sollecitazioni continue alla memoria letteraria, sia per analogia sia per anomalia: come le scena di pesca e di caccia (fr. 10 e 3) con un’erba allucinogena (la buglossa); le scommesse al gioco con gli scacchi (fr. 4); la celebrazione della messa da campo nel fr. 5 e il sontuoso elenco di donativi regii; la curiosissima descrizione del procedimento con cui dall’urina di lince si ricava una gemma misteriosa, il fulgido ligurio; le descrizioni di smalto e oreficeria come la fibbia cesellata della spilla che chiude la camicia femminile a 5, 357 per evitare che si vedano i seni, nel caso siano maiuscula; i 12 precetti del re, vera e propria summa di prudenza contadina e morale cavalleresca; la scena della seduzione della giovane moglie del suo ospite da parte del perfido Rosso (non nominato, come molti personaggi tipizzati di questo romanzo), degna di una commedia, l’assassinio del marito da parte dei due amanti e l’atroce autocondanna della donna, scoperta e perdonata con un passaggio culturale fulmineo ma significativo dal teorico rigore altomedievale alla clemenza cortese: un mondo di cui si godono scorci coloriti nel pranzo al castello del fr. 10 o nella descrizione della castellana di 10, 55 ss. (que dum procedit, ceu lucida luna reluxit etc.), che avrebbe consentito una versione in versi neostilnovistici, e che Gamberini affronta comunque con eleganza: "Quando ella comparve, risplendeva radiosa come la luna. Nessuno, per quanto valente fosse, avrebbe potuto riconoscere se stesse volando o fluttuando o se stesse muovendosi in qualsivoglia altro modo, tanto languidamente, infatti, muoveva il passo al suo incedere"; la scena leggiadra della voliera e della maestra degli uccelli nel fr. 11; il tenerissimo quadro del servitore che aspetta Ruodlieb appostato da vedetta sui rami di un ciliegio, affidando a una taccola parlante gli aggiornamenti per la regina (fr. 12); le nozze (fr. 14) del nipote di Ruodlieb con la figlia della castellana (altri due personaggi senza nome ma con personalità fortissima), segnate dal rituale misterioso dell’affilamento della spada e dal discorso inaspettatamente sfrontato della fidanzata, che rivendica con vigore una parità perfetta di diritti e di posizione ("voglio che mi serva notte e giorno con abnegazione: tanto meglio lo farà, tanto più mi sarà caro... vorresti che io fossi la tua meretrice? ... frequenta pure tutti i bordelli che vuoi, ma senza di me! Ci sono tanti uomini al mondo...); o ancora la descrizione dell’uomo e della donna invecchiati, di un realismo impietoso e maturo accanito nei dettagli ma privo di sgradevolezze nella sua retorica umanità (fr. 16); la scena magistrale (fr. 17) dello smascheramento della tresca fra la prima candidata moglie di Ruodlieb e un prete, fra l’imbarazzo e lo sdegno, e il successivo sogno della madre, che anticipa la narrazione futura secondo un modello che, per limitarci anche solo al mondo francogermanico dell’epoca, ci sembra riscontrabile anche nel Waltharius (Hagen) e nell’Ecbasis captivi (il lupo), nell’Edda (Brunilde e Atli) e nei Geste des Normans di Wace (madre di Guglielmo il Conquistatore). Ma tutta l’opera è ricca di elementi degni del massimo interesse sia nel confronto con altre testimonianze folkloriche (studiate in particolare da Seiler e Fowkes) sia con altra documentazione letteraria coeva e successiva (studiata da Panzer, Godman, Haug e dallo stesso Gamberini, tanto che su questo piano i succosi rimandi asciuttamente concentrati nella nota 160 p. XLVIII avrebbero meritato l’espansione in un vero e proprio capitolo). La stessa ripresa di espressioni metriche sembra seguire una tecnica formulare che la apparenta alle meccaniche tipiche dell’epos di tradizione semiorale e alle sue riprese colte da Omero in poi, ma in questo caso è articolata spesso in tonalità ironiche e ludiche che erano del tutto estranee all’epica classica e che saranno invece tipiche, anche se in misure variabili, del mondo medievale.
Anche sul piano strettamente filologico il Ruodlieb è una palestra insostituibile perché, nella necessità di integrare il testo perduto nei margini erosi o tagliati della pergamena, ha consentito a schiere di editori una serie di interventi diagnostici e terapeutici che Gamberini riporta utilmente in apparato, scegliendo poi di solito la soluzione dell’ultimo e migliore editore, cioè Vollmann. Ma molto lavoro sarebbe ancora possibile immaginare anche nella produzione o nell’espansione di un apparato di loci similes: Gamberini, sulla scorta dei precedenti editori e di ricerche personali, propone già qualche prezioso rinvio nel succinto corredo di Note che chiude l’edizione (precedendo quella degli 11 epigrammi trovati nello stesso codice monacense). Su questa solida base si potrà costruire un vero e proprio commento, che ci auguriamo sia nei programmi dello stesso Gamberini o di suoi emuli: per suggerire solo qualche direzione di ricerca, a 5, 61 veluti bellare paratum si cita Waltharius 1282 pedites bellare parati, ma in altra sede sarebbe utile ricostruire l’anamnesi completa della formula risalendo a Stazio Theb. 7, 321, Corippo Ioh. 3, 124 e Anthologia Latina 3, 134; oppure a 5, 70, ove per il termine compatres, che darà "compari" ma non ha molte attestazioni latine precedenti se non in documenti conciliari, si potrebbero citare i Quirinalia di Metello (48, 13 e 48, 11), proprio un testo di quel monastero di Tegernsee da cui si ipotizza che il Ruodlieb provenga. Numerose sono le curiosità che il poema suscita anche sul piano linguistico, vero coacervo di germanismi e grecismi, volgarismi e cultismi, deposito di un latino tanto vivace quanto eterogeneo, irriducibile alla facile gabbia di una costellazione privilegiata di modelli. Su questi fronti molto è stato già esplorato da Vollmann e predecessori, ma ancora di più credo che si possa fare oggi con il sostegno dei nuovi repertori elettronici, che condurrebbero sicuramente a confronti inediti o localizzazioni di focolai culturali fondate su materiali più solidi dei reperti occasionali di una volta; qualche sopresa potrebbe venire forse anche dalla consultazione della schedatura del Mittellateinisches Worterbuch, inedita per tutto ciò che riguarda le lettere E-Z ma consultabile su richiesta nella sede di Monaco. Potranno sembrare itinerari di erudizione, ma dinanzi alla ricchezza di esche offerte da questo romanzo ricerche del genere diventerebbero vere e proprie esplorazioni dei misteriosi laboratori nei quali si consuma la misconosciuta creatività linguistica del medioevo centrale: su questa pista il Ruodlieb è suscettibile di fornire altre sorprese ai cultori della letteratura mediolatina, come – ora che finalmente si può apprezzare in italiano – è suscettibile di rilanciare sollecitazioni ai conoscitori di altre letterature medievali e moderne.
Francesco Stella

 


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