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MIA LECOMTE, Autobiografie non vissute, con una nota di Predrag Matvejeviæ, Lecce, Manni 2004, pp. 67, € 10,00.

Milanese di nascita e romana d’elezione, Mia Lecomte frequenta da critica i territorî sdoganati della letteratura comparata e in specie della letteratura italiana della migrazione, industriosa promotrice delle nuove realtà italofone della poesia. Da poetessa, Mia Lecomte intesse un paesaggio in bilico («sdrucciola a volte / obliquo alla cima») tra la precisione dell’elemento fisico e toponomastico (esemplari i componimenti della seconda e più recente sezione – Metamorfosi Engadinesi (2002-2003) – della raccolta) e l’intercettazione dell’«altrove nello stesso istante»: «C’è sempre un’altra giornata. / L’orso fermo sulla fontana, / siede quieto da qualche parte / lontano dalla fontana, / altrove nello stesso istante / l’orso quieto sulla fontana / siede fermo da qualche parte / lontano dalla fontana. / E c’è questa fontana e / anche l’altra fontana / col suo orso più fermo / e lo stesso al suo posto, più quieto». In linea con il senso del luogo mobile e poliedrico delle esperienze postermetiche (il senso, precisa Roberto Galaverni in Dopo la poesia, di un «qui a cui si sovrappongono o su cui si proiettano altri orientamenti e altre luci»), le Autobiografie non vissute alterano sagome e profili attraverso le ipotesi associative della percezione: «ma non il bianco che credi, / che dietro di sé sembra neve / o è neve rotonda e sciupata, / non è bianco come quella balena / la balena prigioniera del bianco / ma ricorda la sua smorfia distesa / nel profilo sbiadito di un uomo / il suo bianco certamente inesatto, / non il bianco della bestia che credi, / ma l’idea che di lei ti sei fatta / giusto in margine / a quell’uomo per caso». Sono ipotesi mentali di attesa e di nostalgia, di desiderio e di rimpianto, oniriche e fiabesche talora (la passata esperienza di autrice di testi per l’infanzia riscorre intera nella lirica Fiaba, nelle sue invenzioni leggere di principi azzurri e concubini magici, nel «bisogno /quand’è più fondo al fondo / di farli rimanere »), acuminate nella tensione tra «l’appartenenza / e la perdita» sempre: «Al largo del mio naufragio. / Dal giorno che mi è venuta a salvare. / Sagoma ancora / simbolo e ipotesi / del navigare. / Tenuta al largo del mio naufragio. / Da me.» Oggetti, ambienti e corpi cedono ad uno sguardo paziente («senza fretta dilagare / la pazienza del ghiacciaio / di era in era») e assimilatore («Questa Roma di luce / sguardo e schermo / in scacchiera / a riflettergli l’ala / miserevole e cruda / tutta piaghe da sotto, / piccolissime piume / sillabate nel petto / intagliate soltanto / da matite appuntite»), generoso di rifrazioni sentimentali (‘sentimentale’ era il ‘Breve atlante’ delle Geometrie reversibili, la prima raccolta della Lecomte) e sempre recettivo alla «eco a caduta dal passato» che «balena in incaglio sul futuro»: «E allora / di nuovo tutti i tuoi addii / ad anticipare gli addii / la tua nostalgia del futuro / ad anticipare il futuro / nato di nuovo / con una vita conclusa / che avevi già vissuto / e ricominci ora a rimpiangere». Conducono le deflessioni di senso delle Autobiografie non vissute non clamorose infrazioni di lingua e di stile ma morbide imposizioni di contiguità tra pieni e vuoti, scarti e repliche: «Vita è quello che rimane / quando si è perduto tutto. / È il cane a tre zampe / tutte e tre dritte e forti / e una quarta strappata dall’inguine, / è la quarta zampa del cane / che nessun altro cane ha voluto / e non smette di piangere l’inguine / e tutte e tre quelle altre, dritte e forti». L’iterazione di parole o di nessi dalla semantica aspra, creaturale; l’espansione modulare del nodo poetico; la ripresa a distanza, quasi in riemersione carsica, di un’immagine sono figure – associative, coesive – di ricomposizione delle distanze. Poesia che «ad un’apparente distanza» pare sostituire – lo formula benissimo Predrag Matvejevi – «un gioco di incidenze eminentemente intime, corporali, calde», la poesia della Lecomte è nel fondo ‘poesia dell’altro’, che è significant other nelle liriche erotiche della terza sezione, Periodo ipotetico (2002); è compagno (perduto) di poesia nella serie ispirata dal poeta Dario (Bellezza si presume) che apre l’ultima e più antica (1996-1997) sezione, Litania del perduto; è ‘fratello’ nei tanti risvolti evangelici e scritturali amplificati da Scritture («E il verbo si fece carne / si fece carne lieve / luogo cuore» ma poi in torsione: «E il verbo si disfece nella carne / si disfece il verbo grave / nodo luogo / occhi mani / acque ferme, amare acque») e dal Pater che, assommando etica e poetica, suggella la raccolta: «Padre, insegnami ad amare / solo quello che mi è dato da amare / un desiderio senza pugni serrati / ma con le dita socchiuse / per far scorrere il mondo ». Eros («erotismo sottile, tanto raffinato quanto sorprendente» è sempre Matvejeviæ a scrivere) ma anche, direi, l’amore estroverso dell’agape, della carità d’ascolto del vissuto e del non vissuto: «Aiutami ad ascoltare senza tutto il terrore / il lamento della vita non mia / il silenzio incessante e discreto / del tuo amore da sempre per sempre».
Federica Capoferri

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