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PIERRE LEPORI, Qualunque sia il nome, prefazione di Fabio Pusterla, Bellinzona, Casagrande 2003, pp. 126, € 15,00.

Per accedere alla seconda raccolta pubblicata dal poeta luganese (n. 1968), è utile ripartire da quel Canto oscuro e politico che ha visto la luce nel Settimo quaderno di poesia italiana curato da Franco Buffoni (Milano, 2001), e che il critico proponeva di considerare come riuscita ouverture a un opera, di fatto, in larga parte già scritta, ma ancora in attesa che l’autore, impegnato sul doppio fronte di teatro e giornalismo, si accettasse come poeta. L’ambizioso ossimoro del titolo/ programma (comprendente la «rivolta contro me stesso» e il progetto di «dinamitare i padri») esprimeva uno slancio vitale ‘autentico’ non completamente immune dal rischio di ‘sovraesposizione’ per eccesso di detriti prometeici. La controparte era affidata a un manipolo di poesie in cui il racconto dei giorni si dava nei termini di un disegno nitido in cui «tutto è traslucido e perso». Il grido della rivolta è ora ritrovato sulla scena del monologo ‘civile’, in particolare nella sezione Fratelli II (Il senso della battaglia). Ma mentre l’invettiva assesta colpi di buona efficacia dal ventre del corteo in rotta di collisione con «legioni di preti e moralisti, di medici / e saggi consigli», e per accedere al quale bisogna «sfregare / per anni e notti la politura degli insulti», la dissonanza introdotta dalla ripresa del refrain ungarettiano («Quale diversità / per noi, / fratelli? [...] il reggimento del negare / prende voce di corteo»), sembra costituire alla lunga più un limite operativo (anche se non inutile, forse anche più facilmente sdoganabile perché in bocca di un rappresentante di un’‘italianità altra’?) che una vera e propria uscita dal problema stilistico e rappresentativo posto dal genere della poesia ‘civile’. L’obiezione, legata a un problema di registro, potrebbe essere accademica. Si vuol dire che l’opzione lirica delinea comunque il contorno di un canzoniere (anche se ideologicamente negato, vedi la citazione da Pavese: «singole poesie e canzoniere non saranno un’autobiografia ma un giudizio ») e che questo ‘tiene’ meglio quando, invece di forzare lo spazio lirico in direzione della parola scenica, assorbe (ma sarebbe meglio dire espone le proprie venature ‘per incastro’, come uno strato minerale, vedi l’attacco: «Lungo la valle potresti / aggrapparti all’idea ch’è la roccia a parlare», in consonanza con la poetica del ticinese Pusterla che firma la prefazione del libro), nel circuito linguistico del testo lirico ‘di tradizione’, i traumi e gli urti del presente. Insomma, su premesse liriche, se è vero che «gridare dentro non è / gridare per tutti», il ‘grido da dentro’ consegna più volte un poeta di sicuro interesse quando la lotta delle generazioni («perché ogni generazione è un catenaccio »), e l’accadere della violenza – con la sua figura intrinseca, la sterilità – fosse anche soltanto per eco ‘privato’ della violenza della storia, avviene nel chiuso teatro del testo che ha nell’io dell’autore la prima condizione di ascolto, dove è possibile «piantare un grido / esattamente al centro del gorgo come un ramo», al «lato caldo della luce».
Fabio Zinelli

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