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GIAMPIERO NERI, Armi e mestieri, Milano, Mondadori 2004, pp. 63, € 9,40.

Il nuovo libro di Giampiero Neri ingloba una precedente plaquette, Erbario con figure (Lietocolle, 2000), disseminandone però alcuni testi tra la prima sezione, Persona seconda, e la terza, Botaniche, e collocandone la centrale Sequenza a formare la chiave di volta della nuova raccolta insieme alla contigua sezione Finale, anch’essa già pubblicata (Dialogolibri, 2002). La complicata manovra rappresenta un segno di discontinuità significativo rispetto all’ultima silloge mondadoriana di Neri, Teatro naturale (1998), che riunificava le uscite precedenti allineandole come capitoli di un unico libro; né, certo, importa soltanto ai fini della burocratica registrazione del critico o del recensore. Il ripensamento della propria poesia, di cui si fa implicitamente la storia nel momento in cui se ne confeziona ex novo l’abito pubblico, sembra infatti qui rispecchiare il progressivo ridursi della distanza difensiva posta tra sé e il passato, tra sé e il mondo (le «spine» della Opuntia, pianta tenace e combattiva ma a rischio di ingiallimento per sovrabbondanza d’acqua – facile paradosso per chi dal caso o dall’«immaginario occhio di Dio» è stato comandato a mettere radici e resistere in un deserto dei tartari, tra «sabbia e vento » – che occupa la sezione Botaniche), l’incipiente, impercettibile incrinarsi dell’oggettività enunciativa del frammento, ora più frequentemente screziato da accenti meditativi che fanno da controcanto ad antiche voci ora rimodulate, a presenze ricorrenti nuovamente inquadrate e svelate: così nel terzo quadro di Sequenza lo «scrittore di provincia» che, «cercando la verità nel paradosso», «guardava / alla figura di Giuda», progettando un’opera teatrale, precisa i contorni dello «scrittore di provincia» della prosa VII di Liceo, che «si dedicava a ricerche di interesse storico, ma non aveva abbandonato i vecchi progetti letterari», e che allora leggeva del «valoroso Casca», traditore e sconfitto anche lui, come Giuda (la generale sconfitta della cultura sarà poi registrata una volta per tutte, mutuando una proverbiale chiosa manzoniana a proposito di una «famosa biblioteca» ormai «dispersa», in Finale); mentre in Armi e mestieri, la sezione finale che dà il titolo al volume, acquista una collocazione spazio- temporale, rassegnandosi alla narrazione e alla storia («In quelle nebbie, una mattina di novembre / aveva visto l’amico di suo padre / davanti alla scalinata del Terragni. / Nell’abbracciarlo, la bicicletta era caduta a terra, / ‘doveva essere l’ultimo’ / era stato il suo necrologio») il gesto dell’«amico di mio padre» che, «lasciato cadere la bicicletta / sulla strada», lasciava cadere anche un commento sospeso («‘se tutto doveva finire’, mi aveva detto / abbracciandomi...») in Altri viaggi, la sezione che chiudeva Teatro naturale. Con il ‘suono’ inconfondibile di sempre, dunque, con minime ma decisive sfasature narrative, di un dramma personale e storico - l’uccisione del padre da parte di un gruppo di partigiani, la guerra civile - di una tragedia senza urla fin qui moltiplicata e rifratta in frammenti di specchio (commenti, flash atemporali, immagini), per una preventiva presa d’atto dell’insostenibilità epistemologica ed etica di un unico punto di vista, certo, ma forse anche perché, come recita una massima celebre, né la morte né il sole si possono fissare a lungo in faccia, si tenta adesso una ricostruzione, un primo, provvisorio riordino; ma «Di quel teatro all’aperto / delle sue figure disperse» è ormai difficile «ritrovare i fili», e la sezione Finale, che di questo percorso memoriale costituisce, come già si è detto, la seconda stazione, si chiude su una straziata nota ungarettiana, rimodulata e anzi capovolta ma ancora riconoscibile («Di quelle vaghe ombre / dei nomi cui corrispondevano / il tempo cancellava la memoria. / Come sassi lanciati sull’acqua / che affondano dopo breve corsa / le figure si allontanavano / svanivano nell’aria trasparente»), come a voler dire che è quasi troppo tardi. Resta che questa poesia pone non apertamente, ma chiaramente alcuni interrogativi, lascia intravedere, in misura fin qui inedita, una «penosa metamorfosi» (Non un lento abbandono, in Botaniche), socchiude la porta di una casa interiore i cui fantasmi sono ora, per concessione o abdicazione del proprietario, riconoscibili e provvisti di un’identità non solo figurale (la bambina Elena che abita e alla quale è dedicato uno dei testi di Sequenza è, chiarisce l’autore in nota infrangendo dall’interno anche l’estrema, fragilissima barriera dello pseudonimo, «mia sorella Elena Pontiggia»). Giusto, dunque, che l’immagine della casa di famiglia suggelli, in versi increspati da una commozione appena trattenuta, la rubricazione conclusiva dell’inevitabilità della storia, quella di tutti e quella di ognuno, e dell’inutilità di ogni fuga: «Il grande terrazzo al primo piano era vuoto, / la casa sembrava disabitata / deserta di quelle care ombre / che il tempo aveva cancellato ».
Elena Parrini

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