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LOUISE GLÜCK, L’iris selvatico, traduzione e postfazione di Massimo Bacigalupo, Varese, Giano Editore 2003, pp. 158, € 14,00.

La pubblicazione de L’iris selvatico, primo libro di Louise Glück tradotto in italiano, ha preceduto di poco la nomina a poeta laureato degli Stati Uniti per il 2004 della sua autrice, autorevole rappresentante della poesia americana contemporanea (v. Semicerchio XXIV-XXV, pp.155-56). Si tratta del settimo volume di questa poetessa e di uno dei vertici della sua carriera, uscito nel 1992 e premiato l’anno seguente con il Pulitzer. Massimo Bacigalupo, che cura con delicatezza la traduzione delle 54 poesie che lo compongono, illustra nella postfazione la trama del libro: siamo in Vermont, nel giardino di Louise Glück, e lei, la giardiniera, si muove fra i suoi fiori e le sue piante tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate, in momenti diversi della giornata, preferibilmente al mattino e all’ora del vespro o nelle notti stellate e al chiaro di luna. Ci sono anche il marito John e il figlio Noah, che praticano il giardinaggio alla loro maniera, e sono perciò esclusi dal singolare rapporto che Louise stabilisce con la natura trasformandola in un mondo parlante, altamente metaforico, dove s’intrecciano conversazioni sulla vita e sulla morte, sulla fugacità dell’esistenza. Gli interlocutori sono i fiori stessi, la giardiniera e Dio, il creatore imperfetto d’imperfette specie tormentate dal male di vivere e da un infinito anelito verso l’eternità.
È un libro narrato sottovoce, bisbigliato. Le parole, intense oltre l’apparente semplicità, hanno la leggerezza della brezza che spira nel New England nella bella stagione: leggere ma sicure, vergate con grande maestria, tanto da suonare come indelebili pronunciamenti. La prima voce che sentiamo è proprio quella dell’iris selvatico che narra la sua nascita («Alla fine del mio soffrire / c’era una porta...»); l’ultima è quella elegiaca dei gigli, alla fine dell’estate e della breve stagione dei fiori, che narra il terrore della morte e la gioia d’aver vissuto («Poiché percepisco / che ora sto morendo e so / che non parlerò più, non / sopravviverò alla terra...»; «Non m’importa / quante estati vivo per ritornare: in quest’unica estate siamo entrati nell’eternità...»). Si vede così che il giardino è una felice metafora con cui Glück tratta di questioni metafisiche. Le voci dei fiori si confondono con quelle della donna, e le loro speculazioni giungono identiche; l’arco di tempo di un’estate richiama quello dell’esistenza – della sua (incluso l’esaurirsi del matrimonio con John), e dell’umanità da quando, biblicamente, fu esiliata dal Paradiso terrestre, abbandonata a se stessa da un Dio indifferente. La giardiniera rimprovera al «padre irrangiungibile » d’aver abbandonato le sue creature in un giardino-replica di quello dell’Eden nella prima poesia di un ciclo poetico interno al libro intitolato Mattutino: «Lasciati soli / ci esaurimmo a vicenda. Seguirono / anni d’oscurità; facemmo a turno / a lavorare nel giardino, le prime lacrime / ci riempirono gli occhi quando la terra / si appannò di petali...». Un’altra serie, intitolata Vespri, riprende il tema del rimprovero, in toni colloquiali, a un dio assente: «Nella tua assenza prolungata, mi permetti / l’uso della terra, aspettandoti / un profitto dall’investimento. Devo comunicarti / di aver fallito nell’incarico, soprattutto / per le piante di pomodoro. Penso / che non dovrei essere incoraggiata a coltivare / pomodori. Ma se sì, dovresti trattenere / le piogge torrenziali, le notti fredde che qui arrivano / così spesso...». Dio le risponde, ad esempio, nella poesia Ninnananna: «Non pensare più a queste cose. / Ascolta il mio respiro, il tuo stesso respiro / come le lucciole, ogni piccolo fiato / una fiammata in cui appare il mondo [....] Occorre insegnarti ad amarmi. Agli esseri umani / occorre insegnare ad amare / silenzio e oscurità». Ma chi è che parla? Dio o la natura tramite tutti quei fiori del giardino di Louise, trasfigurati in metafisiche presenze? Con queste suggestive ambiguità, con questa carica metaforica dispiegata nel giardino di casa, Glück si ritaglia un posto autorevole nella tradizione più alta della poesia americana, in quel filone mistico-metafisico che corre ininterrotto dalla Bradstreet a Dickinson, da Stevens al contemporaneo Charles Wright, il quale ha ugualmente trasformato il suo giardino in un luogo spirituale. Si lega anche a Theodore Roethke, altro grande poeta americano esperto di botanica che trasformò le serre del padre, giardiniere del Michigan, in un mondo più che terreno dove il mistero della vita e della morte si ripeteva a ogni stagione. Come scrive Bacigalupo, cui va il merito d’aver fatto conoscere in Italia uno dei libri più belli e importanti della poesia americana contemporanea, queste poesie «avvicinano il lettore a un’esperienza chiaroveggente del mondo».
Antonella Francini

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