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FREDERICK SEIDEL, The Cosmos Trilogy, New York, Farrar, Straus and Giroux 2003, pp. 208, $ 15,00.

Inesauribile fonte d’ispirazione per la poesia statunitense, la Commedia rispunta ora in questa trilogia cosmica di Frederick Seidel, il quale inverte il viaggio dantesco procedendo dagli spazi celesti della prima silloge, The Cosmos Poems (2000), verso il purgatorio tutto terrestre della seconda, Life on Earth (2001), e l’inferno nella New York contemporanea della terza, Area Code 212 (2002), titolo che ricalca il prefisso telefonico di Manhattan. La trilogia annunciata dal titolo è composta infatti di tre volumi già pubblicati precedentemente dal poeta e qui riproposti come un’unica sequenza dagli inequivocabili richiami danteschi. L’operazione non è nuova (nella poesia Usa si contano ormai diverse riscritture del grande testo medievale), ma quella di Seidel è senz’altro fra le più interessanti e azzardate per l’inversione di rotta del viaggio, scandito dai 33 testi (o canti) delle prime due parti e dai 34 dell’ultima, ciascuno svolto in otto quartine in versi sciolti di varia misura. Pur rinunciando alla terza rima, la scelta formale di Seidel richiama lo schema fisso del modello a cui si è ispirato e crea visivamente una continuità fra le parti. Crea anche, specie nel terzo volume, una ricca trama fonica con rime e rime al mezzo, assonanze e allitterazioni che rendono fluido lo scorrere dei versi. La poesia finale, intitolata semplicemente One Hundred (Cento), è ricollegabile al canto introduttivo della Commedia benché qui, a cose fatte, serva piuttosto a rivelare al lettore che ancora non si fosse accorto di nulla il gioco che il poeta americano è andato abilmente giocando fra amaro umorismo e metaletteratura: «There was a door because I opened it. / It was the muse. It had a human face. / It had to have to make the three parts fit. / The Cosmos Poems was fire that filled the space // With fire in Life in Earth [...] Fly / Me to the bottom where I have been. I have been // Completing Area Code 212. / I’ve been in heaven in Manhattan on / The bottom. Hell is what to live can do». Il poeta ha alzato le vele della navicella del suo ingegno e diretto il volo, non verso le stelle, ma dritto nel «bottom», nell’abisso buio e senza uscita della decadente e corrotta contemporaneità di cui New York è simbolo. La poesia, rappresentata da Virgilio e Dante, nominati solo in quest’ultima poesia, guida il poeta americano verso scenari di morte, uniche mete nella sua visione apocalittica del terzo millennio: «My life is life emerging from the slime // And writing poems. Virgil took my hand. / We started up the steep path to the crest. / He turned to warn me. Did I understand / I would be meeting Dante? I confessed / I hated cold. To flee the urban light / Pollution in the sky and see stars / Meant getting to a crest of freezing blight / And human nature inhumane as Mars, // And things far stranger that I can’t describe». Si noti il gioco di rima in questi versi («Slime», limo, melma, «blight», degrado, «light» e «describe») che sottolinea la circolarità del viaggio: l’ascesa alle vette poetiche consente di contemplare l’entità di un degrado che neanche ‘l’alta fantasia’ è capace di descrivere. Sarà utile sapere che l’argomento di questo centesimo ‘canto’ (e dei due che lo precedono) è l’attentato alle Torri Gemelle, ormai divenuto un topos della poesia americana di questi anni, l’immagine estrema del definitivo tramonto della civiltà tecnologica e dei mali incancreniti della società occidentale. Collocato qui, a chiusura del volume e dell’inferno di Seidel, assume appieno il suo ruolo metaforico nel rappresentare drammaticamente la fine di un ciclo storico. New York come Sodoma e Gomorra dunque, e un impietoso e freddo, quasi compiaciuto sguardo poetico sulla disfatta e sulle persone intrappolate nelle torri che si gettano nel vuoto verso la morte, replicando, anch’esse, la traiettoria inesorabile del libro: «They scream higher / and dive down, crying, corpses on a pyre, // and rise back to the hundredth floor and turn / Their cell phones on. We call to say goodbye. [...] Everyone will die». E ancora, ecco il topos del volo in una beffarda parodia dei voli danteschi sullo scenario infernale dell’undici settembre: «I am flying to Area Code 212 / To stab a Concorde into you, / To plunge a sword into the gangrene. / This is a poem about a sword of kerosene. // This is my 21st century in hell. / I stab the sword into the smell. / I am the sword of sunrise flying into Area Code 212 / To flence the people in the buildings, and the buildings into dew».
Nella trilogia di Seidel la Commedia è dunque un punto d’appoggio autorevole che fornisce l’architettura al suo libro più ambizioso e numerose immagini di cui il poeta americano si appropria per scrivere il suo poema della non-speranza. Chi conosce l’opera di Seidel sa che decadenza e corruzione sono i suoi temi, trattati con freddo umorismo attraverso situazioni estreme, talvolta fantascientifiche e teatrali. Autore di dieci volumi di poesia, Seidel esordì nel 1963 con un libro che risentiva molto dell’influenza di Robert Lowell, uno dei suoi primi estimatori. Ma già con il secondo, nel 1979, trovò la sua voce e dichiarò la poetica a cui è rimasto fedele in un verso spesso citato dai suoi critici, «I took for my own motto / I rot before I ripen» («Feci mio il motto / imputridisco prima di maturare»). Perfino nel volume paradisiaco di questa trilogia, il poeta, che viaggia in astronave e si avventura nello spazio attaccato alla cordicella della navetta come un astronauta, non può fare a meno di osservare, dall’alto del cosmo, la sua terra in fiamme e virare verso il pessimismo. Delle tre sezioni la prima, scritta su commissione per il Museum of Natural History di New York quando nel 2000 fu inaugurato il nuovo planetario, è la meno riuscita. Seidel ritrova invece tutto il suo stile nelle due sezioni seguenti, più a suo agio nel purgatorio e nell’inferno terrestri. A fine lettura si apprezza molto di questo volume, nonostante si tratti di poesia di non facile approccio, dalla sintassi spesso ambigua e intessuta di immagini talvolta chiuse, enigmatiche. Ma ci s’interroga anche sulla freddezza e sul distacco con cui viene illustrata la disfatta della nostra civiltà come se l’arte non sappia che registrarla con sardonica ironia. Ci si chiede se davvero la poesia oggi non possa far altro che invertire il viaggio dantesco e togliere all’umanità ogni speranza o se, invece, si debba trovare ancora in quella tradizione un’alternativa alla poetica del pessimismo tout court che domina spesso il contemporaneo. The Cosmos Trilogy solleva una problematica cruciale per la cultura del XXI secolo, e il suo valore risiede, oltre che nella suggestiva trama, soprattutto nelle domande che impone.
[A. F.]

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